Piero Castagnone

Reading Time: 3 minutes

Questi contenuti sono completamente gratuiti.

Potete ringraziarmi (prego!), altrettanto gratuitamente, iscrivendovi al mio canale YouTube.

-----

Piero era Piero.

Si chiamava anche Castagnone di cognome, ma per me era ed è sempre stato Piero.

Ligure, di Sestri Levante, un omino in là con l’età con il cranio lucido (il Monferini lo aveva ribattezzato Alabastro Joe, e lui rideva, rideva, uh, se rideva!) e gli occhialini da ragioniere. Aveva una curiosità innata e una profonda passione per il jazz. Meno male che non ha mai saputo che io il jazz lo detesto. Anche lui era un assiduo ascoltatore della “Jazz Hour” della Voice of America. Gli yankees in queste cose ci sanno decisamente fare. E fu così che gli venne il trip per la radio.

Ogni tanto ci vedevamo, io e Piero, per parlare della costituzione della fantomatica Associazione Italiana Radioascolto, che, nelle intenzioni, doveva mettere un po’ fine alla frammentazione dei gruppi locali di cui ho accennato nel capitolo precedente. Non fu una bellissima esperienza, non per me. La facemmo, quella Associazione, e mi risulta ancora attiva, ma non mi piaceva. Troppe pastoie burocratiche, troppi probiviri, consigli direttivi come se piovesse, riviste da registrare in Tribunale, quote associative, soldi da gestire, carte bollate e frizzi e lazzi. Un hobby di nicchia non meritava tutto questo. Nella fondazione della Associazione Italiana Radioascolto mancava quella spontaneità umana, quella pacca sulle spalle di colleganza, quella voglia di stare insieme a condividere che caratterizzava ciascuno di noi. Era come se ci facessimo un po’ padroni di quello che non ci apparteneva, e che ciascuno avrebbe dovuto seguire a modo suo. Ma Piero ci credeva, e questo lo faceva risultare prezioso ai miei occhi.

Oppure ci incontravamo sul litorale di Sestri, che io raggiungevo guidando una vecchia 127 bianca, disgraziato me, ma tanto chi le fermava mai quelle macchine lì? Consumavamo una pizza e io gli parlavo dei miei amori. Finiti, naturalmente.

Perché Piero era Piero.

E poi ci scrivevamo. Io gli mandavo lettere chilometriche vergate con il Commodore 64 e stampate con gli strumenti di ordinanza, perché altro non avevo. Lui rispondeva sempre con un mirabile dono della sintesi che gli ho sempre invidiato, su una macchina da scrivere elettronica e carta giallina di ottima qualità. Quando arrivava una delle sue eleganti buste era una festa. Mi dispiaceva perfino lacerarle per aprirle.

Ogni tanto andavamo a qualche riunione, a qualche convegno nazionale, di quelli improvvisati e ristorati a base di tramezzini surgelati. Però, quando mi ospitava a casa sua, si mangiava benissimo. La Carmen, la sua sposa più che sua moglie, cucinava sempre un risottino ai funghi porcini e zafferano che me lo rammento ancora. Ogni tanto potevo contare sulla presenza della sua simpaticissima suocera, una signora dallo spagnolo perfetto, ma prima di tutto catalana, con tutto quello che ne consegue. Due figlie, educatissime e cortesi, Daniela e Alina. Una sera poco ci è mancato che avessi l’impressione che mi stessero facendo l’inchino. Di tutto chiedevano il permesso al padre e alla madre, che glielo accordavano di buon grado. Non ho mai visto una famiglia più unita negli affetti di quella.

Era elegante, Piero, nelle sue giacchine chiare, magro magro, col cravattino marrò’, e i suoi modi sempre affabili e disponibili.

Più tardi, col tempo e l’avvento delle e-mail (il cui indirizzo cambiavo sempre, a seconda della convenienza economica dell’offerta formativa dei vari gestori), Piero cominciò a scrivermi delle sue condizioni di salute che, pur peggiorando di giorno in giorno, affrontava con determinazione e spirito pungente tipicamente liguri, aggiungendo qua e là qualche “Belìn!” che rendeva le sue comunicazioni epistolari ancora più genuine. Soprattutto mi parlava del suo nipotino. Gli piaceva così tanto essere nonno.

L’ultima foto che ho di lui, non so scattata da chi (o forse uno dei modernissimi ed indiavolati selfie, che vanno tanto di moda), lo ritraeva sempre sorridente, con il viso un po’ gonfio e un cappellino in testa che non lasciava mai, nemmeno d’estate.

Per un effetto paradossale dell’immediatezza della notizia, che coinvolge tutta la rete, seppi della sua morte con molto ritardo. Neanche il tempo di mandare un mazzo di fiori o un telegramma di condoglianze. Non volevo che Piero non avesse un mio ricordo, ma così andò. A Carmen, Daniela e Alina, mandai una lettera quindici giorni dopo. Fu una delle mie produzioni letterarie più infelici, certamente.

La gentilezza e l’affabilità di Piero mi spinsero a guardare al piccolo mondo della radio con maggiore tolleranza (non ne avevo allora e non ne ho mai avuta). O almeno ci provavo.

Perché Piero era Piero.