Omaggio agli Squallor

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Ora basta parlare sempre di scuola, didattica a distanza, ordinanze, DPCM, regolamenti, cazzi vari. Pigliamoci un paio di post di pausa e parliamo di cose più serie.

Umberto Eco, per esempio. Ecco, Umberto Eco diceva spesso che gli strumenti che si usano per analizzare le produzioni narrative “alte” servono egregiamente per analizzare anche la letteratura popolare, e che i risultati di queste analisi sono molto, ma molto interessanti. Lui lo faceva con i Peanuts di Schulz, con le strisce di Superman, per non parlare di quella marea di divertimento e rimandi che è “La misteriosa fiamma della regina Loana”, libro in cui il professore dev’essersi divertito come nessuno a ritirare fuori canzoni, canzonette, spartiti, figure, figurine, e tutto quanto fa spettacolo dell’epoa fascista, nel tentativo di far recuperare la memoria a un pover’uomo che l’aveva perduta.

Geniale, quindi, è colui che, dotato di strumenti narrativi e poetici aulici e nobili, li mette a disposizione di una produzione “bassa” e volgare nel senso più genuino del termine.

Assolutamente geniali, dunque, sono stati gli Squallor. Ne parlo in ritardo perché di recente ci ha lasciati uno dei componenti, Alfredo Cerruti, colonna portante del gruppo perché faceva da “voce narrante” alla produzione surreale, volgare, grottesca, irriverente, goliardica e volutamente parolaccesca del gruppo.

Gli Squallor erano dei professionisti della musica ingiustamente definita “leggera” o disimpegnata. Facevano parte della formazione origiaria, oltre allo stesso Cerruti, i parolieri Giancarlo Bigazzi e Daniele Pace, il musicista Totò Savio e il discografico Elio Gariboldi. Compositori sensibili, musicisti capaci, gente che ha scritto per i migliori cantanti italiani canzoni che sono rimaste nella storia della nostra espressione musicale d’autore e non.

Ripeto, professionisti assoluti, nati e rifiniti. Che da bravi professionisti, una volta l’anno si riunivano per incidere, per la gloriosa etichetta CBS (o CGD, mo’ nun me l’arcord’!) un album contenente brani assolutamente sboccati e al limite del surreale, che sono valsi al gruppo una serie inenarrabile di censure, perfino nel novero delle radio private e non solo nella cattolicissima e puritanista RAI, che alcuni anni prima del fenomeno Squallor aveva già censurato “Dio è morto” di Guccini.

Forti della loro incrollabile preparazione artistica, gli Squallor uscivano con dischi dai titoli al limite dell’ambiguo esilarante (“Pompa”, “Troia”, “Cappelle”, “Tromba”, “Scoraggiando”, “Uccelli d’Italia”, “Palle”, “Vacca” e via enumerando), proprio in quegli anni 70 che davano troppo spazio alla canzone impegnata e d’autore. Wikipedia, che dedica loro una pagina, definisce il loro genere “Rock demenziale”. Ma “demenziale” de che?? Gli Squallor erano artisti lucidissimi e pieni di inventiva, con capacità tecnico-compositive fuori dal comune. Solo che, occasionalmente, le mettevano al servizio della goliardia e del non-sense, creando anche brani di rara originalità.

Uno degli ultimi in ordine di tempo, “Albachiava”, che vede la partecipazione dell’altrettanto compianto Gigi Sabani (che, bisogna ammetterlo, come imitatore non era un gran che, ma in questo brano ha dato il meglio di se stesso, riscattandosi della pubblicità televisiva a cui il suo stesso personaggio stereotipato lo aveva costretto). Il titolo è chiaramente un calco della conosciutissima “Albachiara” di Vasco Rossi, solo che Alba, invece di essere chiara, chiava. E da lì nasce tutto. Non è solo una canzone che imita lo stile e la voce di Vasco Rossi, ma riscrive e ricrea una canzone molto meglio di Vasco Rossi. Gli Squallor avevano interiorizzato talmente bene lo stile canoro di Rossi, che si sono permessi il lusso non solo di pigliarlo per il culo (cosa, invero, assai facile), ma di fare addirittura meglio di lui. Semplicemente creando un senso di straniamento nell’ascoltatore: la chitarra elettrica che svisa, il pubblico che canta le canzoni in sottofondo, le parole degli originali leggermente mescolate per creare un effetto “scrambling” (“Tu che respiri piano dentro un ascensore, con le scarpe in mano per non far rumore”, che contiene per intero il verso originale “respiri piano per non far rumore”, fino ad arrivare al ritornello inevitabile per cui “Alba chiava/e tu non me la dài/ce l’hai nuova/che cazzo te ne fai??”

Mirabile fu anche “Berta”, dichiarazione d’amore e di arrapamento estremo di un milanese nei confronti di una ragazza napoletana che lo manda a stendere con variegata e partenopea ricchezza lessicale. La melodia su cui si svolge il dialogo surreale potrebbe essere una danza ungherese di Brahms in versione orchestrale, tanto per dire il livello di perfezione raggiunto dai nostri.

Ma dove si sfiora l’assoluto, la perfezione, la mirabile sintesi tra il genio e la volgarità (inteso nel senso nobile di “popolare”) è nel brano “Cornutone”, che comincia, a sua volta, con un omaggio a Totò, sempre con lo “scrambling” di quel “Miss, mia cara Miss / Faccio a scummessa / Ca io mi sposo a te / Miss mia dolce miss / Io voglio il bis e tu lo sai di che”.

“Cornutone” inizia in modo assolutamente folgorante, con una quartina perfetta:

“Miss,
simme juti a fernì int’ ‘o cess’,
e mo’ ca rimango ‘i sule,
te mann ‘affancule…”

fino ad arrivare al culmine, al climax, all’arte pura e totale:

“guardàte stu’ pover omm, ‘na péreta che po’ ffà,
pe’ ‘na femmena ca te leva ‘a libbertà,
pe’ nu vas’ ‘ncoppa ‘a ‘na zizza,
pe’ stu cazz’ ca nun s’arrizza
senza ‘e te:
allìsceme ‘stu bebbé!”

La voce napoletana del gruppo, quella di Totò Savio, quando ancora non era colpita, purtroppo, da una patologia alle corde vocali, rende “Cornutone” un capolavoro assoluto, degno di entrare a far parte della tradizione della canzone napoletana comica.

Parlare di canzoni senza ascoltarle è un po’ limitante, lo so, e non potrei che offrirvi alcuni spezzoni perché la legge sul diritto d’autore di più non mi consente, ma andate su YouTube e trovate questo e molto di più.

Grazie agli Squallor abbiamo portato la volgarità a forma d’arte. Gli Squallor si inseriscono nella tradizione storica e immortale di Pietro Aretino, di Giorgio Baffo, regalandoci un momento di amara ilarità. Fatene buon uso.

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