Scuola: quando si muore di competenze trasversali

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La cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” è uno degli zoccoli duri della scuola italiana più dibattuti e osteggiati.

La sua obbligatorietà negli ultimi tre anni delle scuole superiori, licei inclusi, è stata sancita dalla Legge 107 del 2015, la cosiddetta “Buona scuola”, che sembra più una scuola “alla buona”.

Come spesso succede nella scuola italiana, anche l'”alternanza scuola-lavoro”, dal 2015 ha già cambiato nome. Tutto cambia nome, nella scuola, continuamente. Lo fanno apposta, per disorientare. Per cui i Presidi sono diventati “Dirigenti scolastici”, i bidelli “collaboratori scolastici”, i pagellini “valutazioni interquadrimestrali”, i ricevimenti “colloqui familiari”, in mezzo a migliaia di acronimi, il RAV, il PTOF, il PEI, il DSA, il PDP, il PDF, la PEC e tutto quanto fa spettacolo. E l’alternanza scuola-lavoro ora si chiama “Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento”. E’ singolare questo cambio denominazionale perché fa pensare a qualcosa di importante. Chissà cosa saranno mai queste “Competenze Trasversali”!

Ovviamente, come su tutto quello su cui c’è da guadagnare qualcosa, gli insegnanti ci si buttano a pesce. Voglio dire, per gli alunni in alternanza è stata istituita la figura del “tutor”, e quale occasione migliore per fare bella figura? Ma sì, basta con la scuola che educa, basta fornire agli studenti gli strumenti critici per crescere e pensare con la loro testa, perché se la scuola diventa anche un (bel) po’ azienda, allora c’è bisogno anche di un “tutor”. Termine che sgrava dalle responsabilità e fa anche sentire importanti.

Insomma, tutti lì a esaltarsi e a spartirsi la torta, per un paio di centinaia di eurini in più alla fine dell’anno. Poi, come spesso succede nella scuola, l’imprevisto. L’imprevisto è ciò che non avevi messo in conto, programmato, dato per possibile. E nessuno, dico NESSUNO dà per possibile che un alunno muoia per l’alternanza scuola-lavoro (eh, come si fa a morire? Sono “competenze trasversali”, e che cazzo!). Come è accaduto che Lorenzo Parrelli, un ragazzo di 18 anni di Castions di Strada (Udine) è morto perché ha ricevuto un cavo di acciaio in testa durante la sua ultima giornata di alternanza. Sorprendentemente, molti giornali, anche on line, che hanno riportato la notizia, NON segnalano che lo studente stava acquisendo delle “competenze trasversali”, e che se invece di starsene presso un’azienda meccanica che si occupa di realizzare bilance stradali, se ne fosse stato a scuola a studiare FORSE a quest’ora sarebbe ancora vivo.

Qualche emerito imbecille, sui social, si è già fatto avanti con frasi tipo “Io insegno in un Liceo Classico, da noi queste cose non succedono!!” Tutta gente che al rientro al lavoro avrebbe solo diritto a ritrovarsi la porta chiusa.

Laconiche e lapidarie certe parole del Ministro per l’Istruzione Bianchi:

“Incidenti come questo sono inaccettabili, come inaccettabile è ogni morte sul lavoro.”

Ma Lorenzo non è morto sul lavoro. E’ morto di scuola e nel contesto di una formazione scolastica, se è vero come è vero che gli “stages” sono obbligatori e formano parte del percorso formativo dell’alunno per un triennio intero. “Morte sul lavoro”? Era pagato questo povero ragazzo? No. E allora? Di che cosa stiamo parlando? Di manovalanza gratuita, mani a bassissimo prezzo se non a costo zero, persone giovani, anzi, giovanissime, spesso anche minorenni che male che ti vada, se sei un avvocato ti ritrovi dopo una settimana con le pratiche in ordine, se sei una azienda con le fatture archiviate. Se poi ti va male ti ritrovi con una indagine addosso per omicidio colposo perché a qualcuno, nel 2015 è venuta la bella idea di aziendalizzare precocemente i nostri figli e di farci credere che questa è “buona scuola”.

Morire di lavoro è terribile, ma morire per qualche effetto o meccanismo perverso della scuola è del tutto inaccettabile. Lorenzo non è morto solo perché una putrella che non doveva stare lì gli ha colpito la testa. Lorenzo è morto perché qualcuno ha deciso per lui che è meglio passare 400 ore nell’ultimo triennio a rischiare di morire piuttosto che stare sui banchi a parlare di Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Verga, Manzoni e compagnia cantante. Che vale più il “saper fare” del “sapere”, l’abilità rispetto alla conoscenza.

Ora la vogliamo abolire questa maledetta “alternanza”, sì??

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