Youssef è morto.
Era stato accoltellato poche ore prima nell’Istituto di Istruzione Superiore che frequentava, da un compagno di classe. Motivi sentimentali, si dice, ma si dice ben poco.
Certo, il cordoglio. Certo, il dolore, la pena, lo stupore e lo sbigottimento. Certo l’insegnante ha fermato e disarmato l’assassino con encomiabile coraggio. Ma poi?
Poi cosa resterà di tutto questo? Cosa rimarrà di una scuola pubblica che pretende di prevenire queste tragedie con l’uso indiscriminato dell’empatia e facendo tesoro dell’ammirazione nei confronti degli improvvisati e inadeguati influencer di sempre, quelli che lavorano pochissime ore in classe e il resto del loro tempo lo dedicano a TikTok o a come diavolo si chiama?
Perché non è vero che nessuno si accorge di niente. Il punto è che l’allarme, quando si manifesta, cioè sempre più spesso, viene soffocato dalla realtà di docenti che spesse volte girano il capo aspettando il 23 del mese, che si lamentano singolarmente delle decisioni che hanno già preso collegialmente, da quella di chi pretenderebbe di spacciarci l’empatia come cura universale per tutti i mali della gioventù, nonché da coloro che cambiano le parole, per illuderci (ma forse per illudere se stessi) che si possa agire contro il tumore devastante della violenza con la forza taumaturgica di una camomilla, O che si consideri un traguardo il divieto dell’uso del cellulare durante le lezioni, così gli studenti e le studentesse non si distraggono con WhatsApp mentre esistono diluvi di account su OnlyFans a loro riconducibili (se non addirittura ricondotti) in cui fanno, trincerandosi magari dietro l’impunità o il perdono giudiziale riservato ai minori, addirittura di più e, comunque, di peggio.
Chi o che cosa abbia permesso che uno studente entrasse in classe con un coltello e con la chiara ed evidente intenzione di uccidere non lo sapremo mai. Come non sapremo mai come possa essere accaduto che un ragazzo italiano di origine egiziana sia uscito di casa per essere affidato allo Stato e non vi faccia mai più ritorno.
Costernazione. Senso di smarrimento. Ma mai il senso di rendersi conto dei segnali prima che l’irrimediabile prenda il sopravvento. Tutto è a posteriori, i provvedimenti (non disciplinari ma educativi) vengono presi “ex post”. Certo, è difficile. Non si può perquisire nessuno, almeno non preventivamente. Si possono solo chiamare le Forze dell’Ordine e l’ambulanza quando i buoi sono scappati, ma questa è solo la limitazione operativa, diretta, contingente. Perché con una coltellata si muore, ma con l cambiamento costante ed ossessivo delle parole e delle terminologie si campicchia, si tira avanti. Oggi è finita e domani si vedrà. L’educazione sessuale? La chiamiamo “educazione all’affettività”, perché parlare di certe cose va bene, anzi, benissimo, ma devono essere annacquate, diluite in percentuali omeopatiche, fino a renderle apprezzabili sono dal contatore Geiger, quello che impazzisce quando si viene a sapere che la foto di quel coltello girava già da ore nella chat di classe. Di quelle che ce ne sono tante. Quella dei soli alunni, quella degli alunni e degli insegnanti, quella dei rappresentanti e se ne potrebbero elencare ancora moltissime. Purché il telefono squilli ma nessuno dica niente. Né gli studenti che lo hanno visto né i genitori che si intestano le schede SIM dei figli e si dimenticano di controllare quello che è di loro diretta responsabilità. Perché se tuo figlio uccide un compagno e la notizia gira con tanto di foto dell’arma del delitto, poi devi rendere conto al giudice. Perché se tua figlia vende le proprie immagini intimi su un social network, magari con la benevola complicità di qualche adulto che le fornisce la copertura delle credenziali e magari un conto corrente d’appoggio, poi gli inquirenti cercano te.
Incredulità. Ma se c’è incredulità davanti alla possibilità che uno studente muoia non c’è e non ci può essere consapevolezza di quello che accade a scuola. O non esiste altro che l’illusione che tutto questo non accada mai. O, almeno, non a noi. E quando il noi, che rappresenta la scuola, diventa sempre un “qualcun altro”, non c’è più niente da fare.