Roberto Benigni e i bambini afghani

Reading Time: 3 minutes

 746 total views,  6 views today

Le dichiarazioni di Roberto Benigni, Leone d’oro alla carriera “in pectore” alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (1-11 settembre 2021) destano viva perplessità e preoccupazione.

Benigni è un artista che non ha bisogno di visibilità. Per quella è più che sufficiente la Divina Commedia, che è un’opera entrata in pubblico dominio, e che chiunque può sfruttare, pubblicare e rappresentare a proprio piacimento, anche per farci dei sacrosanti quattrini.

Le esternazioni dell’attore, riferite ai bambini afghani gettati dalle loro madri oltre i fili spinati e pronunciate a Viareggio, dove ha ricevuto un riconoscimento dal Presidente del 92/o Premio letterario Viareggio-Repaci, sono già abbastanza eloquenti “ex se”:

“Io sono loro, io sono quel bambino (…)”

Non è John Fitzgerald Kennedy che davanti al muro che divideva le due Germanie pronunciava lo storico “Ich bin ein Berliner”. La storia si ripete, questo sì, ma in modalità e sfaccettature sempre nuove ed articolate.

Quei bambini sono carne viva, esseri umani veri, sono la rappresentazione della tragedia più inimmaginabile che un essere umano possa concepire. Non avranno un futuro. Il gesto di gettarli oltre un filo spinato nelle braccia dei soldati delle truppe d’occupazione non è di speranza. E’ di disperazione e di condanna a vita.

Se io dovessi fare mie le parole di Roberto Benigni avrei quanto meno una sensazione di forte sobbalzo e di allarme. Io sono una persona fortunata. Ho ancora una madre (loro probabilmente non la ricorderanno nemmeno, da adulti, la loro madre), ho un lavoro, ho una casa, ho una figlia che mi ama. Le loro madri non l’avranno mai più un figlio che le possa ancora amare. Ho anche del denaro da parte. Pochissimo, s’intende, ma mi aiuta a far fronte alle mie necessità primarie. Questi bambini non hanno NIENTE. Sono destinati all’oblio degli uomini e di Dio, privati perfino della loro identità (chi ricorderà mai i loro nomi e cognomi?) Come diceva Manu Chao? “Soy una raya en el mar, fantasma en la ciudad”. Ecco cosa sono diventati quei bambini, fantasmi, figure meramente ectoplasmatiche, ombre. Puri reietti della società. E no, io non sono loro. Io mi muovo, sono vivo, quando giro per strada le persone mi chiamano per nome perché ho un nome. Mangio a sufficienza e posso contare su del cibo sano, loro chissà come verranno nutriti. Io ho relazioni sociali, ma questi bambini, per bene che vada, quando saranno adulti, non parleranno più nemmeno la lingua del loro paese di origine.

Non ho nulla da dire sulla conversione religiosa e spiritualistica di Roberto Benigni. Mi limito ad osservare che è diventata molto frequenti negli ambienti di una certa gauche-caviar di maniera, la stessa che si riconosceva nei monologhi di Cioni Mario di Gaspare fu Giulia o in “Berlinguer ti voglio bene” e che, poi, arricchitasi, ha pianto alla visione delle scene di “La vita è bella”. Che era un’altra cosa. Benigni è passato dall'”Inno del corpo sciolto” alle rivisitazioni di Pinocchio, dalle bestemmie e dalle imprecazioni che contornavano le sue interminabili filippiche teatrali (vi ricordate quella sul fascista a cui augurava un figlio che somigliava a Berlinguer?) a “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. Per carità, mi va benissimo, sacrosanti fatti suoi, ma permettete che uno qualche legittimo dubbio se lo faccia venire.

Ma i bambini no, per favore. I bambini vanno lasciati stare. Perché accomunarli a noi stessi, o accomunare noi stessi a loro significa disconoscere la vergogna dell’innegabile crasi che il genere umano ha impresso sulle loro persone privandole perfino della loro dignità. Noi NON siamo quei bambini. Siamo i loro carnefici. Mettiamocelo bene in testa. Noi non siamo il corpicino gettato oltre il filo spinato. Siamo, piuttosto, il filo spinato stesso che divide noi da loro, che regala a noi una vita agiata e alle persone che restano dall’altra parte una vita segnata per sempre dalla tirannide e dalla dittatura.

O guardate un po’ se è la stessa cosa sì o no…