Il Circolo Virtuoso “Il nome della rosa” di Giulianova fa una donazione al blog

Sono profondamente commosso per la donazione che ho ricevuto per il blog da parte di Roberto, Marisa, Chicco e tutti gli altri amici del Circolo Culturale e Virtuoso “Il nome della rosa” di Giulianova. E’ stato un pensiero gentile e prezioso (voi sapete che per le casse del blog, anche una donazione corrispondente a una tazzina di caffè al bar è determinante) che mi permette di togliere almeno una pubblicità dal blog e di alleggerire, così, il carico dei banner visibili. E’ già qualcosa (“etwas ist etwas” direbbero i tedeschi, e gli spagnoli “algo es algo”) e il dono di questi cari amici sottende molto di più, amicizia, stima, comprensione ma soprattutto credere fortemente che uno strumento come un blog sia molto più di un modo per cazzeggiare on line e parlare di cose più o meno frivole, ma che rappresenti, al contrario, l’unico mezzo che si ha per dire la propria a un pubblico indeterminato di persone. E allora non mi resta che dire che “Il nome della rosa” di Giulianova è da sempre sinonimo di incontro, cultura, dibattito, musica, arte, corsi, corsi di formazione, presentazione di libri, mostre e persino un mercatino di Natale o un torneo di Subbuteo. Se siete di Roseto, Giulianova o dintorni fateci un salto. Troverete ad accogliervi un patrimonio inestimabile di umanità, scambio di idee e bevande (anche analcoliche, che credete? Roberto e Marisa sono democratici!) con cui allietare una serata diversa o da sfruttare per fare semplicemente quattro chiacchiere.

E se seguiste l’esempio di questi amici e faceste una donazione non fareste altro che del bene a me e alla comunità, infingardi!

Il sito del circolo è: http://www.ilnomedellarosa.com/

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Il Manifesto

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Appaiono così, come funghetti gàrruli che spuntanto nel tiepido solicello novembrino (solicello?) sui muri di una scuola.

Dalla sera alla mattina sono lì, segno evidente che qualcuno ce li incolla di straforo perché non hanno neanche il timbro del pagamento della tassa sulle pubbliche affissioni. Sono manifesti. Manifesti firmati dai gruppi più svariati che inneggiano alla patria, all’eroismo, all’ardore, al sacrificio, alla giovinezza, alla valorizzazione di eventi storici determinati (e BEN determinati), alla forza, ai tuoni, ai fulmini, alle saette, allo Sturm und Drang (intesto in senso letterale e non come movimento letterario, sia ben inteso!), alla forza, all’Italia, quella con la I maiuscola, una realtà da difendere sempre, non si sa bene poi da quale pericolo esterno.

Qualcuno, evidentemente mosso a pietà, li rimuove, il Comune dice che ci può fare poco o nulla perché “tanto li riattaccano”. Sui muri di una scuola, dove passano i ragazzi. Molti di loro sono minorenni che non capiscono, non vedono, o se vedono non afferrano, guardano impietriti ed increduli e poi tirano a dritto, infognandosi sempre più nei loro cellulari. Ma intanto il messaggio del disvalore è stato dato. In spregio all’istituzione scolastica che dovrebbe insegnare il pluralimo delle civiltà, la tolleranza, il vero significato di festività e ricorrenze come il 4 novembre (una volta festa nazionale, oggi giornata lavorativa, fine di una guerra che ha provocato milioni di morti, feriti, menomati), e perché no, a gioire di una bella giornata di sole anziché celarsi al buio di ideologie e stilemi triti e ritriti, spiegare lo Sturm und Drang quello VERO, e che nell’italietta con la minuscola di cui tutti siamo servi inutili c’è posto per tutti e che non è vero che prima gli italiani, no, casomai prima chi ha bisogno, e che diamine.

Se ho paura? Ma certo!

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La scuola violenta

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– A Giulianova un alunno accoltella al volto un coetaneo;
– ad Avola in Sicilia un professore aggredito a calci e pugni da madre e padre di un alunno per un rimprovero;
– a Foggia prof aggredito dal padre di uno studente
– in provincia di Treviso professore spintonato e raggiunto da un paio di ceffoni è stato perfino oggetto di un provvedimento disciplinare da parte della dirigente scolastica;
– a Santa Maria a Vico 16enne accoltella la prof in aula per un’interrogazione;
– a Caserta un 17enne sfregia la professoressa con un coltello e viene fermato per lesioni gravi;
– a Sondrio una professoressa ha sgridato un alunno perché usava il cellulare. E’ stata aggredita e ferita con il lancio di un oggetto.
– a Succivo una maestra forse incinta è stata sbattuta contro il muro dalla madre di una alunna di scuola primaria;
– in Abruzzo un ragazzo di 13 anni tira un pugno a un compagno e gli compromette definitivamente la milza;

