Quelli che ti rispondono sempre con le stesse emoticons

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Oggi ho ricevuto tre messaggi WhatsApp nel giro di cinque minuti. Veramente erano cinque, ma posso solo documentarvene tre. Erano tutti e tre delle risposte ad altrettanti miei messaggi di testo tutti diversi tra loro come diversi erano, ça va sans dire, i destinatari.

E c’è che le risposte sono tutte uguali. Tutte. E’ solo una faccina. Ripetuta un numero variabile di volte. Cambia solo quello, nient’altro. Perfino l’emoticon usato è sempre lo stesso, la faccina che piange dalle risate.

Già, ma io avevo detto delle cose. Magari non interessanti, ma avevo comunque detto delle cose. Perché devo essere ripagato con una faccina? Perché non mi merito due parole scritte in croce, magari con tutte le abbreviazioncine del caso e del cazzo, tipo “xché”, “xò”, che so io, “sono d’accordo”, “non sono d’accordo”, “vai in culo”?? Perché la faccina è facile, rapida e indolore, così si fa vedere al destinatario che non si è ignorato il suo messaggio, ci si fa la figura di quelli educati che rispondono e subito, e ci se ne libera abbastanza facilmente, almeno fino alla prossima volta che il nostro interlocutore decide di scriverci.

Ma prima di rispondere una cosa così si può anche non replicare, stare zitti, lasciar correre. Io personalmente a volte lo faccio e, sinceramente, lo preferisco. Ma davvero non avete nulla da dirmi?? Padronissimi ma allora, appunto, tacete. Cosa cazzo mi rappresenta una faccina? Vi siete divertiti? Beati voi, io no, e la prossima volta col cavolo che vi scrivo. ‘Culo!

“Bella ciao” è il canto unificante e di libertà di ogni italiano. Non confondiamo le carte in tavola.

bellaciao

Viviamo certamente in un’epoca di depravazione e crollo dei valori e dei punti di riferimento se nell’opinione pubblica si insinua il dubbio che il canto partigianoBella Ciao” non rappresenti più valore unificante, ma costituisca, al contrario, una rappresentazione “di parte” dei valori della Liberazione. Certo che “Bella ciao” è un canto di parte. E la parte di cui è espressione è quella vincente e vincitrice, quella buona, quella che ha sterminato il fascismo, la parte di chi ha lottato e ha vinto, il partigiano morto per la libertà, il fiore che è sbocciato la mattina in cui ci siamo svegliati tutti e abbiamo trovato l’invasor e ci siamo sentiti di morir. Sono parole che riguardano tutti, sia chi l’invasione l’ha vissuta sul serio e ha visto la Liberazione quella vera, sia chi è nato dopo e la Libertà se l’è ritrovata in mano bell’e fatta. Anche la libertà di andare a Cremona -come è successo recentemente- e fare una commemorazione del duce a braccio destro teso è frutto di quella libertà per cui sono morti i partigiani. Anche la libertà di un lettore di scrivere a un giornale e delegittimare il canto partigiano per eccellenza. E se “Bella ciao” non ha valore unificante mi chiedo allora che cosa lo abbia, “Faccetta nera”? Quando si cominciano a negare i punti fermi tutto il pensiero conseguente crolla miseramente, e se abbiamo ancora la possibilità di dire qualcosa lo dobbiamo al partigiano che ci ha portato via, non al fascista vile e traditor. La storia non si inverte. E “Bella ciao” resta.

Il sacrificio di Pio La Torre e Rosario Di Salvo

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Pensieri da Twitter: previsti abbassamenti della temperatura (anche di 10°!)

“Previsto per il 1° maggio un calo di temperature anche di 10° C. Lo aspetto come un bambino aspetta i doni di Natale la notte del 24. Sì, vieni Signore Gesù!!”

Marianna Madia a Luigi Di Maio: “Già fatto senza di te”

Disabilitati i commenti da valeriodistefano.com

Sentite, lo so che queste notizie ve le do con il contagocce, ma non è colpa mia se le cose capitano una dietro l’altra e dovrò pure informarvi anche se non ve ne frega niente di quello che dico.

