Il 9 gennaio scorso ho pubblicato la versione e-book (già disponibile su Amazon, Kindle, Barnes and Noble e molti altri store) del mio romanzo “Minchia, Signor Tenente!”, che considero “postumo” per motivi che spiego nell’introduzione e che qui non interessano a nessuno.
Vi si narra la storia di una ragazza siciliana, Rosaria Viganò, che entra nell’Arma dei Carabinieri e viene destinata a svolgere l’apprendistato e i suoi primi mesi di servizio prima a Firenze e, successivamente, a Torino.
Attraverso la maturazione di una consapevolezza personale, non priva di dolori, ma neanche di situazioni rocambolesche, arriverà alla decisione di smettere la divisa, lasciare l’Arma e tornare in Sicilia. Ed è quello che farà, con buona pace di chi non ama che si spoilerino le trame dei libri. Se vi va leggetelo, se non vi va lasciatelo pure lì. E’ solo finzione.
Mentre attendevo la lavorazione dell’edizione cartacea a stampa, notoriamente molto più laboriosa e che necessita di tempistiche del tutto diverse e più dilatate, e mentre stavo svolgendo il noiosissimo ufficio della correzione di eventuali refusi o incongruenze narrative, per restituire al lettore un volume di 220 pagine che avesse una qualche decenza (come fanno gli imbecilli o gli scrittori che si reputano tali, e devo ammettere che quasi sempre coincidono), mi è arrivata la notizia che una poliziotta 27enne, Flavia Misuraca, anch’essa siciliana, e anch’essa provvisoriamente assegnata in Piemonte, e anch’essa con la decisione finale di lasciare il corpo di appartenenza, e anch’essa con la decisione di ritornare nella sua regione, si è tolta la vita sparandosi un colpo di pistola con l’arma di ordinanza. E questa no, non è solo finzione.
Mi sono arrivati diversi messaggi di stupore, per quella che sembrava una sorta di mia profezia alla Nostradamus, una specie di preveggenza, fino alla imbarazzante e scomoda trasformazione in un essere umano dotato di arti divinatorie.
Nulla di più falso. “Minchia, Signor Tenente!” è un romanzo molto sentito e molto partecipato. Non ha richiesto, in fondo, una elaborazione così lunga, almeno non rispetto a tutti gli altri esperimenti narrativi che lo hanno preceduto, anche se decisamente molto più brevi. Si dice spesso e troppo spesso che l’ultimo romanzo che si è pubblicato in ordine di tempo sia sempre il migliore. In genere è così perché col tempo si matura un approccio diverso alla visione di “libro” che si aveva precedentemente. E certo, tutto quello che uno pubblica appartiene a lui, che lo trascrive materialmente su supporto digitale.
Ma non è che i miei lettori (pochissimi, per fortuna!) mi abbiano apprezzato perché io sia un bravo scrittore, definizione che rifiuto, visti quelli che sono gli “scrittori” ufficiali, o magari perché il libro sia bello (oddìo, magari a qualcuno può anche piacere, non dico di no) ma perché sono loro stessi, i miei pochi, occasionali ma mai distratti lettori ad avere dei problemi in prima persona: non ci hanno capito niente su come vanno le istituzioni e su come chi si appresti a servire lo Stato con dedizione, entusiasmo e financo speranza -la speranza è la più laica delle virtù teologali!- e allora cercano, tastando a tentoni nel buio del disorientamento, una qualche ancora di salvezza, o un salvagente appena, nel maremagnum dell’impazzita editoria italiana. E quando lo trovano gli delegano tutte le loro aspettative.
Ma io non ho fatto altro che descrivere una realtà. Tranne un paio o forse uno solo, i personaggi che ho inserito in “Minchia, Signor Tenente!” sono veri, autentici, reali. Non certo perché io li conosca, li abbia conosciuti o abbia avuto qualche occasionale e sporadico contatto con loro, anche se è vero, ma perché fanno parte di una realtà “altra” che quasi nessuno è disposto a riconoscere.
Dunque ho fermato le rotative della stampa, che stavano per mettersi in moto, per cambiare l’edizione cartacea, soprattutto negli elementi introduttivi, lasciando inalterata la narrazione. In fondo una settimana o dieci giorni di ritardo nell’uscita non sono niente. E perché la solitudine in cui Flavia Misuraca è stata lasciata fino al suo estremo gesto sacrificale, non sia stata vana.