è la scuola di oggi, bellezze. Ed è solo la punta dell’iceberg. Che piaccia o non piaccia siamo arrivati a questo. E’ la “buona scuola”, quella che è (secondo me neanche tanto) consapevole di avere delle condizioni di partenza disastrose insiste nel non voler vedere e far passare comportamenti indecenti perché tanto non succede nulla almeno finché non succede nulla. E’ la scuola che vive se stessa come in una sorta di apnea ogni santo giorno che il Padreterno mette in terra. Si va a insegnare, o si mandano i propri figli con la speranza che non succeda mai niente. E, peggio ancora, che se succede qualcosa, almeno succeda agli altri. Perché la scuola diventa violenta quando si insiste a guardare nel proprio orticello e non si pensa mai agli altri, al collega che arriva all’ultimo minuto perché ha i guai in casa e appena giunto sul lavoro deve per forza sgravarseli di dosso e far finta di niente, ché ci sono le giovani generazioni da allevare e tirar su. La violenza più inaudita tra insegnanti è l’indifferenza reciproca. Il collega o la collega a fianco potrebbe soffrire le pene inenarrabili dell’inferno, fisicamente e psichicamente, è lì accanto a te, ti separa un solo alito da lui/lei, ma la lontananza sai è come il vento, dunque tira vento di tramontana, giusto per tenere quella distanza di sicurezza che ti permette ancora di farti un po’ di cazzi tuoi. Poi suona la prima campanella. Al contrario delle altre della giornata non si verifica quel fuggi-fuggi generale (verso la classe successiva o verso l’agognata uscita, si veda il caso), ma una l-e-n-t-a e i-n-d-i-f-f-e-r-e-n-t-e andatura lungo i corridoi, ché lo sanno tutti ma non se lo ricorda nessuno che bisogna essere in classe cinque minuti prima dell’inizio delle lezioni, ma ci si spalma ovunque a chiacchierare e a far finta di non aver sentito (“E’ suonata? Di già?? Ma come, non l’ho sentita… Oddio, è meglio che vada… Adesso raccolgo le mie cose… Oh, che sbadata, ho dimenticato la trousse al bar, vado a prenderla, così mi bevo anche un secondo caffè già che ci sono e poi vado in classe.”). Poi comincia tutto. E gli alunni fanno quello che devono fare, cioè gli alunni. Entrano tirando lo zaino sul banco, non ti salutano nemmeno, fanno finta di avere sonno così ti possono strappare il permesso di andarsi a prendere una dose di Coca-cola (caffeina) alla macchinetta e bighellonarci quella mezz’ora abbondante in modo da urtare i tuoi nervi (“Scusi, prof., sono andato anche in bagno già che c’ero!”), così che tu chiedi a un altro alunno della classe “Per favore, mi vai a cercare il tuo compagno?” e quello sparisce a sua volta, andando a finire dall’altra parte dell’istituto dove il suo compagno non può trovarsi, ma non si sa mai, c’è sempre una prima volta. Ti fanno perdere tempo per fare la maledetta “lista”. La “lista” è l’elenco dei panini e delle stuzzicherie da consegnare alla bidella che poi la consegna al bar. Passa di mano in mano con la lentezza di un bradipo. Qualcuno tira fuori le monete e si mette a spicciolare tintinnandole ritmicamente sul banco (e i tuoi nervi lievitano come un panettone industriale sotto Natale). Poi c’è sempre chi se ne dimentica (“Prof, posso andare a prendere il panino? Non ho fatto la lista!” e tu lo ammazzeresti) e una ragazza che ti guarda con gli occhi da gattina presa a calci e ti chiede  di andare in bagno mostrandoti il pacchetto dei fazzolettini di carta e picchiandoci sopra con le dita disposte a V di “Vittoria”, che ti chiedi cosa cavolo vincono andando in bagno, ma non hai tempo per darti una risposta perché la prima ora è già finita, tu sei riuscito afare sì e no 10 minuti di lezione e ti eri preparato un’ora intera, lettura, traduzione, commento linguistico, comprensione, elaborazione di un testo scritto ed esci frustrato da questi ragazzi che non hanno fatto nulla di male, ma che, soprattutto, non hanno fatto nulla in assoluto. Che poi uno dice “andrà meglio all’ora successiva”, macché, ti accolgono in classe sditeggiando sui loro cellulari come