Simona Nicchiarelli – Cosmonauta – Roseto Opera Prima 2010

Alla fine la frescura l’ha fatta da padrona sulle scomode poltroncine in pura plastica dell’Arena delle Proiezioni all’aperto del concorso cinematografico "Roseto Opera Prima", di cui, non so nemmeno se ve l’ho detto, sono, manco a dirlo, giurato, e che jersera è giunto a metà del suo cammino di quest’anno.

Film in concorso "Cosmonauta" di Susanna Nicchiarelli, con Claudia Pandolfi e Sergio Rubini, prodotto dalla Fandango e con tanto di logo "Rai Cinema", per essere un’opera prima di soldini ne ha visti in giro, la regista, che, guarda caso, ieri sera non c’era perché doveva andare a promuovere il film in Francia dove, a dire della presentatrice sarebbe "molto amato", oh, e va beh, e allora che la prèmino i francesi (che, come dice Paolo Conte, ci "rispettano").

Pur senza la presenza della regista il film è gradevole, i ruoli sono ben recitati, la sceneggiatura scorre bene, la storia di Luciana, la protagonista, scorre bene ed è a tratti avvincente fino a suscitare momenti di vera e propria commozione.

Luciana, figlia di Mario, attivo e fervente comunista, morto nel 1957, eredita dal padre un attivismo e una passione politici molto spiccati e sinceri. Si dichiara "comunista" dalla prima scena, e assieme al fratello, malato di epilessia, ripercorre le tappe di una specie di formazione personale non priva di dolori.

Sono gli anni delle conquiste spaziali dei russi, dalla cagnetta Laika al volo di Gagarin, Luciana è intrisa di passione e di propaganda, di idee originali (che le verranno sempre e costantemente rubate, come si fa con tutte le persone intelligenti) e turbamenti interiori, di odio nei confronti della madre (una iconografica Claudia Pandolfi) che, regolarmente, non la capisce, anzi, si sposa in seconde nozze con un fascistone (Sergio Rubini) che autorizza persino a picchiare i suoi figli, eh, le donne italiane degli anni sessanta, altro che boom economico…

Luciana conosce la sezione, gli atti di teppismo, gli amori, i primi approcci alla sessualità regolarmente buttata via con il primo cretino che passa in "sezione" e la rivalità con le "oche", compagne di scuola. Il tutto mentre si aspetta che i russi vadano sulla luna, fino a scoprire che ci andranno gli americani.

Luciana trova in Marisa (interpretata dalla stessa regista) una sorta di madre-sorella che non ha mai avuto. Ma la tradirà ancche lei, aderendo a un bigottismo comunista secondo cui "la reputazione è importante" e che non si amoreggia mai tra compagni di partito.

Il tutto, dicevo, condito da una buona dose di empatia che arriva perfino a commuovere lo spettatore ma c’è qualcosa nel film che non funziona.

La colonna sonora inizia con "Nessuno mi può giudicare", per proseguire con "E’ la pioggia che va…", include "Cuore matto" e "Io che amo solo te",  in cover gradevoli, e forse è proprio l’ultima canzone, quella di Sergio Endrigo ad essere "sincronizzata" con la narrazione storico-cronologica del film.

"Nessuno mi può giudicare" della Caselli è del 1966, e il film comincia nel 1957.

E poi la storia, la storia del comunismo che sembra essersi fermata ai voli nello spazio dell’Unione Sovietica, invece un anno prima del 1957 c’era stato il colpo di mano dei russi in Ungheria, nel 1959 la rivoluzione cubana, Giovanni XXIII e John Fitgerald Kennedy che muoiono nel 1963, il mondo sull’orlo del terzo conflitto nucleare, sono tutti temi di cui una ragazzina come Luciana, sempre in contatto con quotidiani di partito, sezione e compagni, deve per forza essere venuta a conoscenza.

Invece il film resta lì, sospeso, contestualizzato ma non storicizzato, e questo è un vero peccato, perché certa fotografia che ricorda i filmini in Super 8 e la Pandolfi che sembra la massaia del doppio brodo Star sono veramente da salvare.

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