Severgnini, l’anonimato e gli pseudonimi



Di Beppe Severgnini ho già parlato, en passant, qualche mese fa.
Non ho assolutamente nulla contro di lui, lo considero uno scrittore ed opinionista leggero, ideale e divertente da leggere in aereo per passare quelle due o tre ore da Roma a Dublino (o Londra, O Berlino, o Parigi, O Budapest, o…) e/o viceversa, giusto per distrarsi dalla tensione che ci prende quando siamo in quota e che ci fa aggrappare alla moquette dell’aereo direttamente con le dita dei piedi. Quei libri comprati nelle librerie internazionali degli aeroporti di tutti il mondo, e di cui poi regolarmente ci dimentichiamo con un sorriso assieme al nostro carico di souvenirs, carte d’imbarco scadute, passaporti da rimettere a posto, calzini sporchi da lavare, e una scheda da 2 Gb di foto che avremmo voluto far vedere ai nostri amici di Facebook.
E, comunque, quella di Servergnini è una letteratura di "genere", da gentleman d’antan, da ritrattista dei vizi e costumi degli italiani, e mi va anche bene, ma recentemente ha scritto un articolo sull’anonimato in rete (1) che mi ha lasciato alquanto interdetto, dal titolo "Blog, forum o gorillaio (abbasso l’anonimato!)". Evviva, almeno fin dal titolo sappiamo come la pensa Severgnini e possiamo decidere se andare avanti nella lettura o meno.

Scrive il Nostro:
"La questione è quella dell’anonimato. E’ stato detto e scritto, anche da parte di persone informate e perbene, che rappresenta la libertà. Non sono sicuro di questa equivalenza, in una società aperta. Temo possa diventare, invece, un invito all’irresponsabilità e una copertura per l’ignavia; a lungo andare, la ricetta per l’irrilevanza. Non sapere chi dice una cosa rende questa cosa meno interessante: non viviamo dentro un romanzo di Sciascia."

Ora, l’affermazione secondo cui non si vive dentro un romanzo di Sciascia mi pare facilmente confutabile. Di uomini, mezzi uomini, ominicchi e quaqquaraqquà è pieno il mondo e Severgnini è troppo intelligente per non essersene accorto. Chiaramente è una captatio benevolentiae.
L’anonimato, in rete e non, sicuramente rappresenta la libertà anche in una società aperta. Si va dalla libertà di non indicare il mittente in una lettera alla fidanzatina per paura che la mamma di lei ci sgàmi alla libertà di fare squilli anonimi con il #31# premesso al numero di telefono dell’amante per evitare che la sgàmi il marito e la corchi di mazzate. Sono solo due degli usi (il primo è un po’ romantico e assai rétro, lo ammetto…) più diffusi e quotidiani di anonimato.
Ci possono essere migliaia di motivi per cui uno decide di restare anonimo, e possono essere tutti legittimi e perfino di beneficio (se non altro per evitare le mazzate di cui sopra). Ma questo l’ho detto tante volte.

Poi, parlando del suo blog "Italians", ospitato dal Corriere on line, chiarisce:
"Da tre mesi abbiamo introdotto la possibilità di commentare le dieci lettere quotidiane (le migliori tra quelle che arrivano). Immediato successo (di numeri) e immediati problemi (di comportamento). Firmandosi Lettore 98765, Scarpette Rosse o VendicatoreBrianzolo – nomi di fantasia, non voglio gratificare gli esibizionisti – molti hanno preso a tempestare il blog di ripetuti, petulanti, lunghissimi, anonimi commenti."

Il problema di Severgnini non è, dunque, l’anonimato ma lo pseudonimato, di cui, si sa, la rete è piena.

Severgnini confonde un vezzo con un diritto. Il fatto che Internet sia piena di gente che pensa di potersi rendere invisibile firmandosi "Lambretta" o "Paciughina58", oppure ancora "SciurCumménda" (nomi anche i nostri di fantasia, e comunque, seguendo il ragionamento di Severgnini, di esibizionisti ne abbiamo molti, e gli spammer, grazie al cielo, non mancano…) , non significa che questo sia anonimato.
Scambiare l’anonimato per maleducazione, o pretesa di impunità, in rete è profondamente sbagliato. Perfino un blog scalcinato come questo registra gli indirizzi IP di tutti i commentatori. Scegliersi uno pseudonimo in rete è un po’ come pretendere di andare in giro con una macchina e non voler essere identificati dal numero di targa. Indignarsi per questo significa non sapere come funziona la rete. Non c’è nulla di male a non sapere come funziona la rete, e, certamente, nessuno è degno di critica solo per questo, ma le opinioni si agganciano sempre ad altre opinioni. Petulani? Noiose? Ripetute? E sia. Ma l’anonimato (ossia l’essere effettivamente irrintracciabili sulla rete) è ben altro. E’ quello che permette a chi vive o opera in regime di censura o di limitata libertà di informazione e comunicazione di non essere perseguito per quello che scrive. Severgnini potrebbe dire che lui ha parlato di chi vive in una "società aperta". Appunto. Sarà mica una
società aperta quella che ci mette al 77° posto nel mondo per libertà di informazione!


"Tra i compiti di un grande giornale, sono convinto, c’è anche quello di chiedere una piccola prova di educazione civica. E adesso, avanti: ditemi pure che sbaglio. Ma ditelo mettendoci nome e cognome."

Severgnini sbaglia. E io il mio nome e cognome sul mio blog ce l’ho sempre messo.
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