ossessi. Il cellulare non è un accessorio, nossignori, è una parte di loro stessi, provatevi a toglierglielo e siete finiti, come minimo il giorno dopo arriva il padre e ve ne chiede conto. E, naturalmente, vi mena. E voi zitti perché non si può reagire, ne va del buon nome della scuola, ché una scuola violenta non si è mai sentita, ma allora quella dei genitori che pigliano a calci i docenti che cos’è? Risposta: “la buona scuola”. E vai di luoghi comuni come se piovesse. Quindi loro il cellulare lo usano, sissignore, e tutto quello che puoi fare è dire “Potresti spegnere e mettere via?” Loro vi rispondono biascicando chewing-gum: “Sissì, adesso… un momento solo… rispondo al mio ragazzo e poi spengo… certo, come no…”. Ma in quel momento, proprio mentre stavi pensando che due schiaffoni assestati bene male non ci starebbero per quella ruminante maleducata, arriva la bidella: “Professò’, c’è una madre che vuole parlare con lei” – “Ma questo non è il mio orario di ricevimento” – “Sì, lo so [e allora se lo sai perché vieni a calpestarmi i testicoli coi tacchetti a spillo?] ma quella ha detto che deve parlare con lei!” – “Ma non posso lasciare la classe incustodita! “Su, Professo’, la classe gliela guardo io [ed è esattamente QUELLO che mi preoccupa], che saranno mai 10 minuti?” E ti avvii bestemmiando a mezza voce verso la signora che è lì che ti aspetta e sembra volerti dire “Già arrivato? Sono almeno 15 minuti che l’aspetto, non ho mica del tempo da buttare via, io!” e tu con il sorriso a 32 denti (anche se vorresti tanto querelarla per interruzione di pubblico servizio, ma non si può, perché c’è questa visione della scuola come ambiente in cui si accolgono tutti e tutte, comunque, a qualsiasi ora e sempre come se niente fosse) che le dici “Ma buongiorno gentilissima signora, disponga pure di me a suo bell’agio!” [tanto, voglio dire, io sono qui che ricevo quando la gente vuole, sono perfettamente a sua disposizione, anzi, mi faccia sdraiare sul pavimento a mo’ di tappeto così se vuole può camminarmi sopra] “Lei ha messo un due a mio figlio!” “Ehm, aspetti… mi faccia controllare… adesso sul momento proprio non ricordo…” [e non è una scusa, non te lo ricordi sul serio, non puoi conoscere a memora la situazione di un paio di centinaia di alunni, ma a quella non gliene frega niente] “Oh, sì, ecco qui, gli ho dato un due perché era impreparato, sa è una cosa molto grave, non ha studiato e non mi ha neanche dettodi non voler venire all’interrogazione, è rimasto seduto al banco e si è anche addormentato pochi minuti più tanrdi…” “Eh, va beh, ma non potrebbe mettergli, toh, dico una cosa a caso, almeno sei? Giusto per riconoscere l’impegno [impegno? Quale impegno??] e per non farlo crescere troppo represso. Sa, è così sensibile!” [“Sì, alle sacrosante legnate che dovresti dargli”, ti viene in mente di dirle, ma anche questo non lo puoi dire perché non è politically correct, probabilmente la Montessori sarebbe stata più brava di te ad allevare quel campione, ma tu non sei la Montessori e anche questo è un dato di fatto] “Sì signora, gli ho messo due e glielo confermo, vediamo adesso se studia e viene volontario per rimediare.” “Tutti uguali voi insegnanti, io lo saprei come si entra in classe e come si insegna ai ragazzi, altro che!!” “Allora signora, guardi, faccia una cosa, visto che i concorsi sono pubblici, ne vinca uno, si faccia assumere e poi viene in classe ad insegnare come vuole, ma venirmi a dire come devo fare il mio mestiere no, non mi sta bene, si avvicini cortesemente alla porta e guadagni l’uscita!” Ecco, anche questo VORRESTI dirglielo, ma non si può, sempre per il politically correct, sempre perché bisogna essere sempre gentili ed accondiscendenti, perché noi siamo la “buona” scuola, non quella cattiva, perché nel frattempo i ragazzi che hai lasciato con la bidella ti stanno sfasciando l’aula e prima o poi qualcuno arriverà a chiedertene conto. E perché tanto c’è sempre qualcuno che si meraviglia del fatto che la scuola è violenta.

