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Saydnaya, in Siria, cerca la rinascita da un retaggio di dolore

Posted on 8 Febbraio 2025 by valerio

Saydnaya è anche una città storica con un ricco patrimonio e un passato di armonia tra le sue genti

Dier Saidnaya (convento di Saydnaya). Photo di Hend-s23 da Wikipedia Commons (CC BY-SA 4.0).

All’indomani della caduta di Bashar al-Assad [it], la Siria è all’inizio di un nuovo capitolo. Da oltre un decennio, i simboli dell’oppressione attuata dal regime perseguitano la memoria collettiva del popolo siriano. Tra questi simboli, nessuno è agghiacciante ed emblematico della brutalità di Assad quanto la prigione di Saydnaya [en, come i link seguenti, salvo dove diversamente indicato]. Nota al mondo come “il mattatoio umano,” è diventata sinonimo di torture sistematiche, esecuzioni di massa, e della soppressione di un numero incalcolabile di vite.

Da persona il cui cognome, Alhames, è storicamente legato a Saydnaya, questo cupo legame è stato un pesante fardello. Saydnaya non è soltanto un luogo di infamia; è una città storica con un ricco patrimonio e un passato di armonia tra i suoi popoli.

Si pensa che Saydnaya (dal siriaco ܣܝܕܢܝܐ), il nome del posto, significhi “Nostra Signora” ed è una città tra le montagne, a 1500 metri di altezza sul livello del mare e a 27 km a nord di Damasco. Qui sorge un monastero greco ortodosso [it] che tradizione vuole sia stato fondato dall’imperatore bizantino Giustiniano I [it], dove si trova una nota icona della Vergine Maria, tuttora venerata tanto dai cristiani quanto dai musulmani.

Per quanti ne apprezzano la bellezza e storia, la fama della prigione è stata una macchia dolorosa su un’orgogliosa identità. Oggi, tuttavia, in una Siria che inizia a guarire, vogliamo trasformare il capitolo più cupo di Saydnaya in una storia di memoria e rinascita.

Gli orrori della prigione di Saydnaya

Sotto il regime di Assad, la prigione di Saydnaya è diventata un luogo di crudeltà inconcepibili. Le testimonianze dei sopravvissuti e le indagini condotte da organizzazioni per i diritti umani hanno rivelato una cupa realtà: i detenuti erano torturati, affamati e giustiziati in un sistematico tentativo di repressione del dissenso. La segretezza della prigione ne celava gli orrori, lasciando le famiglie degli scomparsi in una straziante incertezza riguardo la sorte dei loro cari.

Nel 2017, un rapporto di Amnesty International e di altri gruppi paragonava la prigione a un “mattatoio”, dove migliaia di persone venivano regolarmente giustiziate in terrificanti impiccagioni. Le vittime erano spesso sepolte in fosse comuni, le loro identità cancellate, le loro storie messe a tacere. Per anni, il nome di Saydnaya ha evocato paura e dolore, diventando un chiaro simbolo di quanto il regime potesse essere inumano.

La gente di Saydnaya: un fardello di vergogna

Per i cittadini di Saydnaya, comprese famiglie come la mia, l’infamia della prigione è stata una fonte di vergogna collettiva. Saydnaya è una città con una storia eccezionale, luogo di antichi monasteri e dalla vibrante eredità culturale. È stata un luogo di coesistenza, dove comunità diverse hanno vissuto in armonia per secoli. Vederne il nome adombrato dalle atrocità di un regime che non avevamo scelto è stato straziante.

Ciononostante, la gente di Saydnaya si è sempre dimostrata resiliente. Ha compreso che gli orrori del carcere non rispecchiavano l’identità della città ma erano il riflesso di una dittatura che ha trasformato paura e violenza in un’arma. Con la caduta di Assad, la gente di Saydnaya è pronta a riprendersi la narrazione della propria città, chiudendo il capitolo di una storia dolorosa.

Per molte famiglie, inclusa la mia, la lotta per la giustizia ha comportato un costo importante. Molti della famiglia Alhames sono stati perseguitati per le loro posizioni politiche e per avere apertamente criticato il regime. Costretti all’esilio, alcuni si sono rifugiati all’Aja, nei Paesi Bassi, lasciandosi alle spalle casa, lavoro e la familiarità della loro terra.

Il dolore della deportazione è stato immenso — essere sradicati da Saydnaya, un luogo che ci è caro, per inoltrarci in un mondo estraneo per esserci esposti per ciò che è giusto. Nonostante le difficoltà, l’esilio ha anche rafforzato la nostra determinazione nel combattere per una Siria dove nessuna debba sopportare tali sacrifici per avere detto la verità.

Oggi, mentre il regime crolla, siamo ripagati per questi sacrifici, e il sogno di tornare a una Siria libera diventa una realtà tangibile.

Una visione per il cambiamento

Uno dei modi migliori per onorare le vittime della prigione di Saydnaya sarebbe fare del luogo un museo dedicato alla loro memoria, immaginando questa trasformazione come testimonianza della resilienza del popolo siriano e potente memento delle conseguenze della tirannia.

Saidnaya, in una foto scattata il 3 marzo 1936. Foto: Esercito del  Levante, Licenza Aperta, da Wikimedia Commons.

Un museo di Saydnaya preserverebbe la Verità, educherebbe le generazioni future, promuoverebbe la riconciliazione e, soprattutto, rivendicherebbe l’identità di Saydnaya, trasformando un luogo d’orrore in uno di apprendimento e memoria. Il museo contribuirebbe a restituire a Saydnaya la sua reputazione di città di storia e cultura.

Noi siriani siamo sempre stati fieri delle nostre città e delle loro identità. La reputazione di Saydnaya ne dovrebbe rappresentare la rilevanza storica, il contributo dato alla cultura siriana e la resilienza della sua gente. Rivendicandone e celebrandone l’eredità, possiamo lasciarci alle spalle le ombre del passato.

scritto da Rami Alhames tradotto da Andrea Cortellari · articolo originale [en]


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