Dal 15 maggio entrerà in vigore una nuova normativa europea in tema di privacy. Non ho avuto tempo nè modo di leggerla o di approfindirla, ma pare che gli adempimenti per chiunque gestisca un sito web siano molti. Siccome ho molte cose da fare (e non sto a dettagliarvi quali) non ho né tempo né voglia di adeguarmi a questa normativa solo per il fatto di detenere gli indirizzi IP e gli indirizzo e-mail di chi commenta, quindi a partire da subito i commenti WordPress e quelli da Facebook sono stati disabilitati dalle pagine del blog. Da qui al 15 maggio cancellerò tutti i commenti ricevuti fin qui (ma sì, anche quelli in cui sono stato pesantemente insultato, che erano così carini!) e spero di poter vivere un po’ in pace, senza dovermi stare a sbattere ogni giorno per il solo fatto di gestire un blog, cioè uno spazio in cui io esprimo delle opinioni, e che tale dovrebbe rimanere, anche in termini di tempi da dedicargli. E’ una questione meramente economica: se non ho tempo da dedicare allo scrivere i post perché questo tempo viene completamente assorbito dagli adempimenti sulla privacy, che razza di senso ha tutto questo?

E lo so (non venite quindi a dirmelo) che i commenti sono una parte vitale di un blog, che senza di quelli non c’è il contraddittorio (Dio che razza di palle ‘sto contraddittorio!), che non è democratico parlare senza dare la possibilità di replica, ma diciamoci la verità: questa opportunità (quella di commentare) l’avete usata pochino pochino, e se non intressa a voi esprimere la vostra opinione, figuratevi a me, che, peraltro, la esprimo già.

Quindi silenzio, stringere i denti e viandare.

Alfie è morto

Alfie è morto, po’ero grillo, e questa è l’unica notizia che conta in questa vicenda dagli aspetti marcatamente britannici e squallidi (e non è detto che i due aggettivi debbano essere per forza sinonimi, ma vi lascio la libera interpretazione di quello che ho scritto).

Non metterò la solita sfilza di foto del bambino, che pure abbondano in rete, alla faccia della privacy e dell’oscuramento dell’espressione del viso per impedirne la riconoscibilità, per attirare visitatori e far leva così sulla pietà spicciola di poche persone.

Quello che colpisce è che in Europa (sia pure l’Europa del Brexit, le appartenenze geografiche non dipendono da un referendum, sia chiaro) si possa ancora morire per una miserevole ragion di Stato, che nell’emettere una sentenza, decreta di fatto la fine delle funzioni biologiche di una persona, e che non esista, in quei luoghi, nessuna possibilità di far valere il diritto alla libertà di cura, valido in Italia per ogni cittadino, esercitato dai genitori in caso di individui di minore età.

Lo so che muoiono tanti bambini nel mondo. Di fame, di guerra, di malattie. E lo so che Alfie è un bambino che i soliti cinici vorrebbero definire “fortunato” perché ha avuto dalla sua l’attenzione dei media e l’opinione pubblica di svariati paesi, almeno finché è vissuto, mentre degli altri non parla nessuno. Ma si dà il caso che qui a morire non sia stata solo la cara persona di Alfie, ma la vita del diritto e il diritto alla vita, là dove il diritto è solo ed esclusivamente generatore di morte e si trasforma inevitabilmente in bigottismo di Stato.

E non mi fate parlare oltre, chè oggi mi girano a volano.

Un’altra brevissima (ma importantina) notizia dal blog

Allora, pare proprio che la prossima versione del browser Google Chrome penalizzerà, evidenziandoli come NON SICURI, tutti i siti che si appoggiano sul tradizionale protocollo http://. Per ovviare a questo problema, ed evitare così che il blog venga penalizzato dal motore di ricerca, ho generato un certificato SSL. Non chiedetemi di che cosa cavolo sto parlando perché non lo so nemmeno io.

Fatto sta che, adesso, il blog può essere raggiunto anche dall’indirizzo (più sicuro) https://www.valeriodistefano.com.

Ecco, ve lo volevo solo dire.

ITC Carrara: “Anche il comportamento del docente preso di mira dai bulli sarà valutato dal consiglio d’istituto”

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Sono stato indeciso fino ad oggi se scrivere qualcosa sui recenti casi di bullismo scolastico che si sono verificati a Lucca e a Velletri.