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Giulianova: studente marocchino di 17 anni accoltellato da un compagno di scuola

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A Giulianova (a pochi chilometri da questo piccolo mondo d’un mondo piccolo da cui vi scrivo), questa mattina, in un istituto superiore della cittadina, un diciassettenne marocchino ha fatto lo sgambetto a uno studente diciottenne più che italiano. E siccome lo sgambetto deve essere uno sgarro estremo, uno di quelli che si lavano col sangue, l’italiano il sangue lo ha fatto scorrere davvero, colpendo il marocchino al volto con un coltello a serramanico di quelli che non si possono portare. Pare che tra i due ci fossero degli screzi da tempo e che quello sgambetto sia stato solo la punta dell’iceberg di una serie di provocazioni e sfottò. In breve, l’accoltellatore si era premunito. A modo suo, naturalmente.

Le reazioni sono state delle più disparate, ma quello che negli ambienti scolastici si mormora e si sussurra è una sorta di solidarietà di specie con chi ha colpito: la vittima è uno straniero, un marocchino, quindi in un certo senso se l’è meritata per diritto di nascita, insomma. Se la vittima fosse stata l’italiano ci sarebbe stata la corsa all’immigrato violento ecco, non si può più vivere nelle nostre tranquille cittadine, ci portano via il lavoro, l’Italia agli italiani e via luogocomuneggiando. Insomma, come la si mette la si mette, il marocchino lo prende in quel posto. Oltre, è chiaro, ad aver rimediato un intervento chirurgico e una lesione che probabilmente avrà conseguenze per tutta la vita.

Ma quello che colpisce è una dichiarazione del Preside riportata dal quotidianoRepubblica” e che ho sentito confermata, nella sostanza, in un contributo al GR1 delle 9,30 di stasera: “Al di là del sanzionare bisogna capire. (…) I Carabinieri stanno svolgendo le indagini. Da quanto si dice informalmente pare che i due ragazzi avessero avuto degli screzi fuori dalla scuola. Nulla, invece, mi è mai stato riferito di eventuali problemi dentro la scuola.” Bisogna capire, dice il prof. Valentini e forse in un certo senso può non avere tutti i torti. Ma bisogna mettersi d’accordo sul COSA dobbiamo capire, in primo luogo e a che cosa ci serve questa comprensione.
Il contesto è chiaro: ci sono due giovani che fino a una settimana fa gli insegnanti più in evidenza della scuola italiana avrebbero infilato in quella categorizzazione orrenda e senza senso che va sotto l’etichetta di “i nostri ragazzi” che sono arrivati alle vie di fatto rovinandosi la vita. Uno perché sarà sfigurato per sempre, l’altro perché, ancora per sempre, avrà la fedina penale macchiata, (per tacere della pubblica reputazione, che sa essere assai più stronza del casellario giudiziale). Potrà indubbiamente essere utile a chi deve giudicare il feritore, sapere da quale contesto familiare proviene (e te dàgli con questa roba del “contesto”, parola che ha rovinato generazioni intere negli anni ’70!), sapere che del fatto che aveva un coltello di cui era vietato il porto non aveva parlato con i genitori; sapere che era un ragazzo che si era sentito minacciato più e più volte dall’altro che si divertiva a fare il bulletto a scuola per cui avrà temuto per sé e, a un certo punto, avrà deciso di farsi giustizia da solo; sapere che c’era di mezzo una ragazzina contesa tra i due che potrebbe aver accelerato l’inimicizia ed essere arrivata al culmine con il proverbiale sgambetto che ha fatto sì che si lavassero tutte le onte subite e subende.
Servirà anche a qualcosa saperlo, ma la verità è che non serve a niente, perché i fatti restano e quelli sono incancellabili. Non si può tornare indietro. Ci sono un aggressore e un aggredito, un colpevole e una vittima, un sacrificante e un sacrificato, un “buono” e un “cattivo” e sono ruoli che nessun consiglio d’istituto potrà mai più capovolgere, sia pure per offrire letture più o meno edulcorate degli eventi.

E allora sgomberiamo il campo anche da un altro luogo comune, quello che vuole che esista un “fuori dalla scuola” e un “dentro la scuola”. Le questioni scolastiche sono, sic et simpliciter, questioni sociali. Punto. La scuola non è e non dovrebbe essere il luogo dove tutto è perdonato e dove le sanzioni si limitano a qualche giorno di sospensione e una tiratina d’orecchie verbale davanti al consiglio di classe e innanzi alla mamma in lacrime con la promessa di non farlo mai più (“Franti, tu uccidi tua madre!“, scriveva il De Amicis), la scuola è una ruota dentata di fondamentale importanza nel macchinario da “Tempi moderni” che è rispecchiato dalla nostra società. Il problema, dunque, ha connotazioni sociali perché ha connotazioni scolastiche ben precise. Non sarebbe successo niente di diverso se lo studente marocchino fosse stato colpito sulla pubblica piazza anziché a scuola, a parte il caso che in quell’eventualità la scuola avrebbe potuto ricorrere al “non expedit” e chi si è visto si è visto. Ciò che accade a scuola è un modellino funzionale della realtà, e la scuola non vive di regole proprie. Per fortuna.

