Sentenza Google: la rete e’ finita (la mia generazione ha perso)

Questo blog è un morto che cammina.

Quasi tutta Internet è un morto che cammina. Quella che non lo è, costituisce il vero Grande Fratello e si gioca la partita del controllo dei contenuti in rete.

La sentenza contro Google costituisce un precedente gravissimo, inaccettato da tutti perché inaccettabile, ovvero quello che il provider, in quanto provider debba essere in qualche modo responsabile del contenuto, più o meno lecito, che vi immettono i propri utenti.

Non ci sono e non ci possono essere altre interpretazioni. E’ l’inizio della fine, è il tarlo del tubbio che, instillato nella rete, non riuscirà più a venirne fuori.

Se Google è responsabile di aver omesso la vigilanza sui contenuti, il castello di carte va a farsi benedire.

E vuol dire che la famosa libertà di espressione in Internet non c’era, non c’è, non c’è mai stata.

Quasi tutta Internet si basa sui provider, sui siti in hosting, sulle caselle di posta elettronica prese da libero.it, da email.it e da chi più ne ha più ne metta.

Aruba e Register.it ospitano milioni di siti web, piccoli e grandi, se dovessero mettersi a controllare uno per uno i files che hanno non resterebbe in piedi nessuno, perché molti dei contenuti potrebbero essere o apparentemente illegali o manifestamente illegali, vagamente allusivi, protetti da copyright, violenti, finiremmo come in Cina.

Ed è a quei livelli che stiamo effettivamente finendo.

Il mito del libero scambio delle opinioni era, ed è, appunto, un mito.

Ci hanno raccontato un sacco di balle con questa storia di Twitter che permette agli studenti iraniani di esprimersi liberamente, con Facebook che permette agli amici e agli amici degli amici di comunicare tra di loro, di YouTube che libera la tua fantasia, degli aggregatori di contenuti di tutto il fottutissimo Web 2.0.

Sono bugie. E basta.

In Italia non è possibile permettersi il lusso di essere digitalmente liberi.

Il potere in Internet ce l’hanno i colossi. Se Aruba decide di spegnere l’interruttore milioni di individui si vedranno oscurare siti, blog, iniziative.

Possono farlo anche domattina. Ti rimborsano il doppio di quello che hai speso per aprire il sito e ti dicono "Caro Pallette, noi riteniamo che uno solo dei tuoi file sia lesivo di un diritto X altrui, quindi, siccome non abbiamo voglia di fare la fine di quelli di Google per colpa tua, non vogliamo correre rischi e ti oscuriamo il sito. O il singolo contenuto. O quello che ci pare".

E la stessa cosa possono fare Splinder, i provider di caselle di posta elettronica come libero.it e molti altri.

Siamo fregati, tutto è in mano al potere discrezionale o al panico di pochissimi.

Se un’informazione non sta bene a chi dirige Wikipedia, la gente, semplicemente non avrà QUELLA informazione su Wikipedia, che è grave. Ma se Wikipedia avesse, poniamo il caso, i suoi contenuti in hosting in Italia, e ci fosse un solo contenuto, uno solo che venisse reputato inidoneo, quell’informazione non passerebbe a maggior ragione.

Così, la partecipazione democratica e paritaria alla rete è subordinata agli umori e agli interessi aziendali di pochissimi.

E se questo blog muore "solo un po’", vuol dire che tutto il resto di Internet non sta mica tanto bene…

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Comments

  • Kauterio  On 1 Marzo 2010 at 08:48

    Una sentenza veramente terzomondista.

    E aspetta, quella dell’automobolista che si è fermato in corsia di emergenza per pisciare e ha ammazzato un motociclista… assolto in ca(zz)ssazione perchè “è normale fermarsi in corsia di emergenza per fare pipi'”? Mah.

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