No! La madre di Lecco NON è stata condannata per aver sottratto i dispositivi digitali alla figlia quindicenne

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PREMESSA: Io non ce l’ho con Repubblica. Uso i suoi articoli a corredo dei miei post perché lo considero un po’ la quintessenza di un giornalismo approssimativo che, purtroppo, si propaga anche ad altre testate giornalistiche. E scusate il titolo alla David Puente.

IL FATTO: Una signora di Lecco, madre di una ragazza quindicenne sospettata di aver sviluppato una dipendenza da smartphone e social network, al punto di passare ore e ore davanti ai propri dispositivi digitali. Nel 2018 la decisione della madre di sottrarle tutti i dispositivi connessi ai social, da cui l’ira della figlia, e una colluttazione, a seguito della quale la minore ebbe la peggio e finì al pronto soccorso. L’ex marito della donna e padre della ragazza ha sporto querela contro la madre, che ha chiesto ed ottenuto la messa alla prova per un totale di 180 ore di lavori socialmente utili presso un comune della Brianza. Nel frattempo aveva già risarcito la figlia e l’ex marito. Anche con la disponibilità e l’invito del giudice, i coniugi non sono riusciti a trovare un accordo stragiudiziale. Ha fatto mettere a verbale quanto segue:

“Ho optato per questa scelta solo per evitare a mia figlia di essere chiamata a testimoniare in un procedimento che l’avrebbe vista contrapposta al padre.”

LE CONSEGUENZE SULLA STAMPA: La sezione di Repubblica “Al femminile”, in un articolo di Alice Michielon (che trovate in copia permanente qui: https://archive.ph/M1psj), riferisce che la madre è stata “condannata”. Altre testate riportano che sia stata affidata ai servizi sociali. Come, ad esempio, qui: https://archive.ph/iaLZu.

IL COMMENTO: Non è vero. La signora non è stata affatto condannata. Ha solo chiesto e ottenuto l’applicazione di uno specifico articolo del Codice Penale, che sospende il processo fino all’esito del periodo di messa alla prova. Se l’esito sarà positivo, il reato verrà estinto. E per un reato estinto non può esserci sentenza di condanna. Se l’esito sarà negativo, la signora avrà tutte le possibilità e i diritti di difendersi in giudizio. Inoltre, non può essere stata affidata ai servizi sociali. L’affidamento in prova ai servizi sociali riguarda i minori. Per i maggiorenni c’è la messa alla prova. Che è tutta un’altra storia. E in cui i servizi sociali non è detto che debbano gioco-forza entrare.

Nessuna condanna è stata dunque inflitta alla madre leccese, se non quella di un giornalismo frettoloso e scarsamente attento ai fatti.