Noi, “gente” che pubblica “robaccia”

Risposta a Beppe Giulietti sugli “squadristi da tastiera”

Wikipedia e il compleanno di Tommaso Ragno

Tommaso Ragno è un (bravo) attore italiano. Wikipedia gli ha dedicato una pagina in italiano e una in francese. In queste ore ha ricevuto svariate manifestazioni di affetti e di augurio per il suo compleanno. Non ci sarebbe nulla di male e di strano se solo si pensasse che oggi NON è il suo compleanno, come erroneamente riportato da Wikipedia. Ok, allora Tommaso Ragno cosa fa? Pensa che poco male, Wikipedia è un’enciclopedia libera, potrò ben correggere l’informazione, del resto è lì apposta per essere corretta e perfezionata dagli utenti, no? E corregge. Ci mette la data del compleanno, quella VERA e attende. Le informazioni così corrette vengono però rimbalzate dalla Torre di Guardia dell’enciclopedia più sgangherata dell’universo che le definisce provenienti da una “fonte non attendibile”.
Ora, voglio dire, il compleanno è il suo, chi può essere più informato sulla data del proprio genetliaco se non chi quella data la festeggia ogni anno? Nessuno, evidentemente. Eppure, pur di non pubblicare un dato corretto, la Wikipedia italiana è disposta a mettere a testo che Ragno è genericamente nato nel 1967 (senza specificare la data):

L’edizione francese riporta, invece, ancora la data sbagliata:


Wikipedia è una fonte inesauribile e formidabile di autoumorismo involontario.

Delitto di link? Laura Boldrini querela Alessandro Meluzzi

Ieri Alessandro Meluzzi, criminologo ed esponente della Chiesa Ortodossa Italiana, in un tweet un link contenente un titolo su delle frasi attribuite (ma chiaramente disconosciute e dimostratesi non pronunciate) a Laura Boldrini e provenienti, già dal 2014, da un sito web (che in passato si definiva “giornale on line”) chiamato “Imola oggi”.

Il titolo incriminato è: «Boldrini: Le decapitazioni dei cristiani secondarie rispetto alle sofferenze dei musulmani». Nel tweet compare anche il nome della testata da cui proviene la dichiarazione. Niente altro.

La Boldrini, simpatica o antipatica che stia, quelle parole non le ha mai dette. Ma ha detto (o, meglio, ha delegato il suo staff a dire) a Meluzzi: “Meluzzi, sono un collaboratore di Laura Boldrini, che è occupata in Aula. La informo che la stiamo per querelare per la bufala che ha diffuso con il suo tweet. Buona giornata”

Che cosa ha fatto, dunque, Alessandro Meluzzi? Né più né meno che twittare un link a una fake news. Che non significa necessariamente o implicitamente che lui sia d’accordo con il contenuto offensivo della pagina (come invece accade per i like messi sui social network ai commenti di hate speaking), è solo un link. Potrei metterlo io stesso sul blog (quando si dice “se volete leggere la pagina originale cliccate qui”), non ci sarebbe nessunissima differenza tra quello che farei io e quello che ha fatto Meluzzi. E non mi pare proprio che riportare un link sia di per sé un crimine assimilabile a quello della diffamazione. Un link ha il solo valore di “segnalare” qualcosa. Che, in quel caso era (è) una pagina disponibile in rete dal 2014, mai rimossa né fatta rimuovere, che riporta una notizia indubbiamente fasulla. Non credo che nel 2014 Laura Boldrini non sia stata in grado o messa nelle condizioni di sapere del contenuto della pagina incriminata. Ci si domanda, dunque, come mai la stessa Boldrini abbia preferito attendere 5 anni e il momento in cui Meluzzi avesse riesumato quei contenuti per querelare qualcuno. Non si sarebbero potuti querelare nel 2014 i responsabili del sito “Imola oggi” e fatto rimuovere l’articolo suppostamente diffamatorio? Ma, soprattutto, che delitto c’è nel riportare un semplice link, ammesso e non concesso che ci sia un delitto?

Non è in discussione, in questa sede, il diritto sacrosanto di Laura Boldrini di rivolgersi alla magistratura se ritiene che la sua onorabilità sia stata lesa.- E’ in dubbio, invece, il fatto che sussista il reato. Per carità, io non sono un giudice (e ai giudici lascio il compito di esprimersi in merito), esprimo solo un’opinione.
La tendenza (un po’ modaiola oggigiorno) di ricorrere alle querele ad ogni ruggire di leone da tastiera, forse rischia di fare un po’ di ogni erba un fascio, e di scambiare le opinioni dissenzienti e le segnalazioni con la diffamazione, di confondere la critica, anche la più feroce, con l’ingiuria, lo sfottò con la calunnia e viandare. Che non si arrivi all’estremo del pensare “La pensi diversamente da me? Mi stai diffamando!”, sarebbe la più grossa esagerazione esistenziale possibile. Ma io credo che ci siamo già arrivati. Non con il caso Boldrini vs. Meluzzi, ma ci siamo già arrivati.

