Mazzetta – Rumor di sciabole a Istanbul

In Turchia è scoppiata una grave crisi istituzionale; il numero due dell’esercito, il generale Yasar Buyukanit, è stato incriminato dal procuratore Ferhat Sarikaya, che lo accusa di gestire una rete militare clandestina dedita al perseguimento della "strategia della tensione" contro la popolazione e i movimenti curdi.
Tutto cominciò a Semdinli il 9 novembre del 2005, con un attentato ad una libreria curda.
Gli attentatori però riuscirono a sfuggire alla folla, che bloccò l’auto con la quale volevano darsi alla fuga.
A bordo, oltre a un ex esponente del Pkk, prima incarcerato e poi assoldato dai servizi turchi, sono stati trovati 2 agenti, 3 kalashnikov, una pianta dell’edificio colpito ed alcuni detonatori, oltre ai documenti che provano come anche gli altri occupanti fossero poliziotti e che la stessa vettura fosse intestata alla gendarmeria.
Mentre la folla rimaneva sul luogo dell’attentato, esigendo che il magistrato intervenuto registrasse le clamorose prove, da una macchina di passaggio (riconosciuta per una vettura della gendarmeria) sono stati esplosi numerosi colpi che hanno ferito altre 6 persone, oltre ai due morti causati dall’esplosione. A questi eventi seguirono per giorni varie dimostrazioni e scontri in tutta la provincia curda di Hakkari, con uno strascico di altri 7 morti e decine di feriti tra i curdi.
/>Da quei fatti è scaturita un’inchiesta che ha portato all’incriminazione del generale, in procinto di diventare il numero uno dell’esercito turco, essendo già designato a succedere quest’estate al pensionando generale Hilmi Ozkok. Buyukanit. L’alto ufficiale è stato accusato dal Procuratore di Van di avere ispirato e coperto due sottufficiali.
I militari però non ci stanno e accusano il procuratore di contiguità con i partiti islamici turchi (che pure non sono certo alleati dei curdi) e il governo sembra assecondare questa iniziativa, visto che il ministro della giustizia, Cemil Cicek ha messo sotto inchiesta il Procuratore.

Il generale Buyukanit, che aveva definito uno degli accusati come "un bravo soldato", si è difeso affermando che le accuse a suo carico sarebbero ispirate dal partito islamico (vicino al procuratore), negando l’evidenza dell’attentato e affermando che ad accusare gli agenti sarebbero membri del PKK riparati all’estero e non l’evidenza dei fatti. Questi gli argomenti esposti dal generale nei colloqui urgenti che ha avuto lunedì con il premier turco Tayyip Erdogan e poi con il Capo dello Stato, Ahmet Necdet Sezer. Il processo si svolgerà a partire dal 4 maggio prossimo e vedrà alla sbarra, accusati dallo stesso procuratore per reati che prevedono l’ergastolo, i due sottufficiali dell’intelligence della gendarmeria Ali Kaya e Ozcan Ildeniz e l’ex membro del PKK catturato dalla folla in loro compagnia.

Fin dallo scoppio dello scandalo i principali commentatori turchi avevano affermato che la vicenda sarebbe stata un banco di prova per la democraticità di un paese ancora saldamente nelle mani dei militari; questo perché, a differenza dei politici nostrani, i turchi sono ben consci che l’ostacolo all’entrata della Turchia nella Ue (sostenuta dalla schiacciante maggioranza dei turchi) non dipende dalla presenza di un partito islamico, ma dal deficit democratico di una paese nel quale l’esercito è ancora il "garante" delle istituzioni e non il contrario. Dopo mesi di polemiche, arrivati al dunque, i militari rifiutano il giudizio della magistratura opponendo un netto rifiuto e chiedendo, come previsto dalla legge turca, che i militari siano giudicati dalle procure militari anche per reati che evidentemente esulano dal codice militare: "I generali e gli ammiragli possono essere inquisiti solo dalla Procura militare, dopo un’autorizzazione del Capo di stato Maggiore delle Forze armate", queste le norme dell’interpretazione dei militari.

Un evidente deficit democratico che da anni è il vero ostacolo politico all’entrata del paese nella Ue e costituisce il vero motivo di preoccupazione per tutti quegli europei che non si perdono dietro le sciocchezze dello scontro di civiltà e gli strilli scomposti degli xenofobi.

La vicenda non sembra raccogliere grande interesse nel nostro Paese, nel quale i media, incomprensibilmente, prestano attenzione alla Turchia solo quando Calderoli grida "mamma li turchi" paventando l’invasione islamica dell’Europa. La Turchia al contrario è un paese laico, con alti tassi di sviluppo, molto popoloso e nel quale le retribuzioni sono ormai allineate a quelle del nostro Paese ( pur con un potere d’acquisto molto più elevato) e con una economia molto dinamica.

Nelle speranze dei politici europei erano attesi conseguenti passi verso una maggiore democratizzazione del paese e verso una drastica riduzione dell’influenza dell’esercito sul governo e sulle istituzioni; passi che al momento sembrano ancora lontani dall’essere compiuti, visto che Buyukanit e gli altri militari rifiutano di rendere conto delle loro responsabilità alla legge, affermando: "Non ci lasceremo processare da un procuratore che, tra l’altro, non rispetta le procedure".

La vicenda dell’attentato e le accuse a Buyukanit (che pure viene considerato un difensore della laicità dello Stato) stanno scuotendo l’opinione pubblica turca, messa davanti all’evidenza di comportamenti criminali da parte chi per primo dovrebbe far rispettare la legalità. La casta militare, in realtà, si è distinta negli ultimi decenni per numerosi interventi extra-legali contro curdi e islamici, mostrando un totale disprezzo per i diritti umani e una grande volontà di manipolare le opinioni pubbliche attraverso operazioni "segrete" (più volte smascherate), per le quali è sempre riuscita ad ottenere l’impunità da una classe politica molto corrotta, che senza il loro appoggio sarebbe stata defenestrata dai cittadini.

Dagli sviluppi di questa vicenda sarà possibile capire se la Turchia ha la forza di diventare un paese realmente democratico, o se la Ue dovrà ammettere tra i paesi membri una nazione dominata da un’oligarchia militare.

da: www.altrenotizie.org

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