Mazzetta – Il bilancio magro della guerra al terrore

Dopo oltre quattro anni dall’invasione dell’Afghanistan la Global War on Terror non è riuscita a conseguire i suoi obiettivi. Una considerazione condivisa dall’amministrazione Bush che ha iniziato già dalla metà del 2005 un deciso cambiamento di rotta, favorita in questo dal suo completo dominio sull’apparato, dalla maggioranza nel Congresso e ora nella Corte Suprema, oltre che dalla libertà supplementare data al Presidente che raggiunge il secondo termine oltre il quale non può essere ri-eletto. Molti dicono che il fatto di non potere e dovere essere più giudicato dagli elettori, liberi i presidenti da molti vincoli, elettorali, morali, e psicologici.
Nel completo disinteresse dei partner europei e degli americani, a parte qualche decina di scandali che non sembrano capaci di mettere a rischio l’Amministrazione, gli Usa hanno preso atto del fallimento, che è nei fatti. All’attivo delle due campagne belliche Bush può portare poco; una sostanziale vittoria nell’imporre il suo quadro ideologico agli alleati ed alle opinioni pubbliche e un mare di quattrini per le aziende che hanno sostenuto il presidente. Il successo politico-militare, invece, non risulta da nessun punto di vista.

Il precetto della GWoT
La Global War on Terror è fallita sul campo, ma continua ad essere vincente sull’immaginario delle opinioni pubbliche. La paura del "terrorista" e l’idea che esista un "noi" (al quale di diritto appartiene in primis Bush) e un "loro", si è radicata nelle opinioni pubbliche e costituisce il carburante di una guerra ormai persa. Non poteva essere diversamente: non si può eliminare un fenomeno bombardando qua e là. Di questo sono ed erano coscienti anche i neo-conservatori ed è chiaro che uno schema tanto flessibile da far prevedere una guerra pluridecennale, non andava certamente nella direzione della diminuzione del terrore. Come negli anni della guerra fredda – e come ancora ora succede in qualche parte del mondo – si impediva l’accesso al potere a chi era incontrollabile, bollandolo come comunista. Ora, a comunismo archiviato, è possibile, per qualsiasi governo, bollare come "terrorista" un qualsiasi oppositore per acquisire il diritto di sbatterlo in galera, radere al suolo le case sue e dei suoi parenti. Variante dei cosiddetti paesi civili come il nostro, accusare di eversione e di terrorismo pacifici altermondialisti. Oppure, in paesi civili come la Francia, praticare misure draconiane di ordine pubblico per la rivolta dei poveri e degli esclusi. Questa versatilità applicativa ha contribuito in maniera fondamentale all’affermazione globale del potentissimo meme della Guerra Mondiale al Terrorismo.

Mentre si aprono i mercati, il mondo si chiude nell’esplosione di mille violenze sorde che si consumano nell’indifferenza di quelli che non sono chiamati alle armi o al ruolo di vittime impotenti. La Global War on Terror è riuscita a trasformare l’era della comunicazione globale nell’era della polverizzazione identitaria, non potendo offrire altro se non, oggettivamente, una narrazione utile a coprire l’evidenza che la guerra stessa sia l’affare d’inizio millennio per pochi eletti. La globalizzazione del denaro e del conflitto ha prodotto solamente oasi impunite di violenza e di sfruttamento. Le libertà personali sono compresse nella più totale indifferenza. Senza il successo della cornice(il frame per gli anglofili) della crociata non sarebbe possibile mantenere le condizioni che alimentano l’azione violenta di molti governi.
Per fermare una guerra moderna esiste un’unica maniera sicura: inflazionarne i costi. Inflazionare il costo delle guerre vuol dire anche riuscire a contrastare l’affermazione di una narrazione del genere ed aumentarne il costo, cioè le quantità e qualità di lavoro e di risorse investite su diversi piani (progetti) impegnati esclusivamente a reggere il velo che sostiene ideologicamente l’impresa, piano che serve a separare l’orrore dalla realtà.

