Patrizia Orlandi – USA: i sondaggi vanno in guerra

L’occupazione dell’Iraq è stata un fallimento completo. Mentre i politici e i maggiorenti iracheni fanno quel che possono per evitare che il loro paese imploda nella guerra civile, mentre persino Hamas respinge la chiamata alle armi dell’ultimo videomessaggio di al Qaeda, gli americani hanno raggiunto conclusioni quasi univoche in questo senso. Lo dice un esteso sondaggio della Gallup, la società statunitense forse numero uno al mondo nel rilevamento delle opinioni.
Una serie di sondaggi usciti nella scorsa settimana ha dimostrato che anche gli americani hanno raggiunto la consapevolezza del fallimento. Purtroppo manca ancora la minima iniziativa che lo sancisca ufficialmente, anche se sono circolate voci di un ritiro totale entro l’anno, forse lasciate circolare proprio per sondare le reazioni ad un’ipotesi del genere.
Andando al dettaglio si apprende che oltre l’80% degli americani ritiene che in Iraq una guerra civile sia "probabile" in un futuro prossimo. Interrogati in particolare sul presidente Bush, meno del 40% gli da fiducia e il 63% ritiene che i politici stranieri "non lo rispettano molto"; mentre solo il 43% pensa che l’immagine di Washington sia positiva all’estero.

Un giudizio che riporta al consenso per Bush prima dell’11 settembre, che dopo gli attacchi alle Torri gemelle era per oltre tre quarti della popolazione positivo e che portò a Bush un consenso mai registrato nel dopoguerra.

Circa un terzo degli americani considera ora l’Iran il più importante "nemico" americano; più dell’Iraq, della Corea del Nord e della Cina (rispettivamente "nemici" per il 22, 15 e 10% degli americani). Nel 2001, in occasione di un sondaggio simile, l’Iran era meno "nemico" di questi tre Stati; la propaganda di Bush funziona, anche se non a pieno regime, mancando ancora un casus belli, visto che la wild card del 9/11 è già stata giocata in Iraq.

La Gallup ha registrato un gradimento presidenziale in pieno crollo: il 59% disapprova l’operato di Bush in relazione all’Iraq, ma il dato più importante è che il 51% degli americani ritiene che il presidente non si preoccupi delle gente del livello sociale nel quale si riconosce l’intervistato. Solo il 30% approva il lavoro svolto in Iraq e identica è la percentuale di quelli che ritengono che Bush sia rispettato all’estero; quasi tutti quelli che hanno espresso questa opinione si sono dichiarati repubblicani.

L’unica guerra americana, nella quale in precedenza i sondaggi siano stati tanto sfavorevoli al presidente a guerra in corso, fu quella del Vietnam, che raggiunse il 60% di sondati che dicevano "è un errore"; accadde alla vigilia della firma della pace.
Lo scetticismo e il senso della sconfitta sono radicati anche tra i militari e parecchi politici, anche tra i più tosti hardliner repubblicani. Alcuni ex-militari americani avevano dichiarato persa la guerra già un anno fa, ma il nuovo modello di guerra americana, quello che per un po’ è sembrato poter liberare l’opzione militare dal ricordo del Vietnam, è costruito per essere praticato navigando un sistema complesso ed è regolato quindi dalle esigenze elettorali.

Se di ritiro ancora non si parla non è a causa dell’ennesima inettitudine della cricca di Bush, questa volta nel riconoscere la sconfitta, ma di una decisione imposta prima dall’elezione presidenziale e ora da quella di mezzo termine; fino a novembre gli Stati Uniti staranno ufficialmente vincendo ovunque, anche se i numeri e la realtà rendono inequivocabile la sconfitta del progetto americano, che ha ormai perso ogni dignità ovunque.

Bush non può contare nemmeno sull’opinione positiva dei propri soldati. Per il 72% di essi in Iraq, infatti, sarebbe il caso di ritirarsi entro un anno, cosa che pensano il 23%, mentre il 22% lo riterrebbe necessario entro sei mesi e il 29% subito. Solo il 23% è d’accordo con Bush nel restare "il tempo necessario".
Il sondaggio sui militari ci dice anche che solo il 27% pensa di comprendere la propria missione "molto chiaramente" e il 20% "abbastanza chiaramente"; mentre per il 25% risulta "oscura" o "incomprensibile".
Per il 75% di loro "stabilire una democrazia in Iraq" non era né la ragione "principale" e nemmeno una delle principali; più del 90% ha rifiutato l’idea di essere lì per eseguire una missione a seguito di una decisione dell’ONU contro il possesso di armi di distruzione di massa.

L’ignoranza della truppa americana emerge quando si scopre che per oltre il 77% una delle ragioni principali della loro missione è quella di punire Saddam per aver aiutato al Qaeda e che per l’85% di loro un’altra buona ragione quella di punire Saddam per il ruolo avuto negli attacchi del 9/11. Narrazioni che la stessa Amministrazione americana ha dovuto smentire di fondamento, ma dell’infondatezza delle quali non ha pensato fosse giusto avvertire i propri cittadini-soldati.

Che i cittadini-soldati in Iraq non godano delle attenzioni dell’Amministrazione è provato anche dalle loro pessime condizioni una volta tornati in patria, rivelate questa volta dai dati ufficiali dei sanitari americani.
Più di un terzo di loro ha cercato assistenza psicologica, un tasso molto più alto di quello registrato nei reduci dalla Bosnia, del Kosovo e anche di quelli dell’Afghanistan. Più del 50% ha riferito di essersi sentito "in grande pericolo di essere ucciso", oltre 2.400 di aver pensato di suicidarsi.

Il Dipartimento degli Affari per i Veterani si è detto preoccupato di poter prevedere quanti richiederanno assistenza a lungo termine e quanto questo costerà; forse sarebbe il caso di cambiare il nome al Dipartimento, che pare preoccuparsi troppo degli affari e poco dei veterani. Il disordine post-traumatico, o PTSD, la patologia più diffusa, si sviluppa in un grande numero di soldati, più alto che in altre guerre, perché in Iraq manca un fronte e quindi mancano le retrovie. Senza retrovie i soldati devono vivere sotto la minaccia costante di essere colpiti in ogni momento, sia dentro le basi che in ogni momento del servizio all’esterno.

Uno stress molto superiore a quello provato da chi si sia trovato genericamente in zona di guerra. Secondo il National Gulf War Resource, un’associazione di reduci americana, tra l’80 e l’85% di chi ha servito in Iraq ha visto o è stato protagonista di un evento traumatico come un combattimento diretto, l’uccisione di persone, la morte di un amico o commilitone o di un attacco- bomba.
I numeri di una guerra persa.

da: www.altrenotizie.org

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