Mazzetta – India-Usa, la nuova frontiera

India e Stati Uniti siglano un accordo storico durante la visita di Bush.
l’India diventa grande e gli Stati Uniti un pò più piccoli.
George Perkovich, vice presidente agli studi della Carnegie Endowment for International Peace, lo ha definito "l’accordo di Babbo Natale", confermando un parere che coltivò fin da quando fu annunciata la nuova collaborazione tra USA e India nel giugno scorso.
L’America di Bush ha elevato l’India al rango dei migliori partner, offrendole doni e una serie di accordi tanto sbilanciati da sollevare più di un sospetto e molti dubbi.
I primi a sospettare sono gli indiani che, se per il 54 per cento ritengono che "l’accordo con gli USA farà diventare l’India una potenza", per un rispettabile 51 per cento in un altro sondaggio ritengono che "non ci si può fidare degli Usa sul lungo termine".
Oggi sono a disposizione maggiori dettagli ed è possibile fare un bilancio abbastanza accurato del do ut des complessivo di questa svolta che è assolutamente epocale e che influenzerà gli equilibri mondiali nel prossimo secolo, anche se per ora i commentatori occidentali non rivelano un gran interesse. Tace la politica europea, tace la Russia, si alza solo la flebile voce della Cina, che si limita ad auspicare che "tutti i paesi dotati di tecnologia nucleare siglino il Trattato di Non Proliferazione" e quella ilare del Pakistan che rivendica pari trattamento in quanto alleato fedele.

Il presidente Bush negli ultimi due anni ha spostato il baricentro dell’interesse americano verso l’Asia e l’Africa. Ultimamente il Dipartimento di Stato ha rinforzato le rappresentanze diplomatiche in Asia e svuotato quelle europee. Bush punta a una forte presenza in Asia, che però non si può realizzare senza il placet di almeno uno dei due giganti del continente. Inoltre, gli Stati Uniti hanno ormai metabolizzato l’evidenza dell’inaffidabilità del regime pachistano come alleato nell’area e rischiano di veder svanire la loro influenza sugli equilibri asiatici, minacciata dai crescenti legami regionali che negli ultimi anni hanno fatto dell’Asia un’immensa area a bassissima intensità di conflitti, ma che ultimamente hanno cominciato ad escludere gli Stati Uniti dalle negoziazioni regionali.

Da qui l’idea dell’alleanza con l’India, in altri tempi considerata un paese sospetto perché si proclamava un mondo terzo rispetto al blocco atlantico ed a quello comunista.
Improvvisamente l’anno scorso Bush è passato da un regime di embargo verso l’India a uno di piena cooperazione. Ha dovuto fare il Babbo Natale anche perché gli indiani ed il loro stesso governo, non erano per nulla ben disposti verso gli esportatori di democrazia a stelle e strisce. Tanta urgenza statunitense è dettata dall’imperiosa crescita della Cina: la casa Bianca sente evidentemente la minaccia di un futuro mondiale determinato da Pechino e sceglie di aiutare la crescita della -potenza- indiana. L’India è già una potenza, ma con l’accordo americano consegue allo stesso tempo investimenti, tecnologia, accesso al mercato dell’uranio e ai mercati americani.

L’accordo si può dividere in due parti, quella che riguarda la collaborazione politico-militare e quella economica.
L’India acquisirà grazie a questo accordo tutto quanto le occorre per sviluppare il suo ambizioso programma di sviluppo nucleare, un settore nel quale è comunque all’avanguardia, disponendo già di 36 centrali nucleari (con altre 18 già progettate) ed di un robusto apparato di ricerca. Gli Usa concedono l’accesso alla loro tecnologia nucleare, alle tecnologie satellitari e delle comunicazioni e la piena disponibilità del loro supermarket militare. Già nei mesi scorsi si sono avute le prime esercitazioni militari indo-americane congiunte, anche se ancora su scala ridotta. Squadre americane hanno fraternizzato con quelle indiane impegnate i azioni anti-guerriglia.