E’ dimostrato che non si riesce a scalfire il potente lavoro sull’immaginario evocando semplicemente l’enorme numero delle sue vittime. Le cifre sono pessime e, se gli oltre 2.000 americani contano mediaticamente più dei 100.000 iracheni, a tenere la posizione contribuisce "l’agnosticismo sulle perdite", cioè l’ignorare volutamente quanta gente muoia, rifiutando sistematicamente di acquisire ufficialmente le statistiche delle morti, nascondendo e negando i danni provocati. La pubblicazione di una ricerca da parte di The Lancet, ha costretto Blair ad annunciare l’istituzione di una commissione statistica: ma Blair non ha permesso che fosse indipendente e la commissione non si è ancora pronunciata. Per quante siano le vittime in Afghanistan e Iraq, il dato non muoverà ormai una foglia.
Ancora meno sembrano aver effetto le denunce sui comportamenti fortemente illegali degli Stati Uniti in guerra, che hanno infranto tutte le norme del diritto internazionale. Gli Usa sono stati scoperti ad infrangere le convenzioni di guerra e numerose leggi internazionali. Rapimenti clandestini e diffuso ricorso alla tortura, impiego di armi di distruzione di massa proibite (il fosforo bianco a Falluja e altrove) e detenzione illegittima di centinaia di detenuti ancora prigionieri a Guantanamo. Prigionieri ormai alimentati a forza, perché in sciopero della fame contro l’assurda condizione che li mantiene prigionieri in condizioni disumane da anni, nonostante gran parte di loro sia stata riconosciuta incolpevole di qualsiasi reato. Per loro non è ancora stato previsto alcun giudizio e nemmeno che pena debbano scontare. Quindi, dalle violazioni del diritto umanitario a quelle sulle convenzioni sui prigionieri (anche le torture sono passate nel nulla e continuano), si è passati a quelle sulle armi chimiche, fino all’infrazione delle stesse leggi interne di molti paesi ed alle gravissime violazioni delle leggi europee e ai codici internazionali che regolano l’operato delle ONG. Sono infrazioni gravissime che però, quando emergono, non trovano eco nei paesi complici di Bush.

Un diffuso e sfacciato ricorso all’illegalità che ha sortito l’effetto "shock and awe" soprattutto sulla sensibilità degli europei ed americani, ormai travolti dal clima e dal bombardamento dei media sulla "necessità" di tante illegalità, di tanta agitazione, di tanta bellicosità.
Bellicosità della quale beneficia prima di tutto il "terrorismo" che, in quanto fenomeno politico, si autoalimenta all’aumentare della tensione. A molti non è sfuggita la simbiosi tra Osama che manda un video quattro giorni prima della ri-elezione di Bush , tentando di legittimarsi agli occhi delle masse arabe come unico leader in grado di contrastarlo, anche a costo di rafforzare lo stesso Bush e favorirne il successo. Si tratta di simbiosi evidente, posto che una distensione tra Occidente e Islam danneggerebbe prima di tutto lo stesso Osama. Anche in questi giorni il frame ideologico è robusto come non mai e viene mantenuto teso aggrappandosi anche a disegnini fuori luogo, raccolti da un danese fuori misura. E anche se la figura dell’arabo cattivo non ha attecchito nella cultura, si però diffusa nelle popolazioni in misura preoccupante, fino ad avvalorare fesserie come quella che esistano misteriosi "altri" che "ci" vogliono conquistare.

La realtà
Il tratto caratteristico dell’amministrazione Bush è la compassione, intesa nel senso cristiano/evangelico, che viene tradotta nel togliere tutto ai poveri per regalarlo ai ricchi che così potranno fare più carità. L’immensa quantità di denaro pompata nella guerra ha seguito questa rappresentazione, che è il vero frame sottostante alle guerre del ventunesimo secolo. Molti si sono arricchiti mentre l’amministrazione rastrellava denaro indebitandosi con il globo, molti hanno eroso dall’interno l’efficacia dei piani di Bush rubando a tutto spiano. Se l’agnosticismo sulle vittime passa senza dar pena, non così l’agnosticismo sui conti; fare orecchie da mercante non serve quando si sono vuotate le casse e non si può spiegare dove sia finito il denaro. La guerra è finora costata circa 2.000 volte la previsione iniziale dei conti da barzelletta presentati da Bush e scava inesorabilmente nelle finanze e nelle tasche degli americani.

