Sui traduttori e i revisori di bozze di David Sedaris

Mia moglie è un po’ di tempo che ci sta limando sordo con questo David Sedaris, che è uno scrittore-giornalista dotato di uno straordinario e acutissimo senso dell’osservazione e dello humor, per il quale lei va matta, mentre io lo trovo, tutt’al più, gradevole e leggibile, al punto da farmi strappare qualche sorriso qua e là.

In Italia i suoi scritti sono stati pubblicati da Mondadori e ho dovuto rinunciare al mio embargo nei confronti della casa editrice di Silvio “Arnoldo” Berlusconi (speriamo che la buonanima non si offenda per l’accostamento ardito) per motivazioni prettamente coniugali. Parigi val bene una messa.

Quand’ecco che decido di attaccare dal suo “Mi raccomando, tutti vestiti bene” (che a Livorno sarebbe stato tradotto con un “Dio ti guarda, vèstiti ammodino!”), titolo originale dell’opera “Dress your Family in Corduroy and Denim“.

Sedaris oltre ad avere una scrittura fresca e scorrevole strizza l’occhio al suo lettore intitolando alcuni dei suoi scritti brevi (ogni suo libro ne è una raccolta, un po’ come fa la Littizzetto con sedani, le carote, i pinzimoni, i ravanelli e quant’altro, solo che la Littizzetto è ormai ben lontana da tutto quello che ha scritto -anche questa è di mia moglie e mia moglie è un genio-) con titoli di brani o di album fondamentali della sua e mia generazione.

Il primo racconto della raccolta si chiama, in inglese, “Us and them“. Che, voglio dire, è un brano celeberrimo dei Pink Floyd, si trova in “The Dark Side of the Moon” e lo sa anche il gatto che passa davanti casa mia con una provvidenziale lisca in bocca.
Se io leggo la versione originale la prima cosa che mi viene in mente è canticchiare il seguito: “…and after all we’re only ordinary men”.
Se leggo la traduzione italiana “Noi e loro” non mi viene in mente un cavolo di nulla.

Lo stesso dicasi per il successivo “Full House“, tradotto (opportunamente, non c’è che dire) “Carte false”, ma, cavolo, era un disco della Fairport Convention, chi non si ricorda “Walk awile” che apriva il lavoro??

Un altro disco citato è “Hejira” di Joni Mitchell. Un lavoro fantastico. Basterebbero, nell’ordine “Coyote“, “Amelia“, “Furry Sing the blues” e “Song for Sharon” a chiudere la partita. E’ stato tradotto con “Egira” che, probabilmente, più che una traduzione è una traslitterazione (come lo è, del resto, la parola inglese).

In breve, bisognerebbe immaginare queste musiche come sottofondi di quello che si legge, e allora tutto assumerebbe una valenza diversa e più compiuta, ma la traduzione italiana ci allontana dalle colonne sonore di questo sempiterno filmato in super8 che è la scrittura di David Sedaris.

E dire che sarebbe bastato lasciare i titoli inalterati.

Ci sono poi un paio di obbròbri tipografici che vi ammannisco volentiere, giusto per sottolineare che anche il libro viene considerato come un bne di consumo, e allora chi se ne frega dell’ortografia e della grammatica.

Si tratta di un “Be’, ce n’è sarebbe” per “Be’, ce ne sarebbe

e “Un auto” scritto senza apostrofo.

9 euro e 50 per un siffatto tascabile. Dia, dia pure qui…

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