Salvatore Parolisi formalmente indagato per l’omicidio di Melania Rea

Eccolo lì, Salvatore Parolisi, finalmente trasformato da cittadino qualsiasi e, quindi, intoccabile (in giuridichese "persona informata sui fatti") a cittadino non qualsiasi, anzi, di serie Z, degno di essere preso a calci e sputi dalla pubblica opinione (in giuridichese: "indagato per uxoricidio volontario").

Era un bel po’ che gli ronzavano intorno, a lui che non aveva detto la verità ai magistrati (non esiste forse il reato di false dichiarazioni ai pubblici ministeri? E perché non gliel’hanno contestato prima? E se non gliel’hanno contestato è evidente che il suo atteggiamento non costituisce nulla di penalmente rilevante), a lui che se ne va in giro, con la faccina furbetta, a disseminare telefonini dietro ai cespugli, a piagnucolare in televisione, a lui che non dice che ha avuto una relazione clandestina con Ludovica piuttosto che con Rosa, a lui che si mostra ai funerali della moglie morta con un paio di occhialoni da sole.

Gli si contesta, dunque, di aver ucciso la moglie. E nel contempo lo si lascia a piede libero. Non c’è che dire, per il momento come ragiunamento non fa una grinza, voglio dire, la Franzoni per la morte del figlio fu arrestata quasi subito. Ma lasciamo perdere. Ora questa ipotesi di reato a chi interessa? Ai magistrati, evidentemente e solo a loro, perché Parolisi per l’opinione pubblica è già stato condannato. Si ha bisogno del mostro, del vitello grasso da scannare ed offrire in olocausto a tutti i costi, e allora quale carne migliore di quella di uno che potrebbe aver ucciso la moglie ma non lo si può ancora dire (non risulta che la posizione di Parolisi sia ancora stata passata al vaglio di un giudice terzo, neanche da quello per le indagini preliminari) ma che l’ha tradita e questo sì che si deve dire, anzi, bisogna urlarlo a piena voce, quasi che il titolo poco onorevole di cornificatore equivalga a quello di assassino.

Oh, sia detto ben chiaro e fuori dai denti: non ho nessun interesse a difendere Parolisi che, almeno a livello personale, e per quello che si vede in giro, non mi è minimamente simpatico (non ho mai provato sentimenti di empatia nei confronti del mondo militare).

Ho, invece, molto interesse a sentirmi disgustato dal bombardamento mediatico che se ne fa con interviste alla sorella e alla mamma di lui, e, per contro, alla famiglia addoloratissima di lei (e in ogni trasmissione ci sono sempre tutti), e alla spettacolarizzazione di un dolore che dura ormai da troppo tempo e che trova la sua massima espressione nella realizzazione di trasmissioni che durano tre ore e in cui la notizia da dare è solo quella che l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere e si è recato in Procura con una camicia a righe e un paio di pantaloni un po’ vistosetti.

Sì, lo ha fatto, e allora? Ha qualcosa a che vedere con la sua colpevolezza il come va vestito? Siamo tornati ai tempi del Lombroso,  per cui per giudicare la colpevolezza di una persona si passava attraverso i suoi tratti somatici e se era brutto e col naso gobbo lo si mandava al gabbio senza pietà.

Non c’è niente da fare. Abbiamo bisogno di mostri, di colpevoli, di persone dalla trasparenza quanto meno dubbia e di pretesti, e probabilmente Parolisi ha il physique du rôle per tutti questi casi.

Che, evidentemente, alla gente sono sufficienti per poter dire, a questo punto delle indagini, che è un assassino.

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