L’accordo politico sottostante non è un’alleanza, o almeno un’alleanza dichiarata. Il premier indiano Singh non potrebbe mai permettersi di portare un documento del genere al Parlamento, nel quale regna ancora il dogma per il quale l’India non deve allearsi proprio con nessuno. Per Bush e l’amministrazione Usa si tratta quindi di sviluppare rapidamente legami che portino la collaborazione ad un certo livello, oltre il quale l’alleanza diventi nei fatti, un insieme di importanti rapporti difficili da mettere in discussione.

L’idea è quella di rendere l’India "dipendente" dalle forniture strategiche americane condizionando in questa maniera l’azione dei prossimi governi indiani. La sintesi di questo dice che l’India nel giro di 20 anni potrebbe diventare la seconda potenza nucleare nel mondo, sorpassando Russia e Cina per numero e qualità delle testate possedute.
Gli Stati Uniti ottengono poco, perché il governo indiano non può permettersi di formalizzare un’alleanza, nemmeno dopo aver detto davanti a tutto il paese che "oggi è una giornata storica" che farà la grandezza dell’India.
L’accordo incidentalmente fa strame di tutti i principi della dottrina della non-proliferazione nucleare, ma Bush ha fatto spiegare che "l’India è un paese unico". La più tipica concezione neo-conservatrice del diritto: quando le norme riguardano gli Stati Uniti diventano un’opinione, restando norme solo per gli "stati canaglia" indicati da Washington.

L’India ha accettato un regime "speciale" di controlli internazionali, per il quale deciderà quali impianti far controllare e quali no. Per l’India non ci sono quindi limiti al riarmo che può anzi essere sviluppato nell’assoluta riservatezza, in particolare nei reattori auto-fertilizzanti, così utili alla produzione bellica. Quella del riarmo atomico è per l’India molto più che una tentazione, visto che rappresenterebbe una bella garanzia di tranquillità, ed è pure molto più economica di un riarmo convenzionale, costosissimo viste le grandezze in gioco.

La parte economica dell’accordo apre lo scambio commerciale tra i due paesi ed è stata preceduta dagli altri corpi speciali Usa, le grandi corporation che solo nel mese scorso hanno investito miliardi di dollari nel subcontinente indiano. Aziende dell’Information Technology e delle infrastrutture, attirate dai grandi investimenti infrastrutturali indiani, dalla crescita del mercato e dal basso costo del lavoro. L’interscambio tra i due paesi crescerà impetuosamente, ma questa crescita andrà a beneficio di pochi fortunati americani, visto che gli indiani continueranno ad esportare negli States un valore triplo di quanto importano, aumentando ovviamente la già grave passività del commercio americano con l’estero. L’India è stata la star degli ultimi incontri di Davos e, grazie ai buoni uffici di Bush, ha iniziato ad avere rapporti ad alto livello con l’Arabia Saudita, preludio all’accesso ai pozzi nel Golfo.

L’accordo significa sicuramente una grossa perdita di posti di lavoro in America, perché gli indiani compreranno soprattutto tecnologia e forniranno lavoro e materie prime a basso costo. Ci perderanno quindi le produzioni agricole ed i lavoratori americani, che già ora vedono le "loro" aziende investire ovunque tranne che in America, vedranno calare l’offerta di lavoro.

Per l’India è un affarone, sperando che tanto know-how e l’atterraggio delle corporation non si tramutino in futuro in un frutto avvelenato: ma a pagare il prezzo di questa improvvisa generosità di Bush saranno gli americani, mentre a guadagnarci saranno, ancora una volta, solo le corporation e gli amici del Presidente.

