Reverendum

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La presidenza Amato della Corte Costituzionale è iniziata in salita.

I quesiti referendari bocciati sono quelli su:

– il tema dell’eutanasia
– la legalizzazione della cannabis per alcuni usi, tra cui quelli terapeutici
– la responsabilità civile diretta dei giudici.

Il che vuol dire che io non sono libero di disporre della mia vita e della mia morte, che non posso coltivare una pianta in casa mia se soffro di determinate patologie, e che nessun giudice pagherà mai direttamente per i suoi errori se vengo tenuto sulla graticola e assolto dopo anni per un’indagine giudiziaria.

Come inizio non c’è proprio male.

La pena accessoria per questa sofferenza che riporta l’Italia almeno di 400 anni indietro (no, chiedo scusa, 400 anni fa la coltivazione della cannabis era libera), è la danza di conferenze stampa che si sono succedute agli annunci degli stralci di quesiti e democrazia.

Affermare, ad esempio, che un referendum non è ammissibile per vizio di forma, in quanto il quesito è scritto male, è andare contro la storia politica più recente. Le battaglie radicali hanno potato in Cassazione tonnellate di referendum, il cui quesuto era perfettamente formulato. Poi sono stati accolti o bocciati nel merito, magari anche disertati alle urne, perché no? Ma mai per la forma. Si vuol dire, forse, che Marco Cappato o Mina Welby, che sono delle persone straordinarie, non sanno scrivere? Che i radicali non hanno avuto dalla loro parte fior di avvocati e notai (almeno per autenticare le firme) e che nessuno di loro si è mai reso conto dello svarione che stavano commettendo?

E il manrovescio alla democrazia si produce non tanto perché c’è gente che considera la vita sacra, inviolabile, dono di Dio e della Madonna, e altri no. A me questo pare fin troppo lapalissiano. Il colpo violento alla democrazia si produce quando oltre un milione e duecentomila cittadini (tra cui io) che hanno firmato diventano carta straccia davanti a un parlamento inerte e ormai ostaggio di un governo che lo costringe a lavorare quasi esclusivamente per l’approvazione pedissequa dei suoi decreti legge. Un parlamento in ostaggio non può essere all’ascolto delle istanze dei cittadini e non legifererà mai, per condizioni soggettive o cattiva volontà, su temi di tale straordinaria delicatezza.

Dice: “ma i radicali hanno inflazionato l’istituto referendario congestionandolo fino all’inverosimile!” Ma è anche giusto. Perché dove non arriva il legislatore arrivano i cittadini.

Decenni di battaglie per i diritti civili buttati via. Tanto loro non si fermeranno mai. Ma gli conviene?

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