E allora ognuno si terrà, inevitabilmente, il suo: chi una cicatrice profonda mezzo metro coi denti rotti, chi una condanna che nessuno potrà eludere, chi l’amarezza di non essere riuscito a salvare questi due ragazzi. Ed è comunque un male minore.

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Ester Pasqualoni uccisa a coltellate nel parcheggio dell’ospedale di Sant’Omero

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Ester Pasqualoni, oncologa, persona di straordinario spessore umano, civile e culturale,  è stata uccisa.

Voi non la conoscevate, ma io sì. La vidi per la prima volta il giorno dei ricevimenti generali dei genitori per la classe di suo figlio, che avevo alle Scuole Medie. Diventammo subito amici, tanto che lei mi chiese di farle delle traduzioni dallo spagnolo perché da Cuba le erano arrivati dei documenti da parte di alcuni ciarlatani che andavano ciaqnciando che il veleno degli scorpioni cubani era efficace nella cura dei tumori e avevamo deciso di sgominarli sputtanandoli su questo stesso blog. Poi non se ne fece di niente per motivi che non mi piace stare qui a ricordare.

Mi ha curato quando ne ho avuto bisogno (anche se non era per patologie oncologiche, fortunatamente) e, sempre quando ho avuto necessità, mi ha messo nelle mani dei suoi colleghi migliori e più stimati.

Ci sentivamo ogni tanto. L’estate scorsa ci siamo visti diverse volte con la bambina (mia figlia, sì). Insomma, le volevo bene, e devo dire che voler bene a Ester era facile. Anche e soprattutto quando morì Fabrizio, il suo compagno.

Oggi è stata presa a coltellate da uno stalker che aveva preso a perseguitarla e che lei aveva denunciato due volte. Stava andando a prendere la sua auto al parcheggio dell’ospedale in cui lavorava (Sant’Omero). Pare che non abbia neanche sentito dolore e che sia morta sul colpo. Stupide e magre consolazioni.

Non è vero che gli stalker vanno denunciati e basta, perché denunciarli non serve a nulla, se non a incattivirli e a renderli ancora più tenaci nella loro azione persecutoria. Vanno denunciati e identificati subito e messi nelle condizioni di non nuocere. A cosa è giovato a Ester avere presentato due segnalazioni alla magistratura se poi queste segnalazioni -secondo quanto riferisce Caterina Longo,  un’amica, già candidata alle elezioni europee del 2014 nelle file di Forza Italia, lista “Berlusconi per Chiodi”, all’agenzia ANSA e in una successiva intervista a Radio Capital- sono state archiviate per difetto di forma (anche se “la 27a ora” sul Corriere on line riferisce che un provvedimento di allontanamento era stato firmato per poi essere revocato)  e non si è arrivati a nessuna misura di interdizione di qualsivoglia tipo nei confronti del persecutore? Ester si è affidata allo stato, chiedendo aiuto e protezione. Oggi è morta. E c’è da chiedersi fino a dove deve spingersi un energumeno per essere “attenzionato” (bruttissima parola!) al punto da diventare un oggetto di indagine, e non essere lasciato libero di seguire la propria vittima fino nel parcheggio di un ospedale e sgozzarla.

E adesso immagino il prudor scribendi dei pennivendoli da giornalino locale, che si beatificheranno l’anima lorda di congetture pruriginose, fare uso del termine “Femmincidio”, un brutto linguaggio per una brutta storia, ma sì, ne succedono tante, merita il primo piano, e quindi perché non sprecarci una parola che va tanto di moda, che, specialmente con “stalker” è un abbinamento che va sempre bene nei pranzi luculliani di fame da notizia pruriginosa della gente?

