Raffaele Matteotti – Uganda, tre mamme ed un padrone

Sono cominciate ieri le operazioni di voto in Uganda, dove secondo i dati forniti dalla Commissione elettorale nazionale, 10 milioni e 450.000 elettori si sono registrati per votare, rispetto a una popolazione complessiva di 26,4 milioni. Un voto dall’esito incerto in un paese in qualche modo ostaggio del suo presidente. Si vota grazie al referendum celebratosi dopo forti pressioni da parte delle Nazioni Unite, che lo scorso luglio ha reintrodotto il multipartitismo.
Per la prima volta, gli altri candidati (oltre a Besigye, Miria Obote dell’Uganda People’s Congress party, John Ssebaana Kizito del Democratic Party e l’indipendente Abed Bwanika) potranno partecipare alle elezioni sotto la bandiera di partiti politici. In tutto i candidati alla Presidenza sono cinque ma il vero confronto e tra il Presidente uscente ed il suo ex sodale, Kizza Besigye, capo del Forum per il cambiamento democratico. I sondaggi effettuati nelle ultime settimane attribuiscono infatti all’attuale Capo dello Stato e leader del Movimento di Resistenza Nazionale, il 47 per cento dei voti, mentre Besigye otterrebbe 36 per cento dei voti.

Quando nel 1986 Yoweri Museveni prese il potere in Uganda, terminò nel paese una lunga catena di orrori, che aveva scosso il paese, dai tempi di Idi Amin Dada, al non meno feroce Miltion Obote. Era e Museveni promise la pace, promessa che in un certo senso mantenne. Il nuovo boss era l’idolo delle Ong e anche di uomini politici come Clinton. L’Uganda è il crocevia dell’Africa dei Grandi laghi, il ponte tra il Sud e il Nord del continente. Museveni piaceva anche perché sosteneva che "nessun leader africano deve governare più di dieci anni", una rivoluzione per l’epoca. Dopo oltre venti anni al potere Museveni ha concesso ora le prime elezioni multipartitiche, che si celebreranno in un tripudio degno di una soap opera; il campioncino dell’Occidente ha però tradito molte aspettative.

Museveni non ha comunque tradito quelle del partner/padrone storico dell’Uganda, la Gran Bretagna, che ha ottenuto vasta collaborazione alla sua politica africana, così come ha avviato una stretta collaborazione con gli Usa, anche militare. Museveni ha regnato sull’Uganda partecipando alla Prima Guerra Mondiale Africana, partecipando al conflitto che dal Congo rischiò di dilagare in tutta l’Africa Sub-sahariana e che è costato almeno 5 milioni di morti. Ha assistito da vicino alla tragedia dei Hutu e Tutsi; ha fornito armi ai cristiani sudanesi per volere di Londra, permettendo che giungessero nel suo paese come ricambi per poi essere consegnati a John Garang, il leader sudanese cristiano che, insieme all’inglese baronessa Carolin Cox, ha mentito per anni diffondendo la storia degli arabi che facevano schiavi i cristiani (la cosa si rivelò falsa, ma nel frattempo Garang e la Cox avevano raccolto milioni di dollari dai devoti cristiani nel mondo per riscattare i poveri schiavi, con i quali invece acquistarono armi ndr). Da venti anni, inoltre, non pare curarsi della guerriglia di Joseph Kony e del suo LRA (Lord Resistance Army -esercito di liberazione del signore), un fanatico cristiano che infesta una parte del paese, specializzato nel rapimento dei bambini e nel loro impiego in battaglia, negli stupri, nel banditismo e nelle scorribande contro i vicini sudanesi.
Museveni alla prova dei fatti si è dimostrato un banalissimo uomo inchiodato alla poltrona, solo meno sanguinario dei suoi predecessori.

Contrariamente alla sua affermazione ormai famosa sulla necessità di vietare lunghe permanenze in carica, Museveni si caratterizza per rimanere al potere oltre ogni logica. Gli oltre venti anni di dominio assoluto hanno permesso una competizione molto relativa. Il principale oppositore di Museveni, Besigye, è un suo ex-compagno di guerriglia, accreditato intorno al 36%, che Museveni in novembre ha pensato bene di fa accusare di tradimento, stupro e altre amenità. Museveni si è accorto che non potrà avere la maggioranza assoluta al primo turno e quindi ha alzato la pressione sul "secondo" naturale, cioè Kizza Besigye, facendo attaccare e provocare i suoi sostenitori dall’esercito, denunciandolo e costringendolo a un calvario nei tribunali con false accuse.
Neanche Kizza Besigye ha però la maggioranza, avendo ancora meno voti di Museveni. Un robusto venti per cento va diviso tra le tre cosiddette Three Big Mamas. L’identità delle tre grandi madri spiega che quelle ugandesi sono elezioni multipartitiche molto particolari. Una delle mamas è la moglie del presidente (sorpresa!), Janet, una "cristiana rinata" (come Bush) che ha detto di candidarsi perché Dio glielo ha chiesto e che, negli ultimi tempi, si è distinta per una campagna contro i preservativi e per la promozione dell’astinenza come mezzo per combattere l’AIDS. L’Uganda era la nazione africana con il più basso tasso da infezione da Hiv grazie ad una campagna governativa basata sui condor, ma il radicale cambio di indirizzo ha assicurato all’organizzazione della signora il plauso e i fondi statunitensi, mentre il tasso di mortalità da infezioni sessuali è cresciuto sensibilmente.

La seconda mamas è la moglie di Kizza Besigye (altra sorpresa!), Winnie Byanyima, che in passato è stata anche la ragazza di Museveni e che imperversa in televisione nutrendo il gossip. La terza mamas è la settantenne vedova di Milton Obote, che dice di essersi candidata solo perché ha giurato al marito morente di portare avanti il suo partito e che chiede perdono per le colpe del sanguinario coniuge. La signora Janet ultimamente è stata silenziata e non rilascia più interviste; la disciplinata stampa ugandese si adegua e continua a dibattere sulle linee guida impartite da Museveni. Tutt’intorno l’Africa finge di appassionarsi e si prepara a registrare l’ennesima elezione-farsa che consentirà a Museveni di regnare indisturbato per quasi trent’anni; esattamente ventisette, visto che ha dichiarato che vorrebbe rimanere in carica fino al 2013.

L’incognita che grava sul paese è quella della reazione ai probabili brogli da parte del presidente e soprattutto della reazione di quanti si sentiranno di aver partecipato ad una corsa truccata, peraltro già giudicata tale dagli organismi internazionali. Non è detto che il vecchio compagno d’armi conservi la linea non-violenta abbracciata finora per necessità e non chiami alla rivolta contro il dittatore. L’Uganda è ancora al centro di enormi tensioni ed è coinvolta in tutte le crisi dei paesi limitrofi, pur conservando uno atteggiamento fedele e collaborante con gli interessi britannici, ha perso negli anni la sua autorevolezza in ambito africano ed è diventata sempre più crocevia di traffici illeciti, non ultimo l’imponente contrabbando dell’oro congolese.
L’ennesimo enfant prodige coltivato dalle potenze occidentali si rivela un dittatorello da operetta e la speranza di "democrazia" e pace per il paese africano svaniscono nell’indifferenza. Un fiore all’occhiello del Foreign Office, un’altra "esportazione di civiltà" di successo.

da: www.altrenotizie.org

 

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