Stanno impacchettando l’Abruzzo terremotato

L’Abruzzo terremotato, la città de L’Aquila, tutto ciò che il 6 aprile scorso rappresentava un simbolo, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, viene puntellato e impacchettato.

Non si sa per farne cosa, con ogni probabilità per lasciarlo così nei secoli dei secoli.

La Chiesa di Paganica era diventata l’allegoria della distruzione, del senso di precarietà, del pericolo imminente. Non è cambiato nulla, tranne qualche maceria rimossa e un cabbione di legno e metallo che cerca di contenere eventuali crolli all’interno, mentre nel paese, fantasma, passeggiano i cani randagi, e la gente non si incontra più nei luoghi tradizionalmente deputati (le piazze, le strade) ed è stata concentrata in direzione della Statale, in enormi casermoni antisismici ("piattaforme", le chiamano) come alveari impossibili ad altissima densità umana. Segno che in paese non si tornerà più. Che, piano piano, la vita, le scuole, le case, il concetto stesso di abitazione e di comunità sarà sostituito dal modello Berlusconi & Bertolaso (edilizia antisismica orrenda e poco funzionale), e la gente comincerà a crederci.

Ciò che è provvisorio diventerà sempre più definitivo, e il paese allora lo si mette in cassettoni di legno, come si fa per i traslochi, o per le cose che "potrebbero sempre servire ma intanto impicciano", si mettono delle reti di recinzione invalicabili (per fortuna non dalla macchina fotografica) come se la desolazione e l’inefficienza nella ricostruzione fossero vergogne che possono essere nascoste da un groviglio di metallo a maglie larghe.

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