Qualcuno mi ha anche chiesto se per caso avessi guardato i video relativi alle vessazioni ed umiliazioni nei confronti dei docenti. No, non li ho visti. Non li ho voluti vedere quei ragazzini dire all’insegnante “Prof. non mi faccia arrabbiare”, “Metta sei”, “Si metta in ginocchio”, “Io ti sciolgo nell’acido”. Ho ancora un po’ di rispetto per me stesso e mi fido sulla parola dei giornali che hanno riportato queste battute. Mi fido un po’ meno, anzi, proprio per niente, di chi ha subito cliccato su quei link del materiale riportato, ha guardato le scene e magari ha avuto anche da ridire sulle reazioni/non-reazioni dei professori. Credo siano questi bull-curiosi ad aver contribuito a rendere virali questi contenuti, con il loro prurito di andare a vedere un po’ questi genietti che hanno messo sotto scacco i loro insegnanti rei di non aver reagito, e concludere beati “Certo, sono cose che non si fanno, però anche loro…” E non venite a dirmi che non si criticano le cose senza vederle perché non è il caso.

Non mi hanno sorpreso le sospensioni fino alla fine dell’anno scolastico, con automatica bocciatura, o quelle fino al 19 maggio con ammissione agli scrutini e poi vediamo come se la cavano gli studenti alla fine dell’anno, no. Questi sono provvedimenti normali, quasi atti dovuti. No, quello che mi ha letteralmente sconvolto è stato leggere su un articolo on line de “La Nazione” (giornale che non leggo quasi mai, ma comunque ve ne riporto lo screenshot ugualmente) le dichiarazioni del Preside della scuola (L’ITC Carrara di Lucca) Cesare Lazzari che afferma (la Nazione lo riporta come un virgolettato e così faccio io):

“Anche il comportamento del docente preso di mira dai bulli sarà valutata (sic) dal consiglio d’istituto”  “Lo faremo con molta attenzione per lui e non solo per lui”.

Ora io spero vivamente, ma lo spero davvero con tutto il cuore, che il Consiglio d’Istituto convochi il docente per fargli un applauso lungo quattro settimane, per stringergli la mano e per dirgli “Professore, non si preoccupi, siamo con Lei, cercheremo di proteggerla da eventuali ritorsioni, coraggio, non molli…” Perché se lo scopo, come è riportato nella dichiarazione, è quello di “valutare”, mi manca, a questo punto, quale sia l’oggetto della valutazione. Forse l’atteggiamento passivo del docente? E cosa doveva fare? Prendere a schiaffi i ragazzi? Chiamare la forza pubblica?? Fare una ramanzina, al limite una nota sul registro, in modo da contenere glieffetti deflagranti di questi episodi gravissimi all’interno delle dinamiche del consiglio di classe? E’ stato passivo il docente, sissignori. Magari aveva paura. Forse avrei paura anch’io davanti a un bulletto che ti viene a dire “Si inginocchi”. O magari anche no, ma non si può impedire a chi è fatto diversamente da noi di aver paura e di cercare di tirarne fuori le gambe e possibilmente vivo. Chissà cosa ci sarà mai da “valutare” con estrema “attenzione” -e ci mancherebbe anche altro!-, per il bene del docente stesso e “non solo” (ma non si sa di chi altri ancora gioverebbero di questa misteriosa “valutazione”).

Sia chiara una cosa e una volta per tutte, quel docente è vittima e solo vittima. Andare a scardinare e ribaltare i ruoli sarebbe oltremodo pericoloso e controproducente. Sarebbe come sciogliere nell’acido per due volte la dignità di un docente. E gli insegnanti ne hanno ormai fin sopra i capelli.