Papillon

Giorni fa ho scritto un post intitolato “M49: Ora vi càa l’orso!”, in cui, sostanzialmente, mi lamentavo del fatto che all’orso errante per il Trentino, e scappato superando un filo spinato elettrificato, miracolosamente sopravvissuto e oggetto della caccia spietata autorizzata e auspicata dalle più alte autorità regionali, non abbia neanche un nome e sia costretto ad essere identificato con una banale sigla. E auspicavo che qualcuno gli desse un nome. Per esempio “Papillon”. Adesso apprendo, attraverso le notizie della preziosa e neonata NuovaRadio1458 dell’amico Caciagli Edo (o Bernardeschi Pilade, ora sinceramente non rammento) che la regione Abruzzo, e più precisamente la Comunità Montana di Pratola Peligna, ha deciso di offrirsi di adottare M49 (si sottintende “vivo”) e di dargli, guarda caso, proprio il nome di Papillon. Hanno letto il mio post? Ma guardate che io scherzavo!! Dare un nome, ancorché a un animale, significa condannare quella persona o quella povera bestia a portarlo per tutta la vita. E meno male che Papillon è un nome quanto meno accettabile e carino per un orso bruno- Ma se avessi scelto roba come Pippolino, Maciste, Strusciapioppi o altre delizioserie del genere glielo avrebbero appioppato ugualmente? Non ci voglio nemmeno pensare. Mi auguro solo che Papillon possa venire in Abruzzo il prima possibile e vivere tranquillo con un nome (e non come una sigla) e un ambiente rinnovato, lontano da schioppi e da doppiette.

Il “mandato zero” di Luigi Di Maio

“È un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati. Cioè, è un mandato che non vale.”

(Luigi Di Maio, luglio 2019)

Per veri “Mampfiosi”

Gioco di parole della catena austriaca di McDonalds che propone un panino “all’italiana” in una linea di prodotti in promozione denominata “Italian Summer” (estate italiana) e definendolo una specialità “Per veri Mamphiosi”, giocando sul significato del verbo tedesco “mampfen” (ovvero mangiare smodatamente, velocemente, divorare, o magari anche “sbafare”) e l’assonanza con la parola italiana “mafiosi” (assunta ormai a valore di internazionalismo) ben conosciuta anche a un parlante di lingua tedesca.

Divertentino come un riccio nelle mutande, nevvero?

Il vicepresidente del consiglio comunale di Vercelli Giuseppe Cannata contro gay, lesbiche e pedofili: “Ammazzateli tutti”

fonte: Udo Guempel via Twitter

Francesca Chauquoi: “A me Montalbano non piaceva. E Camilleri tutto sommato nemmeno”

I capezzoli di Carola Rackete

Marina Morpurgo assolta dall’accusa di diffamazione

Nel 2015 pubblicai un articolo sul caso di Marina Morpurgo che fu indagata per diffamazione per aver leso l’onorabilità della Scuola di Formazione Professionale Siri, “denigrandone su un social network la campagna pubblicitaria” (ecco le accuse così come riportate negli atti della Procura: “Anche io ho sempre avuto le idee chiare: chi concepisce un manifesto simile andrebbe impeciato ed impiumato… I vostri manifesti e i vostri banner sono semplicemente raggelanti… Complimenti per la rappresentazione della donna che offrite… Negli anni Cinquanta vi hanno ibernato e poi risvegliati?” Oggi mi è arrivato un commento a quel post, a firma di Emanuela Sommaruga, che mi informa che la Morpurgo è stata assolta rispetto a quelle ipotesi di reato. Purtroppo non ho ulteriori riferimenti sul web che possano convalidare questa notizia, ma sono ugualmente contento di averla ricevuta e di darvela (anche se immagino che abbia perso di attualità). La notizia dell’indagine era apparsa su “l’Espresso” su un articolo-intervista alla giornalista a firma di Pietro Falco del novembre 2013. Ne riporto qui uno screenshot. Grazie, dunque, ad Emanuela Sommaruga e felicità per l’esito positivo del procedimento penale a carico di Marina Morpurgo.

Senza invito non entra nemmeno la Luna

Io non so voi, ma io di tutte queste celebrazioni, trasmissioni televisive, tweet, post di Facebook, notizie, primizie, novizie e triccheballàcche sull’anniversario dello sbarco sulla luna ne ho piene le palle. Ma proprio piene.

