Sara Nicoli – Liberté, égalité, precarieté

Generation précaire: sono i giovani tra i 20 e i 35 anni, quelli che fino a ieri erano considerati la forza propulsiva del Paese, oggi rinominati lavoratori usa e getta made in France. Sono loro che da settimane invadono le strade di Parigi, Marsiglia, Tolosa, Bordeaux, Rennes: una rivolta che attraversa la Francia nel nome della conservazione di una civiltà giuridica applicata al lavoro. Occupano le università, si scontrano per le strade con le stesse modalità del ’68, solo che dietro stavolta non c’è nessuna utopia di liberazione, nessuna ideologia trotzkista, maoista, marcusiana: la posta in gioco è la dignità del lavoro, il mantenimento dello standard di civiltà di una delle più importanti nazioni del mondo. Una ribellione che sta facendo tremare le classi dirigenti nazionali, che genera un grande imbarazzo al presidente Chirac, ma non smuove il governo guidato da De Villepin. E’ il lavoro e la sua difesa a far sussultare la Francia, un gigantesco movimento di protesta contro l’introduzione del contratto giovanile di primo impiego, un provvedimento che da la possibilità agli imprenditori di licenziare in un periodo di due anni dall’assunzione anche senza giusta causa: di fatto la certificazione della precarizzazione generalizzata, un modo perverso per cronicizzare il disagio , l’incertezza, l’assenza totale di garanzie per un’intera generazione di giovani che, non a caso, sono stati ribattezzati no future. Per il governo francese, il contratto di primo impiego dovrebbe rappresentare un incentivo per le imprese ad assumere e, con ciò, offrire una prospettiva a qualche milione di giovani disoccupati.

Ma la menzogna, mascherata dai soliti eufemismi quali "flessibilità" o "formazione" è suonata talmente offensiva da portare in piazza anche per diverse volte più di un milione di "lavoratori invisibili", i prossimi condannati a non poter progettare in alcun modo il proprio futuro perché privi di un lavoro stabile. I dati parlano chiaro: le imprese francesi sono sempre più ricche, i lavoratori sempre più poveri. La disoccupazione è al 23%, gli utili delle 40 società più grandi quotate in borsa in crescita del 28% rispetto all’anno precedente, avendo raggiunto gli 85,5% miliardi di euro. Ma il dato chiave è un altro: l’economia francese nel quarto trimestre del 2005 è cresciuta dell’ 0,2%. In altri termini i risultati delle grandi società sono inversamente proporzionali all’andamento dell’economia del Paese, dove il numero di persone che vivono con l’Rmi, ovvero il reddito minimo, sono più di un milione e 300 mila.

Insomma, la Francia sta vivendo in queste ore un dramma sociale intenso, una crisi che rischia di travolgere frontalmente non solo il governo. Il Presidente Chirac, che potrebbe bloccare il provvedimento ma sceglie di appoggiarlo, sostiene De Villepin ma detesta profondamente il Ministro dell’Interno Sarkozy, simbolo della destra reazionaria e manganellatrice, sembra voler certificare, con la sua prossima uscita di scena, l’assenza di una leadership gollista per il futuro francese. Dal crepuscolo dell’Eliseo si è limitato ad invitare la popolazione alla calma ed il governo a cercare il dialogo, ma è difficile governare una ribellione appoggiata, stando ai sondaggi, da due francesi su tre.

In piazza stavolta non ci sono infatti solo gli studenti ed i giovani lavoratori a contratto; ci sono anche i loro genitori che, in questa legge sul lavoro, vedono una minaccia mostruosa sull’avvenire dei propri figli. Chirac, che non ha mai fatto mistero di considerare giusta questa nuova legge sul lavoro, si sta certo interrogando su quanto il gioco valga la candela, consapevole che l’irrigidirsi del governo rispetto al ribollire della piazza può rivelarsi un boomerang politico dalle conseguenze difficili da prevedere: mantenere il punto sulla legge può anche significare l’innesco di una rivolta di ben più vaste proporzioni.

E’ straordinariamente chiaro come il governo De Villepin stia percorrendo la stessa strada, sul modello ultra liberista, intrapresa dall’Italia berlusconiana con la legge 30 (la Biagi), quella che ha stabilizzato il precariato attraverso evanescenti "contratti a progetto", che oggi si sta tentando di estendere anche a categorie di lavoro, come quella dei giornalisti, che certo non possono vedere legata la propria funzione informativa vincolata a contratti che somigliano più a dei ricatti. In Italia i danni della "legge Biagi", che si sta sempre più insinuando come un pernicioso virus nel tessuto connettivo del Paese, non finiremo di scontarli tanto presto. I giovani francesi, invece, hanno intuito il pericolo di un futuro senza stabilità e stanno tentando in tutti i modi di far recedere il governo dal suo intento, con la forza e la passione di chi capisce come la dignità del lavoro sia la pietra miliare della dignità dell’esistenza. Eppure il governo di Parigi risponde a queste istanze con un laconico "non si può pretendere di avere tutto garantito e subito all’inizio della vita lavorativa", come se non fossero le nuove generazioni di lavoratori, anche in Francia, a sostenere sulle proprie spalle le pensioni delle vecchie generazioni.

E’ un Paese diviso con un enorme problema da risolvere, quello dei disoccupati e dei precari sempre più tali che stanno diventando il cuore della questione sociale. E il governo appare sempre più inadeguato a trovare soluzioni. Il triste tramonto politico di Chirac, al suo ultimo anno del suo ultimo mandato, potrebbe essere più imminente del previsto.

da: www.altrenotizie.org

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