Scivolone cognitivo

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Una ragazza di 23 anni, si è sottoposta, all’ospedale di Massa, alla somministrazione della prima dose di vaccino Pfizer.

Solo che invece di inocularle la dose normale prevista per il siero, l’infermiera le ha iniettato l’equivalente di almeno QUATTRO dosi vaccinali. In un primo momento la stampa aveva riferito di sei dosi addirittura, ma la circostanza è stata smentita dalla ASL e da una notizia delle agenzie ANSA e ADN-Kronos. Non dalla famiglia, che in un’intervista radiofonica appena andata in onda conferma la versione originaria.

La ragazza, fortunatamente, sta bene, è stata dimessa dopo 24 ore di osservazione, anche se è in costante contatto e viene monitorata continuamente dal reparto di Immunologia dell’Ospedale di Careggi. La ASL ha spiegato l’accaduto con il seguente comunicato, anch’esso riportato dalle agenzie di stampa:

“l’infermiera non ha inserito la soluzione fisiologica nel flaconcino, non ha quindi eseguito il passaggio della diluizione e ha aspirato il quantitativo necessario a preparare una dose con le siringhe di precisione fornite dalla farmacia aziendale”

Cioè?? L’infermiera NON ha diluito con la soluzione fisiologica il vaccino? E mi hai detto un briscolino! Si tratta, se non proprio della vita, della salute di una persona, che in quel momento veniva affidata al servizio sanitario pubblico. Voglio dire, una persona, quando deve vaccinarsi, non solo si reca al servizio di stato, non solo si fida di chi la deve curare, ma addirittura AFFIDA le proprie necessità sanitarie a chi la deve assistere. Che si tratti di una operazione chirurgica, di una banale medicazione da pronto soccorso, di un cerotto, di un’iniezione. Cioè, una ragazza si AFFIDA, si consegna alle cure dei medici e del personale sanitario e l’infermiera NON diluisce la dose di Pfizer con la soluzione fisiologica? Ma questa infermiera, a prescindere dai procedimenti penali e civili che potrebbero sorgere dal suo comportamento omissivo, dovrebbe essere sospesa dal servizio istantaneamente e posta, almeno, in ferie obbligate. Così lei se ne va in vacanza a ritemprarsi e a schiarirsi le idee, e nel contempo non rischia di ripetere lo stesso errore con un altro paziente. Poi, ovviamente, un bel provvedimento disciplinare interno. Perché se invece di una ragazza 23enne in ottimo stato di salute, quella somministrazione fosse stata effettuata su di me, che ho rischiato di andarmene al Creatore all’età di 20 anni per un’antitetanica, a quest’ora non sarei qui a scrivere.

Invece sapete come ha definito la ASL questo a dir poco spiacevole “incidente”? Uno “scivolone cognitivo”. Non so voi, ma a mio parere si tratta di un’etichetta fuorviante e perfino offensiva dell’intelligenza dell’opinione pubblica. Perché non si può ridurre una responsabilità colposa grave ad uno “scivolone”. E poi perché “cognitivo”? Cosa c’entra la sfera cognitiva con la mancanza grave di questa professionista addetta alla somministrazione di un siero a una PERSONA? Vuol dire che non era cognitivamente capace in quel momento di stabilire se c’era bisogno di una semplice soluzione fisiologica? E allora che ci sta a fare? Uno “svarione”? Ma come diceva una volta Pierangelo Bertoli? “I crimini contro la vita li chiamano errori”. Perché è tutta una questione lessicale. Se io una evidente e grave inadempienza professionale la chiamo “svarione”, forse la ASL vuol dire che tanto grave non era. E invece era tutt’altro che uno svarione, si è trattato di una vera e propria imperizia che se avesse avuto come destinataria una persona di 90 anni, o una persona fragile avrebbe potuto avere effetti ben diversi.

E non dice, la ASL, che all’infermiera in questione sta andando di lusso, perché la ragazza non ha alcuna intenzione di proporre querela penale nei suoi confronti. Si riserva solo il diritto di una azione risarcitoria in sede civile. Che, voglio dire, è il minimo. Ringrazi il cielo che questa brava ragazza si è messa nei suoi panni e ha compreso che si è trattato di un errore che poteva capitare a tutti. Non c’è stato dolo, certo. Ma probabilmente colpa sì. Se questa infermiera non ci rimette il lavoro deve ringraziare solo il Padreterno che non esiste e pregarlo, al contempo, se ci crede, che a questa ragazza non accada nulla al di fuori del mal di testa, del dolore al braccio o dello spavento che ha avuto. Perché allora un lavoro potrebbe non bastarle più.