 

AGGIORNAMENTO DEL 28/4: Nel consultare il web, e in particolar modo le pagine del sito tecnicadellascuola.it, ho appreso che la motivazione per cui il docente in questione potrebbe essere “attenzionato” dal Consiglio d’ Istituto risiederebbe nella non immediata denuncia (nella fattispecie al Preside) dell’accaduto da parte del professore. Prima di tutto possono esistere svariati e variegati destinatari di una “denuncia”. Il Preside, certo, ma anche la magistratura. E in questo secondo caso, essendo la maggior parte dei reati, attribuiti o attribuibili agli studenti indisciplinati (come, ad esempio, la diffamazione), perseguibili a querela di parte, è molto probabile che il professore abbia voluto rinunciare alla tutela legale (non è mica obbligato, in quei casi!). E, comunque, per la parte penale ha 90 giorni di tempo. Per la parte civile addirittura 5 anni.

Gli si vuol contestare di essere stato inadempiente nel non segnalare tempestivamente al Preside l’accaduto? Benissimo, gli si fa una contestazione di addebito (entro 20 giorni dai fatti e non 30, come riferito da svariati organi di stampa), gli si dà tempo e modo per difendersi, si valuta e gli si dà una sanzione blanda (un richiamo verbale o al massimo scritto). Contro questa sanzione il docente potrà appellarsi agli organi superiori, se lo riterrà opportuno, e chiedere una sorta di riabilitazione trascorso un determinato lasso di tempo. Il Consiglio d’Istituto non c’entra niente. Non si fa una “audizione” coram populo. Ci si basa sui fatti provati e sulle carte, contestazioni e scritti difensivi. Questo strascico della vicenda rischia di far diventare Abele un mariuolo e Caino una vittima. Non dimentichiamocelo.

Silvia Bencivelli vince il processo contro il capo dei complottisti delle scie chimiche

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Silvia Bencivelli è una (bravissima) giornalista scientifica. E’ anche scrittrice (non so se altrettanto brava perché non ho letto il suo romanzo pubblicato per Einaudi), conduce svariate trasmissioni radiofoniche e televisive e ha, come tutti, anche qualche difetto: se la tira un po’ ed è pisana (che per un livornese come me non è esattamente un buon viatico), ma non è ancora proibito tirarsela né, purtroppo, essere pisani.

Giorni fa ha raccontato la sua storia su “Repubblica”. Dopo aver scritto e pubblicato un suo articolo in cui in quattro e quattr’otto smonta la teoria delle scie chimiche (ripeto, la ragazza è veramente brava e c’è poco da mordere, fidatevi!). Da quel momento, la sua vita è stata dominata dalla paura perché ha cominciato a ricevere messaggi di insulti e di minacce sui social (spesso a sfondo sessuale). Di parla di decine, forse centinaia di comunicazioni di questo tipo. “Troietta in calore”. “Puttanella da quattro soldi”. Facili e scontati appellativi che fanno male. Molto male. Non si può essere trattati così per qualcosa che si è scritto. Non è normale, è fuori da ogni logica etica e morale. Soprattutto se si tiene in debita considerazione il fatto che ci sia stata una sorta di capobranco a dirigere l’orchestrazione delle minacce e degli insulti alla Bencivelli. Ma si sa, “i muri vanno giù al soffio di un’idea”, come dice una vecchia canzone, e a qualcuno dovranno pur girare le palle. Da qui la decisione di Silvia Bencivelli di portare in giudizio i suoi persecutori, il cui “capo” è stato condannato l’altro giorno per diffamazione, mentre il tribunale ha anche ravvisato il reato di minaccia da discutere in separato giudizio.

