Stefania Craxi condanna il vilipendio sul cadavere di Benito Mussolini Buonanima

Stefania Craxi è, notoriamente, persona equilibrata, coerente, poco incline alla polemica, per nulla arrabbiata con il prossimo, tanto che se le si ricorda che il padre, Bettino Craxi, è stato condannato a:    * 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai il 12 novembre 1996;
* 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese il 20 aprile 1999

e che non ha mai scontato queste condanne, preferndo autoesiliarsi ad Hammamet, fa spallucce e lascia che il dibattito prosegua, senza intervenire minimamente e senza mostrare sbalzi di umore, preferendo ritenere, come è giusto ritenere, che esiste la possibilità per tutti di non condividere determinate posizioni e, dunque, manifestare dissenso (si può dire “dissenso”?)

Quando non è occupata ad ascoltare rispettosamente anche le opinioni a lei avverse, in occasione dell’anniversario della sua morte (28 aprile 1945), verga queste frasi in memoria del caro zio Benito, ricordando che la Cara Salma è stata sputazzata, vituperata, presa a calci, vilipesa e persino appesa per i piedi a Piazzale Loreto cosa che proprio non si fa, eh, no, non sta bene, se si pensa che dittatori ben più sanguinari come Sua Eminenza il Cardinal Francisco Franco o Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Augusto Pinochet sono stati sepolti con la benedizione della Chiesa Cattolica.

Ascoltiamo, dunque, con lo stesso democratico afflato, il contributo di Stefania Craxi alla pacificazione del Paese:

“Trascorso il 65esimo anniversario della Liberazione, non vi è stato nessuno, nel panorama politico e istituzionale della nazione, ad aver avuto il coraggio politico e l’onestà intellettuale di compiere un gesto simbolico e importante volto a restituire agli italiani la verità della loro storia: recarsi a piazzale Loreto per un atto di cancellazione dell’atroce oltraggio inflitto al cadavere di Benito Mussolini”

“Potrebbe apparire una provocazione eppure piazzale Loreto era e resta, con tutti i suoi significati, il simbolo incancellabile di un’epoca e del suo sanguinoso epilogo, teatro non di una, ma di due tragedie dolorose e terribili. L’eccidio di quindici martiri antifascisti, fucilati contro una staccionata di legno, una mattina d’agosto del 1944 da militi della repubblica sociale; le barbarie inflitte dalla folla nell’aprile del 1945 ai cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci, dei fucilati di Dongo e l’esecuzione infine di Achille Starace, ex segretario del Pnf, fucilato sul posto, dopo un processo sommario, dai partigiani antifascisti, sotto il macabro scenario dei cadaveri appesi per i piedi alla tettoia di un distributore di benzina”.

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