Ma è una storia che vale solo due colonne su un giornale. Ce ne sono tante. Andiamo, su, via…

Screenshot di una porzione della notizia riportata dall'agenzia ANSA
Screenshot di una porzione della notizia riportata dall’agenzia ANSA

Note del 22/06/2017: Questo post viene aggiornato e modificato in tempo pressoché reale. Scusate. Il presunto assassino di Ester Pasqualoni, secondo quanto riferisce il giornale radio regionale di Radio Uno alle 12,10, è stato ritrovato in fin di vita nella sua abitazione (ma “La Stampa” riferisce più genericamente che si trattava di “un appartamento”) di Martinsicuro. Spero che i medici facciano di tutto per salvarlo per poterlo vedere a difendersi dall’accusa di omicidio premeditato in un pubblico dibattimento e davanti a un giudice terzo.

Il Fatto Quotidiano riferisce che “la Pasqualoni aveva presentato al commissariato di Atri non una denuncia per stalking, ma un esposto, a inizio 2014.” e che “All’esposto erano seguiti degli approfondimenti e il successivo ammonimento del questore.” Successivamente, “ad aprile 2014 quando, trovandosi a camminare per Roseto degli Abruzzi, dove risiedeva, aveva chiamato i carabinieri segnalando che l’uomo era passato con l’auto e sembrava la stesse riprendendo. A quel punto, proprio a fronte dell’esistenza del provvedimento di ammonimento, i carabinieri di Roseto avevano fermato l’uomo, sequestrandogli la telecamera che aveva in macchina, e trasmesso un fascicolo in Procura.” Dopo la convalida del sequestro, il PM a cui era passata la pratica “aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo che era stata comunicata anche alla parte offesa che avrebbe fatto, tramite il suo legale, richiesta di accesso agli atti ma nessuna richiesta di opposizione.” Il giornale aggiunge che “Dopo l’archiviazione del fascicolo da parte del gip, nessun’altra denuncia. Il provvedimento di ammonimento tuttavia era ancora in corso, non essendo mai stato revocato.”

Nota del 23/06/2017: E invece il formalmente ancora presunto assassino di Ester Pasqualoni è morto. Così non ci sarà nessun processo (il reato è estinto per morte del reo) e nessuno pagherà. Tristezza nella tristezza. Con questa nota chiudo gli aggiornamenti di questo post: sono stati ben 14 in meno di due giorni. Adesso lo do per definito e definitivo. Su una cosa mi sono sbagliato, che questa storia (e avevo ripreso i versi di una canzone di Guccini) non valeva due colonne su un giornale. E invece sono stati tanti i giornali (anche a tiratura nazionale) che se ne sono occupati. In un solo giorno soltanto questo post (che è l’ultimissima ruota del carro) ha totalizzato più di duecento visualizzazioni. Oltre alle notizie ci sono stati gli approfondimenti e perfino gli accessori inutili (come quelli del GR3 Regionale dell’Abruzzo che ha insistito su alcuni aspetti della vita affettiva di Ester, aspetti del tutto estranei alla vicenda della sua tragica e assurda morte). Solo che da oggi non se ne parlerà più. Basta. La notizia ha esaurito il suo effetto dirompente, non “rende” più ascolti, l’audience si è progressivamente andata esaurendo ed è sparita dalle home page dei giornali più consultati. Andiamo, su, via…

Screenshot da corriere.it con l'indicazione dell'avvocato Caterina Longo secondo cui l'ordine di allontanamento nei confronti dell'aggressore sia stato revocato.
Screenshot da corriere.it con l’indicazione dell’avvocato Caterina Longo secondo cui l’ordine di allontanamento nei confronti dell’aggressore sia stato revocato.

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Forse non lo sai ma pure questo è amore

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E lui che t’ha portato via la donna che amavi d’un solo colpo. Un incidente, dicevano.

E lui che è ancora lì, in giro per il paese, dopo sette mesi. Sette mesi in cui hai covato una rabbia antica, un rancore infinito e la voglia di stenderlo una volta per tutte. Sette mesi in cui hai pensato e ripensato. Ne hai studiato le abitudini, i movimenti, i vizi. Lo hai pedinato e lo hai guardato in faccia, lui, l’assassino. Una, cinque, dieci, venti volte, non importa quante, serviva per imprimerti bene nella mente la faccia dell’imperdonabile.

E lui esce dal bar. E la pistola è lì, nel giubbotto. Puoi sentirla, fredda e quasi impersonale. Ma sai che non sbaglierà. Qualche parola, niente di più. E poi spari. E spari, spari e ancora spari.
E lui cade a terra. Chissà se ha avuto il tempo di pensare a qualcosa o a qualcuno. Prima c’era, adesso non c’è più.

E lui, che nessuna giustizia umana adesso potrà più condannare, è stato condannato dalla tua vendetta.

Forse non lo sai ma pure questo è amore.