La compassione dell’amministrazione è uniforme: non fa arrivare niente alle vittime di Katrina come non fa arrivare niente a Baghdad. L’unica infrastruttura che è ora migliore in Iraq rispetto a quanto non fosse nel dopoguerra, è la rete telefonica cellulare, che ha sostituito la rete fissa e che però divide il paese in tre zone che non comunicano tra di loro. Tutto il resto non funziona e i soldi del petrolio iracheno hanno pagato solo gli stipendi. Svaniti i soldi del governo, svaniti i soldi con i quali Bush prometteva di fare dell’Iraq un "paese d’esempio nella regione", il paese si avvia a divenire una repubblica islamica e a votare la richiesta di uscita dei militari USA. Svaniti sono anche gli aiuti umanitari e i soldi delle Ong che, per ammissione dello stesso presidente afgano Kharzai, consegnano ai fortunati destinatari della "compassione" dell’occidente meno del 20% delle cifre che ricevono. Compassione addirittura più micragnosa di quella della carità islamica e, come quella, spesso troppo selettivamente usata come strumento di azione politica.

Mentre in Afghanistan la violenza degli oppositori al governo è data "in aumento" dal Dipartimento di Stato, nel vicino Pakistan il governo deve affrontare la rivolta della provincia del Baluchistan; la perdita del controllo su Jammu e Kashmir e la recente dichiarazione di un emigrato Pashtun nella provincia del Waziristan, a lungo ritenuta rifugio di Osama. Non stupisce l’evidente calo della fiducia americana in Musharraf. Tutto questo mentre in Afghanistan i Pashtun sostenuti dai pakistani danno vita a numerose proteste soffocate nel sangue dal governo e lo stesso ha perso il controllo del paese.

L’amministrazione al lavoro
Come se niente fosse successo, Bush si aggrappa al frame della GWoT, cercando di tenere alta la tensione nel mondo e in Medioriente in particolare; ha infatti cominciato a costruire un nuovo nemico sfruttando la logora scusa delle armi di distruzione di massa nelle mani dello "stato canaglia", parte che ora toccherebbe all’Iran. Gli USA sono però frenati dagli stessi alleati e dalle potenze mondiali che, mentre assecondano la narrazione USA, sembrano intenzionati a portare alle calende greche le trattative con i persiani. Va detto che sono anche frenati dagli inconfessabili legami con il Pakistan che fornisce e ha fornito ai persiani, ma anche ai sauditi, ogni genere di materiale e di tecnologia proibita.
Una robusta svolta strategica ed organizzativa è stata operata dal Dipartimento di Stato. Gli Usa si sono aperti all’alleanza con l’India, consentendo al gigante indiano l’accesso alle tecnologie nucleari in cambio della benevolenza verso le pressioni sull’Iran, anche se già l’India lamenta un tradimento degli accordi. La svolta verso l’India è inserita in un quadro di un ridispiegamento strategico della diplomazia americana, che ha deciso di tagliare drasticamente le rappresentanze diplomatiche in Europa e di potenziare le ambasciate in Asia.
Condoleeza Rice ha fatto anche altro: d’ora in poi dipenderà dal Dipartimento di stato la struttura che si dovrà occupare della ricostruzione in Iraq, sottratta alle malversazioni del Pentagono. Anche tutte le Ong statunitensi sono state sottratte al controllo di ministeri e agenzie delle quali erano emanazione e ricondotte sotto la guida unica della Rice, traducendo nella pratica la teoria neoconservatrice per la quale le Ong devono diventare strumento funzionale alle campagne americane e abdicare alle velleità umanitarie.
Le conseguenze si sono già viste in Africa, dove l’Aids è tornato a dilagare dopo che l’amministrazione USA ha vincolato gli aiuti alla scelta di campagne basate sull’astinenza sessuale e alla condanna della diffusione di profilattici. La Rice ha inoltre deciso che l’annuale rapporto sul terrorismo non sarà più pubblicato: tutto quello che dimostra i fallimenti dell’amministrazione viene sistematicamente occultato.

Il presidente punta tutto sulla potenza militare e nel nuovo bilancio prevede altri, enormi, tagli sociali, per giungere a un ulteriore innalzamento del budget militare, al quale gli Usa destinano già una cifra superiore a quella di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. C’è chi ha sostenuto che la guerra in Iraq sia stata scatenata per il petrolio mediorientale; a ben vedere però, se esiste una motivazione economica, dovrebbe essere riconosciuta nella solare evidenza che è la stessa guerra, o almeno questo tipo di guerra, ad essere il vero affare per chi l’ha decisa.


da: www.altrenotizie.org
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