Positivo. Forse.

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Ho ricevuto due dosi di acqua benedetta, per obbligo di normativa.

Recentemente ho accusato alcuni lievi sintomi covid-compatibili o, comunque, covid-riconducibili, in un giorno festivo.

Ho eseguito un test domiciliare (comprato in tabaccheria, le farmacie e i centri di analisi privati la domenica sono chiusi): positivo.

Ho eseguito un test successivo (tampone) per conclamare e ufficializzare la mia condizione di positività, come da protocollo: negativo.

Per mero eccesso di scrupolo, ho successivamente effettuato un nuovo test domiciliare: ancora positivo.

Sono gli effetti degli ultimi colpi di coda del Draghistan che muore. Del “Perché guariremo” (sì, un cazzo!) di Speranza. Della vaccinazione incondizionata e di massa, “tanto il vaccino non fa niente” (e lo vedo che non fa niente! Di più, lo subisco il fatto che non faccia niente). E, comunque, questa mia situazione di perdurante incertezza diagnostica, “certamente non avrà alcuna correlazione con la somministrazione delle due dosi“. Sia chiaro. Per una casa farmaceutica produttrice di test per l’antigene della malattia da coronavirus (e che, quindi, avrà tutto l’interesse a vendere i propri prodotti -e immaginate voi se si fosse trattato di un test di gravidanza!-) io non posso nemmeno vedere mia figlia. Per i protocolli ufficiale, al contrario, posso baciarla, stringerla, coccolarla senza timore. Sono negativo. Per decreto e protocollo. Ma negativo.

E allora, per carità, che succeda pure a me, tutto questo. “Meglio a me che a una madre di famiglia“, avrebbe detto la mia amica Suor Lodovica. E io aggiungo: meglio che sia capitata a me, questa situazione di incertezza, che a una persona con problemi di salute ben più gravi dei miei, che non contano un cazzo.

Ma che non succeda mai a mia figlia. Che è l’unica persona al mondo per la quale io sia disposto a morire. E a uccidere.