Nel segno della croce

E va bene, è il simbolo della cristianità europea, va bene anche che si sia raccolto in poche ore oltre un miliardo per la sua ricistruzione, va bene che il gallo che era alla sommità della guglia e che conteneva delle preziosissime reliquie si sia carbonizzato e addio Carmela, va bene perfino che la gente si ricordi del romanzo di Victor Hugo, del gobbo Quasimodo e di quella gran figa di Esmeralda, mi sta perfino bene che a qualcuno venga istintivamente in mente (non bisognerebbe combinare avverbi e sostantivi in rima baciata!) Riccardo Cocciante, ma che sia più importante l’incendio di Notre Dame di Parigi rispetto a quello di una favela in Brasile, magari unica e umile abitazione di una famiglia povera in canna, o che valga di più una pietra gotica di una cattedrale della vita di un povero disgraziato che scappa dal suo martoriato paese attraverso la Libia (bella situazioncina anche lì, sì…) e muore come uno stronzo attraversando un tratto di mare assassino, ecco a questo non ci credo. Quindi smettetela con la retorica di Je suis Notre Dame ché non ci fate una bella figura. Intanto perché nessuno vi ha dato fuoco, e poi perché i templi sono fatti per essere distrutti, non per sopravvivere al tempo. L’arte e la religiosità sono cose nobilissime ma Parigi val bene una messa all’aperto e quel che si distrugge si ricostruirà. Non sarà più lo stesso?? Pazienza, si può fare a meno di una simbologia forte se si ha il valore delle cose. Ormai il rogo della pur splendida Notre Dame non dovrebbe più stupire nessuno e le prime pagine dei giornali sono lì per ben altre tragedie. Resettiamo.

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