Riunione di dipartimento

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La riunione per Dipartimenti è uno degli adempimenti più pallosi dell’intero anno scolastico.
Ma anche oggi fa capolino un solicello malato che, pur convalescente, ti invita ad andare, fuggire, scappar via. Pochi minuti prima del collegamento a distanza ti arriva il link del coordinatore con relativi PDF allegati. Efficienza. Oppure semplice voglia di rompere i coglioni.
La riunione è fissata su due giorni. Nel dubbio su quale sia il giorno a cui devo partecipare, se oggi o domani, guardo l’ordine di servizio: devo partecipare oggi E domani. Pirla io a farmi certe domande.
La De Estremitatis, quella che si ammirava i piedi, è già collegata. Si è alzata presto stamattina e deve essersi fatta la pedicure. O un pediluvio.
Dopo quindici interminabili secondi di formale imbarazzo, ecco giungere la De Poppibus. Accende la videocamera sui suoi seni enormi e pesanti. Praticamente si vedono solo quelli. Tra due anni va in pensione e ha passato tutta la sua carriera scolastica a trascinare con sé le sue sise, a crescere quattro figli, a dar da mangiare a un marito camionista e anche a cercare reggiseni della sua misura. La De Poppibus è implacabile, entra in classe con un pacco di libri e fotocopie che sbatte pesantemente sulla cattedra e il primo che si azzarda ad aprir bocca lo dematerializza.
“Buongiorno Tizia”… “Buongiorno Caia”… è la solita litania che ti preannuncia che la giornata non sarà buona per niente.
Infatti, man mano che la gente entra, la sensazione di un percussionismo scrotale cosmico di tipico stampo leopardiano si fa strada con prepotenza.
Dopo “ampia ed articolata discussione” si arriva alla conclusione che gli alunni delle classi prime dovranno:
“saper articolare un discorso autonomo in L2, codificare e decodificare testi scritti anche complessi, individuare collegamenti con argomenti di civiltà dei paesi di cui studiano la lingua, salutare, riverire e ringraziare in L2, partecipare attivamente alle attività individuali e di gruppo, mangiare la merendina in cinque minuti senza strozzarsi, percorrere il tragitto classe-bagno saltellando su un piede solo, inginocchiarsi sui ceci armeni per punizione almeno due volte al giorno…”
“Che ne dite, sono troppo alti come livelli, colleghi?” Mah, veda un po’ lei…
La De Poppibus tace. Ne ha viste tante nella sua carriera di queste riunioni e chissà quanta carta burocratica avrà approvato senza profferir verbo pur di tornare presto a casa dalla riunione e dar sollievo alle sue cacciatorpediniere, che durante l’orario scolastico usa come armi di difesa personale (sfollagente).
Io faccio timidamente notare che a malapena riesco a spiegare il presente indicativo coi verbi dittongati perché questi qui non riconoscono un dittongo da un trattore a cingoli ma nessuno mi presta udienza, mentre la professoressa Cervelletti chiede di poter intervenire:
“Scusate, colleghi… ma se i miei non riescono ad esprimersi correttamente… se fanno errori di grammatica… insomma, io che faccio??”
“E’ sufficiente che passi il messaggio!” le risponde piccata la Acidophili.
E già, perché di grammatica nessuno parla più. La grammatica non esiste. Del resto, poverini, i ragazzi mica possono ricordarsi cos’è un soggetto, un verbo, un aggettivo, una particella pronominale e un accidente che li spacchi? Ne avrebbero uno choc tremendo, e allora tornerebbero dalle loro famiglie con aria contrita a chiedere ai loro genitori di parlare con il Dirigente perché il professore pretende troppo dal gruppo classe, sono ragazzi piccoli che devono essere accolti, curati, vezzeggiati e tirati su a pane e TikTok, cosa sarebbe questa nuova trovata dell’accusativo personale??”
Quindi basta che uno sappia dire “The cat… on the table” che il messaggio passa. Manca il verbo essere al presente indicativo? “E va beh, ma mica possiamo stressarle dall’inizio con le cose difficili queste povere e innocenti creature, bell’a mammà!” eccheggia la De Mamminis “facciamogli vedere piuttosto ‘Dirty dancing’ in lingua originale, così si divertono!” E certo che si divertono. Voglio dire, sono i loro argomenti quelli.
Al suono del “finis”, mi rifiutai perfino di abbracciare mia madre, che aveva cucinato il Grand Bouillon de canard à la Peyregord e lei lo sa benissimo che io non lo posso soffrire.