Parole da odiare: “virtuale”

Il termine "virtuale", è pericoloso, andrebbe usato con parsimonia, anzi, non andrebbe usato affatto.

E invece la gente ne fa un uso generico e indiscriminato creando pasticci incredibili.

Normalmente si usa il termine "virtuale" per indicare qualcosa di "non reale", solitamente realizzato attraverso il computer o nella rete internet, così come difinito dal "Wikizionario", altra solenne aberrazione della cultura che fa capo ai progetti di Wikipedia:

   1. potenziale
   2. mat. relativo a grandezza o ente che può essere introdotto per determinati scopi di calcolo o di rappresentazione, pur non corrispondendo a oggetti o a quantità reali
   3. inform. che si basa sulla simulazione del reale attraverso mezzi elettronici
          * es: viaggio virtuale
   4. burocr. pagamento di tassa, tributo, bollo o simili direttamente in un ufficio pubblico senza che la corrispettiva marca da bollo sia materialmente applicata.

Ecco, siccome esistono delle simulazioni della realtà fatte attraverso mezzi elettronici (ad esempio un gioco di ruolo, una ricostruzione di un incidente stradale per verificare la tenuta degli air-bag…), allora la gente si sente in diritto di dire che se usa un mezzo "elettronico" (ad esempio Internet, che proprio elettronico non lo è, ma non stiamo troppo lì a sottilizzare) allora quella non è realtà, è simulazione. Non è vero, è solo "virtuale", appunto.

Che è un bel modo per usare le parole per lavarsi la coscienza o non prendere troppo sul serio le cose.

La posta elettronica? Era "virtuale", mica si poteva paragonare alla corrispondenza tradizionale…
Gli amici su Facebook? Ci sono, certo, ma sono tutti "virtuali".
Una sessione di chat? E’ "virtuale", soprattutto perché anonima.
Da qui alle relazioni "virtuali" il passo è breve.
La figura dell’"amante virtuale" andava molto di moda quando si cominciò a diffondere il telefonino e la gente si mandava dei non ben meglio identificati messaggini ("virtuali" anch’essi), successivamente definiti "èsse-èmme-èsse". La combinazione delle diverse tecnologie (SMS+Chat, Messenger, e-mail etc…) diede il via a una comunicazione senz’altro più ampia ma anche più "colpevole".

E per sminuire le varie colpe del linguaggio e delle passioni, quelle piccole e grandi, ma soprattutto quelle del nostro essere mostruosamente "umani", siamo sempre lì a dire che tutto quello che facciamo, scriviamo, inviamo, comunichiamo, mettiamo in comune su Internet è "virtuale" e che, in un certo modo, non ci rappresenta.

"Virtuale" un paio di palle!

Come se esistessero una realtà-reale e un universo parallelo in cui ciascuno, per il solo fatto di giocare, fosse libero di dire, fare, baciare, lettera e testamento. Dire che uno/una ha l’"amante virtuale", che riceve dei "messaggini virtuali" da qualcuno è la ricerca dell’impunità, della legge assolutoria o depenalizzante "ad personam", è un retaggio del berlusconismo più becero, e lo facciamo nostro perché ci fa comodo.

Il "virtuale" non esiste, naturalmente. Provate a fare un versamento di 1000 euro dal vostro conto corrente "virtuale" on line a quello, sempre "virtuale", dedicato al sostentamento del Clero, ad esempio. Cliccate virtualmente sull’autorizzazione, sempre virtuale, all’inoltro, e vi ritroverete con 1000 euro REALI in meno e il sorriso di personale ringraziamento di Sua Santità. Bravi pirla che siete!

La gente che si trova su Facebook, in chat, dietro a un sito web, non è diversa da quella che si trova per la strada, anzi, spesso è la stessa gente che per la strada non saluta e in Facebook vi manda bacini bacini, vi scrive "ahahahahahahahah!" se scrivete qualcosa di anche vagamente divertente, o che, nel migliore dei casi, non vi si fila su Facebook (in chat, via e-mail, su Messenger -sostituire secondo estrazione politica, sociale, filosofica e religiosa-) e non vi si fila nella vita.

E se qualcuno non vi si fila potrete sempre affermare con orgoglio che "tanto è virtuale"!

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