Sono su TikTok

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Sono su TikTok.

Le ragioni della scelta di questa mia presenza sono alte e nobili. O ignobili, a seconda di come la si veda. E di certo non hanno nulla a che vedere con la mia determinazione generale e generica di guardare con legittimo sospetto il mondo delle reti di comunicazione sociale. Ripeto: ho i miei buoni motivi per farlo, di cui voi non sapete e non capite un cazzo, e sarebbe anche l’ora che ve ne faceste una ragione.

TikTok fa schifo. Schifo. Ma è la rappresentazione viva e tangibile, magari un tantinello impietosa, della realtà. E’ uno specchio, che restituisce un’immagine senza filtri. C’è gente immonda. Non perché sia TikTok, ma perché la gente è immonda. Minorenni che mostrano il culo e le tette, attori improvvisati che raccontano le barzellette, aspiranti influencer, gente che vuole esprimere la propria opinione a tutti i costi (ed è convinta anche di avere ragione), ragazzini che fanno i cretini, vecchiacci bavosi che parlano di sesso, vecchiacce ringrinzite che parlano di sesso, quarantenni ipertatuati che parlano di sesso, adolescenti brufolosi che parlano. Di sesso. A volte. E poi avvocati che danno consigli legali gratis, pur di esserci anche loro, gente dello spettacolo che se la tira, chiareferragni, un esercito di persone fastidiose che parlano in corsivo (la moda del momento), truffatori, terrapiattisti, complottisti, onanisti, feticisti del piede, ma soprattutto guardoni. Tanti, tanti guardoni. Insomma, il posto ideale per me. Del resto, se il paradiso è Facebook, luogo tradizionalmente deputato alla pesca a strascico (“io butto la rete in mare, poi chi ci casca ci casca“), o Twitter, luogo tradizionalmente deputato al non dire un cazzo, questo è l’inferno.

TikTok è come la politica: se proprio devo scegliere tra il troiaio FI e il troiaio PD scelgo il primo. Quanto meno è quello originale. Come il peccato. O un prodotto Apple. O come quelli che mandano i vocali invece di scrivere come tutti i cristiani.

Io vado a fare la serpe in seno. Venite anche voi?