Roberto Laghi – Elogio della Bicicletta

Avete mai pensato che ci possa essere una velocità critica per una società, limite da non valicare se non si vuol aumentare a dismisura il livello di diseguaglianza tra gli individui? Sì, detto così suona forse un po’ strano, ma è quel lo che, con argomentazioni stringenti, Ivan Illich ci spiega nel suo Elogio della bicicletta (pubblicato in Italia nel 2006 da Bollati Boringhieri: http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=2297&isbn=8833917126). Spunto originariamente sviluppato per una prima pagina di Le Monde Diplomatique nel 1973, il testo è stato arricchito con nuove considerazioni e, nell’edizione italiana, con una postfazione dell’antropologo Franco La Cecla.
Quanto tempo passiamo imbottigliati nel traffico? Quanto stress accumuliamo? E quanto ci costa, in termini di ore, spostarci da casa al lavo ro e dall’ufficio ancora a casa in una settimana? E in un mese?

“[Il passeggero abituale] drogato dal trasporto, non ha più coscienza dei poteri fisici, psichici e sociali che i piedi di un uomo posseggono.”

Succubi della velocità, dimentichi della lentezza, continuiamo a esigere trasporti più efficienti, più veloci e ci troviamo a passare sempre più tempo in movimento su un qualche mezzo di trasporto.

La riflessione che sta al cuore del pensiero del filosofo francese è che per permettere a pochi di andare più veloci, si preclude la libertà di movimento a una maggioranza sempre più grande e che questa disparità è destinata ad aumentare con l’inarrestabile aumento della velocità dei trasporti.
Spesso dimentichiamo, infatti, che il traffico, gli ingorghi non sono un effetto secondario del sistema: ne sono l’essenza.

“Oltre una velocità critica, nessuno può risparmiare tempo senza costringere altri a perderlo . […] Una élite accumula distanze incalcolabili in una vita di viaggi circondati da premure, mentre la maggioranza spende una fetta sempre maggiore della propria esistenza in spostamenti non voluti.”
Però continuiamo a trovare urbanisti ed esperti di viabilità e mobilità che si ostinano a credere possibile un ulteriore aumento della velocità, sostenendo un’instancabile necessità di mantenere il trasporto privato motorizzato, al massimo di regolarlo , incanalarlo in qualche modo. Ma, nonostante tutto, pensare di eliminarlo pare un’idea degna di un folle. E dire che dai primi anni ’70 – quando le considerazioni di Illich prendono forma – la situazione è peggiorata, e parecchio.

Guardata in questa ottica, l’ossessione per l’alta velocità ferroviaria – nutrita prevalentemente ma non esclusivamente da voraci interessi economici – ubbidisce a una logica suicida, destinata a tramutarsi in una disfatta ambientale, sociale e umana.
L’elogio della bicicletta, in contrapposizione, non è altro che la lucida visione di un trasporto che vada a ritmi umani e non arrechi più danni di quanti vantaggi pro duca. Muoversi in bicicletta è intelligente. Muoversi in macchina, magari per trovarsi a passeggiare in un’area pedonale, non lo è.

“La bicicletta è il perfetto traduttore per accordare l’energia metabolica dell’uomo all’impedenza della lo comozione.”

Ed è anche una questione di spazio utilizzato e spazio libe ro , tra bici e automobili non c’è certo competizione: date uno spazio e rendete lo disponibile ai mezzi a motore: verrà subito riempito.
Ecco perché anche le nostre città, che di certo non sono state costruite per essere riempite di auto, si stanno de-umanizzando, diventando tossiche da respirare e impossibili da vivere, in particolare per bambini e anziani, che si muovono su ritmi diversi da quelli imposti dalla produttività e dal trasporto sempre più ve lo ce.
Movimenti come Critical Mass, sono una risposta, una reazione, che cerca di riportare per le strade delle città un’idea concreta di democrazia: semplicemente percorrendo le vie in bicicletta, riprendendo così gli spazi rubati dalle automobili, dal lo smog, dal traffico. Riportandole a una dimensione e a una ve lo cità umana, fruibile, sociale.

Traffico che si fa sempre più nervoso, caotico e violento: “non è un caso che le auto oggi assomiglino sempre di più ad auto di diplomatici o a veicoli da guerra. Presuppongono un paesaggio di paesi bombardati da attraversare con vetri fumè. L’auto è oggi il disprezzo del mondo là fuori, il poterne chiaramente fare a meno.” (F. La Cecla)

Abbiamo ancora la capacità di ripensare radicalmente il nostro modo di spostarci prima che le città collassino, lasciandoci soli in scatole di lamiera, immobili sull’asfalto?

da: www.informationguerrilla.org

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