Il dato più rilevante, storicamente parlando, è che con questo accordo la presidenza più "imperiale", o forse solo più imperiosa, della storia degli Stati Uniti, sembra passare il testimone della potenza anglofona all’India; un riconoscimento realista della necessità di favorire il futuro "campione naturale" del sistema del mercantilismo anglosassone, l’unico ad avere le risorse per poter fronteggiare l’affermarsi della Cina. Testimone che era già passato da Londra a Washington e che troverà rifugio nei prossimi decenni a Delhi, protetto da una selva di missili e bombe atomiche. In effetti Bush insieme al potere nucleare sta passando all’India il peso del testimone di campione planetario della "democrazia", affidandogli pubblicamente l’Excalibur nucleare e il know-how più avanzato

Non è strano che, pur non notando questo passaggio epocale, mentre a Delhi protesta solo l’opposizione, l’accordo abbia trovato una forte opposizione bipartisan a Washington, dove il Congresso americano sarà chiamato ad approvarlo modificando decine di provvedimenti legislativi che ne vieterebbero la realizzazione. Molti congressisti sono preoccupati sia per la sorte della politica ostile verso l’Iran, che dopo un tale accordo sul nucleare lascerebbe senza argomenti Washington, che per il costo dell’accordo. Facendo i conti si scopre che a guadagnarci saranno soprattutto alle aziende del settore energetico (che potranno liberarsi delle scorie nucleari vendendole agli indiani o utilizzandole nella prossima serie di centrali nucleari che prepara l’amministrazione, un altro affare imponente a beneficio di pochi) e le grandi aziende dell’IT e della finanza.

Quando Bush disse, al discorso sullo stato dell’unione, che gli Usa sono drogati di petrolio, intendeva dire che voleva costruire molte centrali nucleari; non era certo l’inaugurazione di una linea "verde" repubblicana, visto che l’amministrazione continua a demolire ogni tutela ambientale e ogni limite all’inquinamento.

L’accordo viene valutato più esaminandone i singoli effetti, che apprezzandone il quadro d’insieme, che è quello di un indubbia cessione di potenza dagli Usa all’India, con l’accelerazione della creazione di una superpotenza planetaria; un dato che certifica un indubbio declassamento della stessa potenza statunitense.
Gli anni della presidenza Bush sono stati erroneamente interpretati come anni "imperiali", e questo accordo è la definitiva sanzione dell’evidenza che la presidenza Bush ha in realtà frantumato il potere degli Stati Uniti. Un processo violento e tanto veloce che ancora fatica ad essere registrato dalla storia e che non viene neanche riconosciuto dalla cronaca. In pochi anni gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan, l’Iraq e anche l’Onu, ma i piani e i modi un pò ignoranti dei terribili vecchietti neocon hanno in realtà messo gli Stati Uniti in ginocchio. La battaglia su questi tre fronti ha fatto perdere completamente di vista i tradizionali assetti strategici, inaugurando una specie di fiera del dilettante.

Completamente inosservata è passata anche la perdita totale della tradizionale influenza sul Sudamerica. La tradizionale "dottrina Monroe" per la quale il Sudamerica è zona di competenza statunitense ad escludere la colonizzazione europea e l’ancor più rigido "corollario Roosvelt" per il quale gli Stati Uniti si riservavano di invadere un paese sudamericano qualora fosse in gioco "l’interesse americano", sono dottrine morte.
Gli Usa non hanno quasi più punti di riferimento in America Latina e la loro influenza si è letteralmente dissipata: ma pochi, anche in Europa, l’hanno notato. L’immagine degli Usa nel mondo non è mai stata così in ribasso, ma gli americani non hanno ancora realizzato appieno l’entità del fallimento, forse perché tutto l’Occidente vive in un orizzonte a brevissimo termine nel quale è difficile ricordare come fosse il mondo anche solo 10 anni fa.

Il tramonto del potere americano, che solo pochi anni fa sembrava incontestabile, è indubbiamente merito, o colpa, delle deliranti teorie dei neoconservatori e degli ultraliberisti che hanno diretto la politica americana negli ultimi anni, o forse più semplicemente della loro avidità, visto che non hanno esitato a sperperare cifre immense per perseguire piani assurdi immersi nella corruzione più evidente.
Evidentemente un’atmosfera da basso impero, che trova il suo logico epilogo nel passaggio del testimone all’India emergente.

da: www.altrenotizie.org

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