Paolo Attivissimo, Stefano Zanero, Carlo Calenda e lo pseudonimato

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In un recente post sul suo blog, Paolo Attivissimo scrive:

Oggi (17/5) mi è stato segnalato un tweet di Carlo Calenda che proponeva, per l’ennesima volta, l’obbligo di identificarsi presso i social network: “Unica soluzione l’obbligo di registrarsi con identità verificata! Basta ragazzini di 10 anni che si espongono, profili falsi/anonimi che insultano. La libertà è responsabilità. A questo ho dedicato un capitolo nel mio libro “la libertà che non libera”

Del tema è stato discusso, sia pure in maniera sommaria, qui:

Le querele di David Puente

E’ il momento di approfondire.

Paolo Attivissimo linka un suo intervento sul tema risalente al 2019. Riporta, inoltre, un contributo di tale Stefano Zanero, di cui non avevo contezza prima di ora. Intendo né del contributo né di Stefano Zanero.

Leggo:

“Il cosiddetto “anonimato online” in realtà già non esiste: esiste lo pseudonimato, ovvero la possibilità di usare un nickname o un nome finto anziché quello vero. Ora, lo pseudonimato è positivo.”

Qui sta il primo errore. L’anonimato online esiste. O, almeno, esisteva fino a quando Zanero vergava queste righe.

Era rappresentato dai cosiddetti “anonymous remailer“, dei servizi che permettevano a chiunque di rimuovere gli header di una mail e sostituirla con un’altra, dilazionando l’orario di invio, se richiesto, e cancellando, subito dopo l’inoltro, il messaggio originale.

Molti di essi sfruttavano un sistema di criptazione forte, quello fornito dal software PGP (Pretty Good Privacy). Per questo software (ancora considerato come “arma” negli Stati Uniti, ma non nell’Unione Europea), il creatore, Phil Zimmerman, che Dio ce lo conservi, ha passato dei guai MOLTO seri.

PGP permetteva (e permette ancora, lo si può scaricare dal web, non è morto!) di fare in modo che un messaggio, un file, un documento o un intero hard disk, potessero venire aperti “in chiaro” SOLO ed ESCLUSIVAMENTE dal destinatario. NESSUN ALTRO. Neanche il mittente. Oggi esiste una sua versione open source che si chiama GnuPG. Non è altrettanto sicuro come il precedente, ma è sempre meglio che niente.

L’anonimato, dunque, è possibile. Per tutti.

Lo pseudonimato? Roba da donnicciole, secondo me. Per Zanero “è positivo“. Opinioni, ne prendo atto. Ma certamente non è sicuro. Il giornalista che scrive sulla guerra Russia-Ucraina e che ha bisogno di trasmettere testi e fotografie in modo riservato ed esclusivo alla sua redazione, certamente non si fa chiamare trottolinoamoroso22, e non manda quei documenti via Facebook o Messenger che sia. Anche perché lo sgamano subito.

E perché, secondo Zanero, lo pseudonimato sarebbe “positivo”?

“Consente a un giovane LGBT di chiedere informazioni o conoscere persone senza rischi; consente a un oppositore politico di pubblicare la sua opinione senza ritorsioni; protegge in generale i deboli dai forti e dai bulli: non tutti sono o devono essere eroi per esprimersi!”

Non so in che mondo viva o abbia vissuto Stefano Zanero, ma anche allora lo pseudonimato, lungi dal preservare chicchessia, è stato lo scudo per molti “conigli” (quelli veri, non quelli di David Puente) per spargere e seminare odio e violenza verbale. A volte anche ad opera di certi debunker.

E poi, perché mai un “giovane LGBT” o un oppositore politico? Un padre o una madre di famiglia, un minore, una persona altrimenti esposta non hanno il sacrosanto diritto di farsi una betoniera di affari propri, senza rimanere tracciabili?

Per questo le proposte di Calenda nonhanno un senso. Non perché lo pseudonimato sia la soluzione a tutti i mali, ma perché l’anonimato e la privacy sono dei valori.

Qualcuno commette reati dietro lo pseudonimato? Ma via, ma via, che ridicolaggini, se ci sono dei reati vanno denunciati e perseguiti. Punto.

Perché la libertà di espressione è tutta un’altra cosa.

Comunque ho comprato il libro di Calenda. Se mi va di leggerlo vi aggiorno.