E’ stata coraggiosa Silvia Bencivelli a querelare i suoi persecutori (spero TUTTI, uno per uno)? Certamente sì. Ma il coraggio non è stato solo quello. Lì si trattava del coraggio che ti dà la paura di avere a che fare con gente che potrebbe presentarsi sotto il portone di casa tua e farti del male. Ma c’è un secondo coraggio, ben più grande, quello dell’affrontare la magistratura e pretendere l’accoglimento di una querela per diffamazione e il riconoscimento del danno (ovvero lo stabilirsi giuridicamente che quel fatto si è verificato e che sì, il signor Nomen Nescio ha offeso la reputazione della signorina Tal De’ Tali). Non può avere idea la Bencivelli di quante querele per diffamazione vengono archiviate dalle procure anche se nel frattempo ci si è costituiti con un atto di formale opposizione. Rischiava di vedersi ferita dai suoi persecutori fanatici delle scie chimiche e anche da un sistema giudiziario che avrebbe potuto risponderle picche. Perché il fatto è di tenue entità (col cavolo!), perché così fan tutti (col cavolo!), perché quelle espressioni sono ormai entrate nel linguaggio comune assumendo una connotazione certamente volgare e disdicevole, ma non tanto da ledere l’onore (col cavolo!). Insomma, non è che le procure siano poi quei luoghi così accoglienti e confortevoli dove ti dicono “Ma sì, venga, venga, Lei ritiene di essere stato diffamato? Adesso ci pensiamo noi, non si preoccupi.” Tutt’al più prendono la tua querela, la sbattono in un cassetto e quando si avvicinano i tempi della prescrizione chiedono l’archiviazione. E allora sarebbe stata ferita doppiamente, triplamente, sarebbe stato un dolore immenso, ancora più grande della paura, del senso di non poter respirare, del terrore che si può provare ogni volta che si aprono i social per farsi gli affari propri e ritrovarsi sommersi di insulti.

La Bencivelli, nel citato articolo di “Repubblica”, tra le altre cose, osserva “qualcuno penserà che il mio processo è un femminile privilegio.” Sì, lo è stato. So di espressioni come “pompinara” tranquillamente derubricate a entità poco più che bagatellari, ma sempre e comunque niente per cui valga la pena di imbastire un procedimento. E non si sa più che cosa debba fare un cristiano per vedersi riconosciuta la ragione e lo status di vittima di un reato, probabilmente essere ucciso.

Ha vinto, Silvia Bencivelli, ha vinto due volte. Gli altri rimangono al palo.

 

AGGIORNAMENTI DEL 27/04

Silvia Bencivelli, a poche ore dalla pubblicazione del post mi ha lasciato un “like” su Twitter. La ringrazio per avere trovato il tempo di farlo.
sbenci

Paolo Attivissimo, dal canto suo, da brava persona attenta ai complottisti, sempre impegnato a smascherare le scie chimiche, sensibile a gongolare quando arriva loro qualche condanna, non ha scritto una sola riga sul caso Bencivelli. C’è giornalismo e giornalismo, quello che senza urlare va a chiedere di avere giustizia nelle sedi competenti e quello che pretende di rivelare la verità a tutti i costi. Noi scegliamo il primo.

Feedjit.com ha chiuso il servizio

Feedjit.com ha chiuso i battenti. Per chi fosse un aficionado del blog, feedjit.com era quel servizio di conteggio di accessi unici che visualizzava il nome e la bandierina del paese da cui venivano gli accessi e le pagine viste. C’era un rettangolo lungo nella parte sinistra del blog, che ora non c’è più perché i suoi gestori hanno deciso di chiudere il servizio.

Peccato davvero perché mi ricordo che con un mio caro amico che oggi compie gli anni e che mi segnalò questa risorsa web, facevamo a gara a chi collezionava le bandierine più strane ed esotiche: “Beeeeene, io ciò il Madagascar!!” “Sì ma io ciò Cuba che te un ce l’hai…” Era divertente, ed è un vero peccato che Feedjit.com non ci sia più. Comunque auguri Luigi.

Ancora due parole sul blog…

Qualcuno di voi mi ha chiesto come mai appaiono le parole linkate in rosso anche sulla home page del blog quando prima apparivano solo nei singoli articoli. Certo che anche voi una bella padellata di affari vostri non ve la fate mai, eh? Va beh, tanto vale che vi confessi che è un sistema che sto sperimentando per vedere di incrementare i clic sulle singole pagine e offrire contemporaneamente la possibilità di accedere velocemente a pagine con tematiche di (potenziale) interesse per l’utente finale. Detto così suona anche bene. Poi c’è la gente che mi dice “Ma si legge male!” Eh, sì, magari non sarà proprio il massimo, ma, sfiga per voi, perché quando andate a consultare Wikipedia vi ritrovate letteralmente pieni di link e controlink azzurri, potete vederne qualcuno anche sulla mia home page ottenendo un effetto ridotto (ma magari, che ne so, vi piacciono le emozioni forti e io non sono ancora in grado di darvele…). Va bene, in questi due giorni ho pubblicato sei articoli, spero siate contenti (e se non siete contenti vi attaccate!), domani parto per la Toscana, dove restero quattro giorni e mi sarà difficile aggiornare, per cui abbiate pazienza che al ritorno, sempre se non mi vado ad ammazzare con la macchina, riprenderò a scrivere qualche stupidaggine. Nel frattempo siate felici.