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Tomato Day

Si è conclusa in tutte le ridenti località dell’Abruzzo Ulteriore e Citeriore la stagione del Tomato Day.

Il Tomato Day altro non è che la giornata intieramente dedicata alla produzione della conserva di pomodoro, conserva che avrà da bastare per tutto l’anno e possibilmente avanzare, in modo da poter raccontare a amici, vicini e parenti che “so’ fatt’ li pummador'” ma ce n’erano ancora 120 bottiglie dall’anno scorso, dunque l’autonomia era garantita, nel caso malaugurato che si presentasse a pranzare al proprio desco l’esercito della Battaglia di Custoza.

Tutto deve essere fatto in grande stile e in grande quantità perché non si sa mai, potrebbe sempre scoppiare un conflitto termonucleare globale, e allora via, pomodori a quintalate e sveglia alle cinque per la brava ed operosa massaia abruzzese, perché a farne di meno e a levarsi più tardi non si soffre abbastanza e non si espia completamente la colpa di stare al mondo.

Protagoniste incontrastate del Tomato Day, accanto al pomodoro che giace nelle più svariate forme e specie nelle cassette ammonticchiate, sono le bottiglie. Le bottiglie sono state messe da parte tutto l’anno, chè non si butta via niente, nossignori, che cazzo vuol dire “raccolta differenziata”? No, le bottiglie si riusano, sissignori, e una volta si riusavano anche i tappi, con cui la passata veniva sigillara una volta riempita la bottiglia che poteva essere di ogni tipo: frequentissima e ambitissima quella da 2/3 di birra col vetro scuro, ma non si buttan via nemmeno quelle da succo di frutta, ottime per una passata di pomodoro monoporzione (i single aumentano, qui in Abruzzo!). Una volta vidi perfino una bottiglia da liquore (uno di questi amari di qualche eremo sperduto, fatto con le erbe medicinali e officinali dei fraticelli zoccolanti) col tappo a vite.

E poi si comincia. Si badi bene: la giornata scelta per il Tomato Day ha da essere maledettamente CALDA, per aumentare vieppiù la sofferenza connessa al lavorare dalla prima mattina al tramonto.

La catena di montaggio tra chi pulisce i pomodori, chi li passa nella macchinetta (preferibile quella a mano rispetto a quella elettrica, perché non s’ha da risparmiare il patimento), chi travasa la polpa dalla tinozza di plastica per il tramite di un imbuto nelle bottiglie e chi le tappa deve essere perfettamente sincronizzata.

E via fino alla sera, con una sola pausa per il pranzo (parco, perché s’ha da patire!), col pomodoro come unico oggetto di interesse, col sugo che schizza da tutte le parti, e i semi che ti entrano ovunque, nei vestiti, tra i capelli, in mezzo alle dita dei piedi, e vài, cira, raccatta, imbuta, tappa. Bottiglie, bottiglie messe da parte, una dietro l’altra, con solenne voglia di farsi del male, perché esisteranno anche Pomì, Pomodorissimo, Polpa Pronta e Polpa Bella che forse costeranno anche meno rispetto a tutta quella mole di lavoro, ma noi non ci si fida e, soprattutto, s’ha da farci hara hiri coi San Marzano.

Giunti all’ultimo tappo c’è qualche masochista che propone di ripassare dalla macchinetta le bucce di primo scarto, onde spremerne il sugo fino all’esasperazione. Poi si passa alla bollitura.

La bollitura è una operazione complessa e ne va del proprio onore. Se durante la bollitura anche una sola delle centinaia di bottiglie ottenute si schianta, questo costituisce un’onta incancellabile, peggio di una condanna all’ergastolo per triplice omicidio premeditato. “Non mi se n’è schiantata neanche una!!”, dirà con tronfio orgoglio il gentiluomo abruzzese. La bollitura avviene in un bidone dove le bottiglie vengono adagiate con stracci e altri ammortizzatori di non si sa bene cosa.

Una volta raffreddato il tutto, le bottiglie son pronte per essere riposte nei rifugi antiatomici e da poter orgogliosamente avanzare anche l’anno successivo. Ohimè!

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La Signora della porta accanto

Letizia Marinelli

Questa signora è la nuova arma di distrazione di massa della disinformazione  e del pettegolùme abruzzese.

Credo che tutti siano d’accordo nel ritenere, insieme a lei, che l’adulterio non è più reato. E possiamo tranquillamente aggiungere che ognuno fa la nanna con chi vuole, avendo da rispondere esclusivamente alla propria coscienza e alla propria famiglia, se ne ha una.