Siamo andati sulla luna, sissignori, ci siamo andati, nessuno lo mette in dubbio e nessuno vuole negarlo. E’ un anniversario importante? Anche questo nessuno lo mette in dubbio, ma non possiamo stare qui a ricordare TUTTO. Ma proprio tutto. Perfino quale fu l’ultimo pasto di Neil Armstrong prima di essere schizzato nello spazio in una missione dall’esito incerto (come se Collins e Aldrin non avessero mangiato). Oppure qualcuno considera di una importanza esiziale sapere se Luca Parmitano prima di partire per la sua missione (perché la chiamano “missione”, si vede che ha un qualche senso di sacralità per qualcuno) abbia ascoltato i Pink Floyd o David Bowie o tutti e due. Non possiamo continuare a sentire lo stesso Armstrong che ripete all’infinito “Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità”, sarà anche una frase storica, ma ripetuta innumerevoli volte perde la sua efficacia retorica.

E poi questo vezzo singolare e non del tutto condivisibile di premettere il prefisso “astro” davanti ai nomi di battesimo dei nostri astronauti più prestigiosi. “AstroSamantha”, “AstroLuca”, ed era Astro- anche qualcun altro di cui non ricordo il nome di battesimo (tanto per dire quanto mi interessi il mondo dello spazio e delle missioni nel cosmo, ho solo beccato una denuncia per diffamazione per aver difeso Samantha Cristoforetti che asseriva di non aver mai rilasciato un’intervista!), e sicuramente ci sarà qualcuno che storcerà la bocca, o magari mi beccherò un’altra querela per aver scritto “Astro-” (trattino).

Non ci posso fare niente. Sono troppo abituato a dare del Lei alle persone. La trovo una forma di rispetto. E normalmente chiamo le persone con il loro nome. Cosa mi viene a significare “AstroTizio”, “AstroCaio” o “AstroSempronio”? E’ come dire “SuperMario” (eroe di un giochino elettronico che andava molto di moda negli anni ’80), o “WonderWoman”. E c’è gente che dice (e, peggio, scrive) “Ciao AstroTìttero, senti, ti volevo dire che…” Cioè, è gente che dà del TU a degli astronauti, a dei professionisti dello spazio, a delle cime della loro professione. E dànno loro del TU. Io mi vergognerei.

C’è solo da augurarsi che questa moda finisca presto, e che ognuno torni sulle proprie posizioni, perché anche questa sempiterna guerra tra complottisti negazionisti e sedicenti scienziati convinti non mieta ulteriori vittime sul terreno bypartisan della diffamazione. La Luna ci piace guardarla dalla Terra, andarci (o non esserci mai andati), sinceramente è un fattore secondario e del tutto irrilevante. Basta così. Per favore.

Francesco Saverio Borrelli

Quando scoppiò il terremoto di Mani Pulite, mi colpì molto un discorso di questo omino elegante, colto, calmo, garbato nei modi e nel linguaggio. Diceva, sostanzialmente, che il potere dei magistrati e quello dei politici sono separati e che questo era un valore costituzionale essenziale che gli permise di andare avanti, assieme ai suoi collaboratori, nello stanare il marcio che pervadeva la prima Repubblica, di scardinare il CAF (lo scellerato patto tra Craxi, Andreotti e Forlani -dei tre solo Andreotti non fu toccato dall’inchiesta di Borrelli, Di Pietro, Davigo, Colombo e compagni-), di fare emergere un malcostume che pervadeva tutto il sistema, di perseguire reati infamanti e ignobili, di mandare in galera personaggi di spicco. “Resistere! Resistere! Resistere!”, fu il suo motto. Ma resistere a che cosa? A una politica chiamata ad autoassolversi con colpi di mano e progetti di legge? No. Borrelli ha appreso soltanto in articulo mortis di una magistratura corrotta e indagata, ha assistito allo sfaldarsi del CSM e alla sfiducia dei cittadini nei confronti dei potere giudiziario. C’è solo da immaginare il suo dolore per una resistenza che veniva sempre meno, per la constatazione che quel potere di uomini perbene, quale lui era, era marcio dal di dentro, e che non era solo il di fuori quello che bisognava combattere. Resisteremo anche a questo, nel suo nome e nel suo ricordo.

Ilaria Occhini

Ilaria Occhini 1965b

“C’è più puntali in questa ‘asa che Cristi sulla croce!”

(da “Benvenuti in casa Gori” – 1992)

La morte del commissario Montalbano

Andrea Camilleri in una foto di Marco Tambara pubblicata dall’edizione inglese di Wikipedia

Montalbano sautò due a due i gradini della porta del Commissariato di Vigàta. Era arraggiato nìvuro. Adelina, non si sapi per quali scanosciuto motivo, a matino non era arrivinuta a farci il café, e lui si era arrisbigliato con un nirbuso che gli faceva girare i cabasisi.

Montalbano trasì e s’addiresse direttamenti verso il gabbiotto di Catarella.

