Report e la sentenza del Tar del Lazio: perché (questa volta) sono dalla parte dei giudici

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Il conquibus è noto. Il TAR del Lazio ha obbligato la trasmissione televisiva Report, su istanza dell’avvocato Andrea Mascetti (un professionista iscritto alla Lega e vicino al presidente della Lombardia Attilio Fontana), a fornire «documentazione connessa all’attività preparatoria di acquisizione e di raccolta di informazioni riguardanti le prestazioni di carattere professionale svolte dal ricorrente in favore di soggetti pubblici».

Si è alzato un polverone enorme, la gente non fa altro che gridare alla libertà di stampa violata, all’attacco ai giornalisti, al loro diritto a mantenere segrete le fonti su cui si basano i loro servizi informativi (e va da sé che Report l’informazione la fa e la fa anche bene).

Sigfrido Ranucci, conduttore del programma, ha dichiato, tra l’altro: «Report non svelerà le proprie fonti, non darà gli atti a Mascetti, non lo faremo neppure da morti. Devono venire a prenderli con l’esercito».

Sacrosanto. Se non fosse altro per il semplice fatto che la Rai NON E’ una semplice testata giornalistica, frutto dell’iniziativa di privati, che se vuoi la compri, se non vuoi la lasci lì e quella fallisce. La Rai, porco cane, è SERVIZIO PUBBLICO, e come tutto quello che è pubblico (in primis la Pubblica Amministrazione, per esempio) ha il DOVERE di trasparenza nei confronti di chiunque. Se io posseggo un televisore o anche semplicemente il monitor di un computer, o qualsiasi altro dispositivo atto a ricevere le trasmissioni del servizio pubblico (in teoria potrebbe essere anche solo lo schermo dello smartphone), semplicemente DEVO pagare il canone Rai, ANCHE SE LA RAI NON LA GUARDO e scelgo di vedere altri canali (i berlusconiani d’assalto non perdono mai). Allora, se io DEVO pagare il canone (che mi arriva con la bolletta della luce), allora PRETENDO, non da un privato qualsiasi, ma dal servizio PUBBLICO radiotelevisivo, che sia anche trasparente nei confronti di tutti, soprattutto quando una sentenza a lei sfavorevole è stata emessa da un Tribunale della Repubblica.

La trasmissione ha già preannunciato appello avverso alla sentenza presso il Consiglio di Stato e, se necessario, presso la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. E’ un loro preciso e perfetto diritto. Ma beati loro che se lo possono permettere! Se succedesse a un giornalista qualsiasi di una testata on line (per esempio) o a un semplice blogger (sempre per esempio), poi arrivare alla Corte di Strasburgo è dura! Voglio dire, ci sono parecchi soldini da sborsare, e qualcuno potrebbe non averli. C’è chi ha alle spalle la Rai, che ha una riserva inesauribile di denaro per coprire i suoi collaboratori dalle cause per diffamazione temerarie e milionarie, e c’è chi ha le tasche vuote. Non è esattamente la stessa cosa.

Non c’è bisogno dell’esercito, c’è bisogno di cristallina chiarezza. Il codice deontologico dei giornalisti non potrà mai superare la sentenza di un Tribunale e la decisione dei giudici. Forse.