Basta, non c’è altro.

Non ce ne frega niente se ha trascorso una notte d’amore con il Governatore Chiodi nella stanza 114 dell’Hotel del Sole di Roma, piuttosto che se ha occupato con lui o con chiunque altro, ma anche da sola, la numero 3 di un albergo a ore (“la meno schifosa”, secondo una canzone di Herbert Pagani). Né tanto meno se quella notte d’amore sia stata il frutto di una debolezza o di una passioncella passeggera o se quella relazione sussista tuttora.

Ci interessa, casomai, con quali soldi quella notte d’amore, ovunque consumata, sia stata pagata, se coi soldi pubblici o coi loro soldi privati.

Perché se è stata pagata con i soldi privati sono ancora affari loro e la cosa non costituirebbe notizia. Se, come pare, sarebbe stata pagata con i soldi pubblici, allora è solo questo il dato che importa. Se Chiodi fosse stato da solo e avesse pagato con la carta di credito della regione una dormita prima della quale si fosse fatto portare, che so, una bottiglia di champagne, sarebbe stata la stessa cosa.

Se ci sono stati favoritismi nei confronti della signora stessa o di suoi familiari lo si dimostri e basta. Se no lasciatela in pace.

Perché quella che è passata in secondo piano è stata la dichiarazione dello stesso Chiodi: “Ho sentito Silvio Berlusconi e non ho alcun dubbio sul fatto che sia io il candidato di centrodestra”.

E vincerà.

 

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A Roseto degli Abruzzi piove, l’acqua ha cattivo odore e le scuole restano aperte

A Roseto degli Abruzzi piove. Tanto. Da sempre. E quando piove si allagano le strade e gli scantinati. Lo sanno tutti, ma alla prima asciugatina di un raggio di sole la gente se ne dimentica. Siamo fatti così, ci piace inzupparci le ossa e buttare via un po’ di roba ammontonata nei garages, ogni tanto.

L’ufficio stampa comunale, l’11 novembre scorso, alle 23:24 (perché, si sa, a quell’ora tutta la popolazione guarda il sito web del Comune!) informava che erano previsti “forti venti, una forte attivita’ elettrica , forti rovesci e mareggiate.” E che
“L’ intensa fase di maltempo è prevista anche per domani sera (12 novembre) con elevato rischio alluvionale.”

Ora, c’è stato un “elevato rischio alluvionale”, segnalato dalla Protezione Civile, e il sindaco NON ha chiuso le scuole. Anzi, ha invitato a “evitare di mettersi in auto in caso di forte maltempo”.

Ma come si fa, appunto, a evitare di portare i propri figli a scuola (perché le scuole sono aperte) o a recarsi al lavoro se in quel momento piove a ciel rotto? E anche se il maltempo non dovesse essere “forte”, ma appena appena accentuato, sarebbe forse meno rischioso mettersi in giro, considerato il succitato “elevato rischio alluvionale”?

 

In una piccola parte di Roseto l’acqua dei rubinetti puzza. Il comunicato del Comune parla di “cattivo odore”. Cambiando l’ordine dei fattori linguistici il risultato non cambia.

Un secondo comunicato del Comune riferisce che “il Sindaco consiglia precauzionalmente di non utilizzare l’acqua per uso alimentare. Giusto. Non si fa cuocere la pasta nell’acqua maleodorante. Non la si beve per precauzione, potrebbe essere inquinata o far male, in attesa che giungano i risultati delle analisi della ASL. Non la si usa per fare il pane o per lavare le verdure e la frutta. Sacrosanto.

Ma perché, un uso NON “alimentare” è raccomandabile? Si può usare quell’acqua per lavarsi i denti? Per fare la doccia? Per lavarsi le parti intime? Per lavare i bambini al cambio dei pannolini? Per lavarsi i capelli? Perché non ce lo spiega nessuno? Magari la gente dovrà continuare a farsi dei bidet di Ferrarelle!

Si dice che il fenomeno dell’acqua puteolente interessi “in particolare la Via Salara, Frazione Voltarrosto”.

A Voltarrosto ci sono delle scuole (asilo, scuole elementari e due istituti superiori). Come facciamo a sapere che l’acqua maleodorante non sia arrivata anche lì?? Non sarebbe il caso di dare informazioni attraverso il maggior numero di strumenti possibile? E invece il Comune di Roseto non aggiorna più la sua pagina Facebook dal 20 dicembre 2012. Piace a 1764 utenti, una percentuale molto esigua rispetto alla popolazione globale. Un motivo ci sarà.

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