Mazzetta – Il crepuscolo del modello

Siamo finalmente giunti al punto nel quale la grancassa della guerra si è trasformata in una cacofonia insopportabile, anche per quelli che hanno a lungo ballato sulle sue note. Con singolare sintonia il New York Times ed il Jerusalem Post, non certo fogli sovversivi o contrari alla guerra per principio o sospettabili di debolezze pacifiste, terzomondiste o comuniste, hanno dato un segnale forte all’amministrazione di Washington e di Tel Aviv. Un messaggio che significa prima di tutto il raggiungimento del punto di saturazione della propaganda bellicista. Molti entusiasti sostenitori delle invasioni e della superiorità delle forze aeree si sono convertiti nei mesi scorsi e, l’evidenza del fallimento, dei lutti e dei macelli sotto gli occhi di tutti, ha ormai portato tra i fieri oppositori della guerra anche gli entusiasti della prima ora. Da tempo le fantasie prodotte dall’amministrazione Bush e supportate dagli israeliani hanno superato il limite della decenza e della sopportazione per paesi che vogliano continuare a dirsi democratici.

Gli americani hanno sacrificato gran parte delle loro libertà civili, non sono mai stati tanto indebitati, sono coscienti del disastro iracheno e anche di quello afgano, sono allibiti dal ripetersi del copione con l’aggressione all’Iran. Il New York Times critica veementemente il comportamento di Israele, che accusa di incoscienza, mentre stigmatizza anche il comportamento vergognoso delle “forze di pace” occidentali che hanno lasciato la prigione di Gerico all’attacco israeliano. Al giornale, scottato dagli inganni di Judith Miller, una loro giornalista che veniva imbeccata dall’Amministrazione, sono molto critici ed attenti prima di tutto al disastro che Bush ha provocato sul fronte domestico, ma da tempo ironizzano su ogni bellicosità di Bush sull’Iran. “Questa l’abbiamo già sentita” dicono delle favole sull’Iran ricordando quelle sull’Iraq. Il gradimento di Bush non è mai stato così basso e non si rialzerebbe certamente con un attacco all’Iran.

D’impatto ancora maggiore l’israeliano Jerusalem Post che, forse nell’intento di fornire un sostegno al morale esausto degli israeliani comuni, fa un’opera straordinaria (per i tempi e per la sua linea editoriale) di franchezza, inaudita da tempo. Al Jerusalem Post sono stanchi della solfa della sindrome d’assedio e anche dell’antisemitismo come strumento di propaganda e, attraverso un’intervista al mitico Terry Gillian dei Monty Phyton, spiega che Israele non deve temere attacchi, perché è infinitamente più forte, militarmente, dei vicini, anche senza considerare l’imponente arsenale atomico. Dice il JP che l’antisemitismo è uno strumento di propaganda logoro e nemmeno veritiero; ricorda che in Europa i casi di antisemitismo sono rari e assolutamente non tollerati dagli europei e, sottolinea infine, che in Europa l’antisemitismo è ridicolo se confrontato con l’ondata di islamofobia montante.

Sono segnali forti del fatto che lo spazio politico praticabile per il binomio Usa-Israele si va restringendo ed ormai è limitato ad ambiti ristrettissimi.

Tale binomio, portabandiera a parole dei diritti umani, si è così trovato ancora una volta isolato alle Nazioni Unite, dove tira una bruttissima aria anche per le sanzioni a Teheran, che Bolton ha predetto parlando di “provvedimenti” contro l’Iran e che invece non trovano alcun consenso.

In Israele tutta la popolazione scevra da visioni messianiche è stanca dello stato di guerra permanente e non è per nulla d’accordo con il piano di Olmert di annettere unilateralmente a mano armata gran parte dei Territori Occupati; negli USA i buchi nelle tasche e nel bilancio degli americani sono ormai voragini, il morale tra i soldati è basso, e l’Amministrazione sa solo dire che tutto va bene, che l’Iran è un pericolo, mentre la Rice non ha dimenticato di ricordare che gli USA sono preoccupati dall’espansione militare cinese (che non hanno invaso nessuno). Tutto questo mentre la settimana scorsa Bush ha armato l’India, con tanti saluti alla proliferazione nucleare e a qualsiasi trattato internazionale sulla non proliferazione. Uno strabismo tipico di Washington, sempre incapace di notare quanto abbiano contribuito alla proliferazione Israele e Pakistan, che possiedono i maggiori arsenali nucleari della regione e hanno sempre preso in giro l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presieduta da el Baradei, impegnato da anni a contenere come può l’aggressività statunitense.

Il doppio standard, la menzogna sistematica, il continuo progetto di nuove avventure militari hanno stancato. Gli stessi Repubblicani americani in gran numero cercano di smarcarsi da Bush e dalla sua politica, tanto che i Democratici si sono per la prima volta aggiudicati il “titolo” di migliori difensori della sicurezza nazionale.

Sui nostri schermi, mentre la Rice annuncia la dottrina del “primo colpo” e si dice sicura del consenso all’ONU, le minacce e l’immaginario della War on Terror continuano a scorrere sugli schermi dell’Occidente. Si vedono ancora missili ed aerei, ma lo spettacolo non tira più, il “pubblico” è saturo. Così il pubblico televisivo non ha saputo nulla dell’istituzione del Consiglio per i Diritti Umani e a qualche lettore sono state raccontate versioni fantasiose per le quali gli Stati Uniti ed Israele si sono battuti per avere un Consiglio migliore.

La verità è che all’ONU Israele e Usa sono rimaste sole a votare contro il nuovo Consiglio dei Diritti Umani che, nonostante l’opposizione statunitense, dovrebbe essere più efficace del vecchio organismo. Con gli Usa hanno votato solo Palau e le Isole Marshall, atolli del Pacifico il cui bilancio dipende interamente dai contributi Usa; le Marshall, per amarissima ironia della storia, stanno ancora mendicando dagli americani il risarcimento per quando questi usarono i loro abitanti come cavie per i loro esperimenti atomici. Non è infatti esatto dire che le uniche bombe atomiche lanciate sui civili siano state quelle di Hiroshima e Nagasaki, visto che gli abitanti del Pacifico hanno goduto dei test atomici in atmosfera di Francia e Stati Uniti. Meno paesi del solito, a dir la verità, perchè Bolton, l’ambasciatore USA all’ONU, mandato espressamente a imporre i voleri di Bush con le maniere forti, non è riuscito ad estorcere il voto negativo nemmeno alla Federazione Micronesiana, di solito disponibile.

Il voto per il Consiglio ha avuto anche tre astensioni; si sono astenuti Venezuela, Iran e Bielorussia, che non hanno votato contro solo per non votare come Usa ed Israele, per marcare la loro differenza pur se contrarie al Consiglio; paesi dei quali comunque Bolton non potrebbe vantare l’adesione alla sua linea, visto che sono in cima a quelli indicati dall’amministrazione Usa come nemici dei diritti umani. Speriamo che le ultime note delle trombe di Washington segnino una inversione di tendenza anche da noi, ultimo avamposto di un modello che pare entrato nella sua dimensione crepuscolare.

da: www.altrenotizie.org

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