Sì, io sto con la vittima

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Dopo la pubblicazione delle mie poche righe in difesa della vittima 15enne del carabiniere di 23 anni di Napoli, uccisa a colpi di pistola dopo il tentativo di rapina di un Rolex, ho ricevuto, soprattutto sull’ineffabile Facebook, culla di critiche, giudizi, pregiudizi e ditini puntati, una serie praticamente infinita di “osservazioni” a cui ho fatto fatica a stare dietro, anche se, fino ad ora, ci sono riuscito, la più gentile delle quali mi chiedeva e si chiedeva se del caso io non avesso subìto un trauma cranico di recente, perché, si sa, a star dalla parte dello Stato di diritto vuol dire che si è un po’ “picchiati”.
Torno più diffusamente sul tema e cerco di rispondere alle critiche che mi sono pervenute.
Quello che abbiamo di certo in tutta questa vicenda è che un malvivente di 15 anni è stato ucciso da un carabiniere di 23 che prima lo ha raggiunto con un colpo al torace, poi gli ha inferto un altro colpo alla nuca. E sappiamo anche che il carabiniere è stato raggiunto da una indagine per omicidio volontario, atto dovuto, certo, per lo svolgimento di attività di irripetibili, ma intanto il capo di accusa non è quello di eccesso colposo in legittima difesa, come ci si aspettava.
Le opinioni ruotano intorno a questi fatti. Che nessuno, dico, nessuno, può mettere in discussione. E’ accertato cioè che un rapinatore-bambino (perché se non si è bambini a 15 anni…. su, via…) è morto e che ad ucciderlo, anche per sua stessa ammissione, sia stato il Carabiniere.
Io, naturalmente, non so niente, ho solo la parola come arma di denuncia e di espressione, non certo una pistola d’ordinanza, ma il Carabiniere in quel momento rappresentava (in servizio o no) lo Stato. E quando lo Stato si trova davanti a un crimine, la prima cosa da fare, paradossalmente, non è preservare la vittima di quel crimine (che infatti si è “preservata” da sola), ma proprio preservare l’autore del reato perché non faccia ulteriore danno e male a se stesso e agli altri. “Nessuno tocchi Caino”, diceva qualcuno. E questo è il compito di chi appartiene alle forze dell’ordine: prevenire e reprimere i reati.
Se, quindi, quando un individuo in un momento particolare della sua esistenza viene affidato allo Stato, non gli deve succedere niente. La storia (che non è più cronaca, ma sono atti accertati giudizialmente) è piena di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi che gridano verità, perché nel momento in cui erano sotto le mani delle forze dell’ordine, affidati quindi allo Stato, sono stati uccisi, poco importa se con l’anima levàta a forza di botte, come diceva il poeta, o con due colpi di arma da fuoco. Primo, non nuocere.
Alla notizia della morte del giovane, parenti, amici, baby gang di stocazzo hanno devastato e distrutto il Pronto Soccorso dove il ragazzo era stato ricoverato nel tentativo estremo e vano di salvargli la vita. E’ un atto vandalico sicuramente esecrabile e da condannare subito, mi auguro solo che gli autori del gesto paghino in fretta per quello che hanno commesso, ma è anche una non-notizia, o, meglio, una notizia che è servita ai mezzi di comunicazione di massa per distrarre l’attenzione dalla responsabilità oggettiva del carabiniere.
Qualcuno, su Facebook, mi scrive: “ma se non c’eri?!?… Che ne sai dell’effettiva dinamica??…” E’ vero, io non c’ero. Non c’era nemmeno chi ha esteso questo giudizio. Ma la ricostruzione dei magistrati (che non c’erano nemmeno loro, peraltro) li ha portati a emettere un provvedimento di indagine per omicidio volontario e, come ho già detto, non per eccesso colposo in legittima difesa. Li chiamano “atti dovuti”. Il che significa che l’autore dell’uccisione del ragazzo dovrà comparire davanti a un giudice (che non c’era neanche lui al momento dei fatti, ma che i fatti dovrà giudicarli) e che, se riconosciuto colpevole, gli infliggerà una pena. Che non c’è? No, la pena ci sarà, e io mi auguro solo che alla fine di una serie di procedimenti penali per omicidio volontario, se questa persona verrà riconosciuta colpevole, nel momento in cui la pena diventa definitiva e passata in giudicato, questa persona (che si sarà adeguatamente e prontamente difesa davanti ai suoi giudici) paghi il suo debito con la giustizia come accadrebbe a qualunque cittadino italiano, anche non carabiniere. E mi auguro anche che, per favore, smetta la divisa che indossava. Magari nel frattempo può svolgere qualche servizio non armato, che so, lavoro di ufficio. Ma intanto almeno che gli venga tolta quella pistola che portava con sé con tanta disinvoltura. Anche questi sono atti dovuti nei confronti dei cittadini che pagano per lo stipendio di chi li deve proteggere, e che nel momento più alto del pericolo, non poteva mettere a repentaglio la vita di nessuno, che si trattasse di una persona onesta o di un malvivente.
Altra critica che mi sono sentito rivolgere è quella di essermi erto a “giudice” di questa triste storia. Quella del “Non giudicate e non sarete giudicati” è una eredità che ci viene dal Cristianesimo ed è un sistema molto comodo e confortevole di addormentare il pensiero autonomo. E comunque io non ho mai giudicato nessuno. Anzi, caso mai ho auspicato che chi ha commesso un reato di questa gravità fosse giudicato, e al più presto, con tutte le garanzie, dai suoi giudici naturali e terreni. Del giudizio divino ci occuperemo dopo, se mai.

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