Schiavi dello SPID

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Ecco, prendiamo l’INPS, per esempio. A parte la storia del suo dirigente massimo che si vede raddoppiare lo stipendio a sua insaputa e non vuole indietro nemmeno gli arretrati, c’è da dire che stanno introducendo lo SPID come sistema di riconoscimento delle loro interfacce telematiche, al posto della solita UserId e password d’ordinanza. Ma, tranquilli, sarà un passaggio graduale, assicurano.

Ora io lo SPID ce l’ho, come molti altri. Non so di che farmene, ma ce l’ho. Per averlo sono dovuto andare alle Poste, per farmi riconoscere, insomma, a dire che io sono io, e che volevo lo SPID. Poi mi sono dovuto scaricare una app (brutto termine con cui si designano i “programmi” -così si chiamavano una volta- per un determinato sistema operativo) ufficiale, di modo che quando ho bisogno dello SPID (molto raramente, per fortuna), devo avere nell’ordine:

1) un PC con Google Chrome (se no è facile che non me lo prenda);
2) il telefono accanto;
3) una connessione internet.

La tecnologia ce la dovrebbe rendere più semplice, la vita, non complicarcela. Mia madre (78 anni e tanta voglia di rompere i coglioni) ha un telefono che non ha internet, un comune, comunissimo e banalissimo telefono-voce, come quello di Baluganti Ampelio, che però mia madre ci vede poco, ed è anche coi numeri più grandi. Ce la vedete voi con un computer, con il telefonimo multifunzioni e con la connessione internet accanto??

Le persone anziane saranno condizionate inevitabilmente da questo cambiamento, e si dà il caso che le persone anziane, per la maggior parte, non sappiano né cosa sia lo SPID, né come si maneggia un computer, né come si sditeggia su un telefonino. Mia madre non capisce una veneratissima sega di internet, di WhatsApp, di chat, di videochiamate e di uant’altro, figuriamoci se va a impelagarsi con lo SPID!

E invece ad ogni pensionato l’INPS dovrebbe consegnare una UserId e una Password (sì, attenti alla sicurezza, ma non esageriamo, su, anche questo vizio di fornire la password in due riprese, metà via SMS e metà per posta deve finire, prima o poi), in modo che possa accedere, se lo vuole e se sa farlo, per conto suo.

E’ un esercito di anziani che stanno andando in tilt. E se uno il telefono non ce l’ha? E se uno non sa nemmeno cosa voglia dire navigare in internet. O se uno, come mia madre, ci vede poco? Lo costringiamo a digitare in tastierine microscopiche, gli consigliamo l’app che deve “scaricare” (mia madre la cosa più impegnativa che ha scaricato è stata un paio di cassettate di meloni primaticci e cocomeri da battaglia), deve pagarsi il computer, la rata mensile della connessione internet, magari con 400 euro al mese di pensione sociale e senza reddito di cittadinanza del cavolo?

Ai nostri anziani l’INPS non deve complicare la vita. Dovrebbe investire di più in sportelli aperti al pubblico, con un orario flessibile, e in personale specificamente formato a risolvere i loro problemi, e possibilmente gentile e non scostante. Questa è la vera tecnologia, quella umana, quella che puoi guardare in faccia, quella che ti indica il giusto cammino da seguire quando sei disorientato. E a disorientare i nostri anziani ci vuole un lampo, oggi come oggi.

Siamo lasciati in balìa di noi stessi. Siamo schiavi di una APP. Se ti dimentichi qualcosa sei fottuto. E quelli a dire “Noi non ci possiamo fare niente, è la tecnologia, è il progresso!”. La vera tecnologia ce l’aveva la mi’ nonna Angiolina: la borsetta di finto coccodrillo da tirare in testa all’occorrenza ai furbetti, agli arroganti, ai profittatori e ai menefreghisti.

 

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