Ho cambiato gestore telefonico: la vendetta degli SMS pubblicitari a pagamento

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Dall’ultima volta in cui vi ho parlato del mio improvvido cambio di gestore telefonico ne sono successe un paio davvero carine:

– ho ricevuto un messaggio pubblicitario. Quelli del call center del mio nuovo operatore dicono che sono io che devo aver pigiato un OK su qualche bannerino invisibile, ma io sinceramente non mi ricordo nulla di tutto ciò, fatto sta che l’SMS pubblicitario mi è arrivato e mi è anche costato 2,44 euro. Roba dell’altro mondo! Dovrebbero darli a me 2,44 euro per ricevere la loro pubblicità e invece me li fanno pagare. Va beh, ho deciso di far schermare i messaggi pubblicitari in entrata (si può fare, anzi, fàtelo subito, così non perdete tempo) e mi hanno anche restituito i 2,44. Carini.

– Mi ha chiamato un gestore telefonico diverso dal mio per sentire se putacaso volevo passare da loro. No, esenza neanche grazie, se e quando vorrò di nuovo cambiare gestore e farmi sugare un sacco di soldi per i loro servizi li chiamerò personalmente e glielo chiederò, che diàmine.

Vi racconterò di eventuali altre scosse di assestamento man mano che si verificheranno. Intanto il consiglio, tanto per cambiare, è sempre lo stesso: cambiate pure gestore ma con molta, molta, molta cognizione.

La sentenza della trattativa stato-mafia è come un film in bianco e nero (ri)visto alla TV

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E allora è stato definito finalmente da una sentenza di primo grado che sì, la trattativa stato-mafia ci fu, e che Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno debbono essere condannati a 12 anni di reclusione. L’ex senatore Mancino, invece, deve essere assolto. Il teorema regge e le ipotesi cominciano a trovare un fondamento giuridico, una radice profonda nelle sentenze di quei giudici che hanno sostanzialmente accolto l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri. E’ stato proprio Di Matteo a dire: “Sanciti i rapporti col Berlusconi politico”. L’ex Cavaliere ha replicato: “Parole di una gravità senza precedenti”. E via schermeggiando.

Comunuque vada, non è una novità. Delle trattative stato-mafia si sapeva già da quando la sentenza contro Giulio Andreotti mise la pietra tombale della prescrizione su eventi antecedenti la primavera del 1980. Eventi che sono stati dimostrati, confermati e vagliati da tre gradi di giudizio. Non era vero nulla quello che urlava esultante l’allora più giovane avvocato Giulia Bongiorno nel comunicare al suo assistito l’esito favorevole della sentenza di Cassazione: “E’ finita, è finita per sempre!” Qui quello che resta per sempre sono fatti comprovati e inaccessibili per il decorrere del tempo dalla giustizia di stato.

In ogni modo, quello di oggi è un film già visto. Un film dell’orrore, s’intende.

Roseto degli Abruzzi 2: Quando c’era ancora il Sor Marchese

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A Roseto degli Abruzzi una volta c’era il Sor Marchese. Era un localino carino, in piena nazionale, con qualche tavolinetto fuori, per cui se volevi fare due chiacchiere, beccarti un po’ di smog, mangiare qualcosa a base di carne di scottona, berti una birra artigianale, tirare due bestemmie per le carrozzine e le madri che invadevano il marciapiede, potevi farlo tranquillamente. Ed era un posto piacevole, dedicato al Marchese del Grillo anche nel nome delle vivande che venivano servite, così mangiavi qualcosa e ti ripassavi anche i personaggi del film.

Ecco, adesso il Sor Marchese non c’è più. Al suo posto per qualche tempo, sotto le elezioni, c’è stata una sede del Movimento 5 Stelle. Ora se ne vede ancora il cartello-insegna. Ma a me piaceva la scottona. E anche il Sor Marchese.