Radio Pechino e gli IRC

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La seconda stazione in lingua italiana che ascoltai fu la BBC da Londra.

Fu un amore breve e indolore, il servizio per l’Italia chiuse dopo pochissimi mesi ed ebbi solo modo di scambiare coi redattori qualche parola di convenevoli.

Ma fu da loro che appresi che esisteva un’altra emittente che trasmetteva nella nostra lingua, da Pechino.

Mi sembrò stupefacente, assolutamente incredibile. Mi domandavo cosa gliene fregasse ai cinesi di parlarci, di estendere un servizio del genere proprio per gli italiani. Armamentai baracca e burattini e dopo svariati tentativi dovuti più all’inesperienza che ad altro, una sera riuscii a sintonizzarli.

Trasmettevano una ricetta della cucina cinese, chiedendo venisse aggiunta “una abbondante dose di glutammato” alla base del pollo (che non ricordo più in quale maniera venisse cucinato) e una lezione del loro corso di lingua cinese, di cui non capii un accidente di niente, un po’ per idiosincrasia, un po’ per celia, un po’ per non morire, un po’ perché non me ne è mai fregato a sufficienza di imparare il cinese.

Ma ce n’era abbastanza per contattarli. Ricordo che redassi una letterina del tutto entusiastica, e magari un po’ ruffiana, e il solito rapporto di ricezione. Ormai ci stavo prendendo la mano.

Per risparmiare sull’affrancatura esisteva il servizio (adesso abolito) dell’invio della posta per via di superficie. Se non avevi fretta e non era necessaria la via aerea bastava scrivere sulla busta Surface Mail e si pagava una tariffa minima per tutto il mondo. Già mi immaginavo che la mia letterina viaggiasse a dorso di mulo per tutta l’Asia, attraversando la Steppa infinita, poi lungo il Katai, giungendo fino alle porte dell’Impero, dove un messo dell’Imperatore l’avrebbe trasportata a cavallo fino alle porte della radio, nella Città Proibita. Insomma, prima di me solo Marco Polo.

E poi non volevo che spendessero dei soldi per rispondermi. Una soluzione c’era. Andare al negozio di filatelia, gestito da un simpatico vecchietto che aveva speso tutti i suoi averi e la sua vita in Gronchi Rosa e monete rare, ed acquistare dei francobolli cinesi comuni, quel tanto che bastava per una affrancatura. Già, ma a quanto ammontava una affrancatura delle poste cinesi per una lettera via aerea per l’Italia? Perché la mia missiva poteva anche giungere con comodo, ma la loro risposta la volevo rapidamente, anche per non fare troppo il pidocchioso.

Avevo sentito dire che alle poste vendevano degli IRC. Cavolo erano gli IRC lo sapevano solo tutti i Santi del Paradiso! Mi informai rapidamente e mi fu detto che IRC era l’acronimo di International Reply Coupon, ovvero Buono di risposta internazionale. Era un affarino minuscolo che si comprava, si allegava a una lettera e il destinatario poteva convertirlo in una affrancatura, nel paese di destinazione, per una risposta per via di superficie, appunto.

Ne comprai subito uno e lo pagai un botto. Ma chi se ne fregava, tanto per cambiare? Ero felice di poter fare bella figura.

Mi risposero in fretta (beh, diciamo quel mesetto e mezzo necessario a uno scambio epistolare del genere) e nell’aprire la busta piena di ideogrammi mi cadde per terra l’IRC che avevo mandato. Pensai subito che si fossero offesi e che mi annunciassero che due miliardi di cinesi stessero per saltare dalla sedia nello stesso momento provocando un terremoto in Occidente. Invece era una lettera tutta gentile. Erano contenti di aver guadagnato un nuovo affezionato ascoltatore, di aver ricevuto sue notizie, mi ringraziavano caldamente per il pensiero della risposta pagata, ma mi dissero che il Grande Popolo Cinese era orgoglioso di pagare, coi propri tributi all’economia nazionale, un francobollo per una risposta a un amico come me.

Ripiegai la comunicazione, scritta a macchina con inchiostro blu su carta velina, e mi misi ad esaminare il contenuto del resto dell’invio. C’era un segnalibro senza infamia e senza lode (grazie, comunque!) e una stampa su carta sottilissima di una sorta di drago (cinese, immaginavo) intagliato in una carta variopinta. Dopo due giorni mi arrivò un’altra bustona contenente un numero della rivista (un’altra!) La Cina, con viste mozzafiato della Grande Muraglia e le solite ricette di cucina locale. Io a malapena avevo assaggiato il pollo alle mandorle (un signor piatto!) e vedere le immagini dell’anatra laccata alla pechinese mi faceva venire l’acquolina in bocca. C’era anche il volumetto di supporto alle trasmissioni del maledetto corso di lingua cinese, un coso verde mal stampato su una carta che si sfaceva appena lo prendevi in mano e lo sfogliavi.

E mi ricordai i versi di quella canzone di Battiato che dicevano

La Cina era lontana,
l’orgoglio di fantastiche operaie
che lavoravano la seta.
Le biciclette di Shanghai…

Solo che quella canzone si intitolava Radio Varsavia. Avrei ascoltato anche quella, di lì a poco. La radio, non la canzone, quella la sapevo già a memoria.

E invece per me la Cina non era mai stata tanto vicina. Mi bastavano una vecchia radio, un po’ di buona propagazione, la mia macchina da scrivere, qualche spicciolo in tasca (gli studenti di liceo, si sa, non è che ne abbiano molti) e un qualsiasi ufficio postale a portata di mano. Con un po’ di allenamento e confidenza con le tariffe, sarebbero stati sufficienti anche la buca delle lettere vicina al bar sotto casa e il relativo tabaccaio. Ero molto più in contatto col mondo standomene nella mia cameretta, tappezzata di una carta da parati giallina che si scollava solo a guardarla, che non andando a giocare una partita a flipper al bar con gli amici. E va da sé che mi è sempre piaciuto il flipper.

La mia fidanzatina di allora cominciò a chiedersi (ma non a chiedermi) cosa fossero mai tutte quelle cartoline strane che mi arrivavano, e a pensare che sì, forse ero effettivamente diventato un po’ scemo. Ma erano solo gli inizi di una lucida follia radiofonica che mi avrebbe portato lontano.

Radio Pechino, oggi, non si chiama più così. Peccato, perché era un nome esotico e romantico insieme. Ora si chiama Radio Cina Internazionale, e non è raro (anzi, è frequentissimo) trovarla sulle onde corte, in inglese o in qualche lingua esotica. Praticamente sono rimasti solo loro a trasmetterci.

In una delle loro tante lettere successive mi allegarono anche una copia del libretto rosso dei pensieri di Mao, quello che gli operai cinesi portavano nel taschino della casacca. Era tradotto in italiano da una certa Società Editrice in lingue estere ed era molto bello da vedere, nonostante la rilegatura in pura similiplastica. Mi venne buono per riparare la zampa di una sedia che avevo e che traballava sempre. Un po’ mi spiacque per averlo utilizzato un modo così volgare e prosaico.

Ma, tanto per cambiare, la felicità traboccava. E io non avrei voluto altro.