“Catarella…. Cataré…!! Chiossà unni minchia si è stracatafuttuto. Catarella….”

“Ah, dottori dottori… ah dottori dottori… ah dottori dottori….”

Quando Catarella diceva per più di due volte “Ah dottori dottori…” erano duluri assà’. Quando apparve a Montalbano gli arrissimbiò sudatizzo e malatazzo, come se gli fosse andata in facci ‘na sicchiata d’acqua gelida.

“Che è successo Catarella??”

“Ah, dottori dottori…” (ed erano quattro) “…una disgrazia disgraziata! Una catastrofi inimmaginifica, una malasorti! Il dottori Augiello fu Domenico detto Mimì…”

“Che gli succediu”?

“Morì… cioè, morse!”

Montalbano arriflittì un momento e apprezzò la preziosa sintesi di stampo alfieriano del suo sottoposto.

“Cataré’, ma che minchia stai dicendo… ma se aieri assìra se ne stava spaparanzato tra le vrazza d’una bella fimmina… vuoi dire forse che Beba lo ha accoltellato per vinditta?”

“Nònsi dottori, forsi la signora Beba due curtiddrate ce le avrebbe date volentieri di buon grado a quel fimminaro, ma ammatino stava accuricato nel suo letto e non s’arrisbigliò…”

“Ma è una cosa tremenda… chiamami subito Fazio!”

“Impossibbili dottori. Il dottori Fazio non attrovasi in loco imperocché anche lui, mischineddro, morse. Cioè murìu…”

“Cataré’, ma che è successo, è uno dei miei soliti sogni che mi tormentano??”

“Nossignuri, dottori, è la rialtà riali e concreta. Un’ecatombi mai vista nè sintuta!!”

Va bene, senti, chiamami Livia al tilèfono.

“Io non ce lo chiamo il signori Allivia”.

“Cataré’, ma ti sei rimminchionito tutto d’un colpo? Chiamami Livia a Boccadasse.”

“Ah, dici la so’ zita? Non arrisulta possibbili in quanto anch’ella defunse e attròvasi morta cadavere putrescente. Ah, dottori, dottori…”

Montalbano sinni stitti quàlichi minuto assittato su una seggia a riflettere se fosse tutto vero o se fosse invece lui e non Catarella ad essersi rimminchionito.

“Catarella, ma tu stai bene, almeno??”

“Tanticchia, dottori. Ma a sera sarò defunto macari iu. E pure vossia. ‘Ccà non c’è più nuddru, dottori. Il dottori Pasquano, Galluzzo, Adelina, la signura Ingrid, bonànima… non potrà manciari nemmeno da Enzo, che attròvasi allittato in punto di addiventare macari iddru catàfero sticchito.”

Ma che era, la rubrica dei necrologi di Televigàta? Montalbano s’arricordò per un momento di “Pinocchio”, quando il burattino va alla casa della Fata dai capelli turchini, e trova tutti morti. Ma non era cascione di fare troppi riferimenti littirari.

Gli vinni una fitta gelida al vrazzo mancino, come un principio di sintòmo.

“Egli è -riprese Catarella come avrebbe detto lo stesso Collodi- che il Maestro e Dottori e Profissori Andrea Camilleri, detto Nené, nato a Vigàta il 6 settembri 1925…”

“Catarella, non ti mettere a fare l’ufficiale d’anagrafe come il compianto Fazio, vieni al busìllisi!!”

“Egli in quanto lui, dottori, ha smesso di sognare a tutti quanti noiàutri. E noiàutri, in quanto frutto della so’ criazione, che sarebbi la fantasia stessa di lui medesimo, non esistiamo più! E io sono rimasto assùlo a guardare il commissariato in attesa che addivenisse vossia pirsonalmente di pirsona.”

Montalbano gli asciugò una lacrima furtiva.

Poi niscì. Sentiva il bisogno di fàrisi la solita passiata molo molo, ma tanto a casa non avrebbi attruvato nenti da manciari nè per il jorno nè per la sira. Tanto valiva arricarsi al vicino ufficio postali, dove Montalbano si fece dare un modulo per un tiligramma. Scrisse con grafia tremolante: “All’editore Sellerio – Palermo”. Pensò tanticchia e poi vergò sulla carta poche righe: “Si è compiuta la vita del Maestro Camilleri. Sono morto. Con deferenza, Salvo Montalbano”.

Pruì il modulo alla impiegata. Pagò con gli ultimi spiccioli rimastigli in tasca e si allontanò a passi sempre più incerti verso la casa di Marinella dove qualcuno lo vitti trasire, ma nuddru lo vitti nèsciri nelle ore successive.”

“Aveva un che di precursore”, dissi l’editore Sellerio, archiviando definitivamente il telegramma che gli avevano consegnato.

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