Massimo Giannini e il dovere degli italiani

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Parliamo di Massimo Giannini. Eccellente giornalista, direttore de “La Stampa” di Torino, persona di acuta intelligenza, ottimo interlocutore televisivo nei dibattiti di argomento sociale e politico.

Nulla da dire, per carità.

Però questo suo commento a un messaggio Twitter del Ministro dell’Istruzione Bianchi sul tampone gratuito per i professori non vaccinati mi ha messo i brividi. Due righe e mezzo di inesattezze formali e sostanziali che terminano con l’immancabile invito alla vergogna di buroniana memoria.

I professori non vaccinati, in primo luogo, non rifiutano il green pass (hashtag appetibile su Twitter, questo lo ammetto). Casomai rifiutano il vaccino, in certi casi, ma neanche sempre. Ce li voglio vedere i professori andare al collegio docenti il 1° settembre (assembramenti in aula magna) SENZA green pass, collezionare la prima assenza ingiustificata, essere rimandati a casa e rischiare di restare senza stipendio di lì a poco. Il green pass è uno strumento che non costituisce un presidio sanitario, ma è uno strumento neutro di controllo. Perché essere contrari per principio a ciò che è inerte? Lo si sarà, se mai, a ciò che materialmente AGISCE sul nostro corpo, a torto o a ragione che sia. Basta fare un tampone (negativo, of course), ogni 48 ore per avere un green pass valido. Perché mai si dovrebbe essere contrari a uno “strumento” generico, oltretutto normato per decreto del Governo?

Ma c’è di più. C’è quello schiaffo “agli italiani che fanno il loro dovere” che rovescia tutta una prospettiva linguistica ed ontologica. Perché se la vaccinazione diventa un dovere, anziché restare un diritto, abbiamo rovesciato le prospettive più elementari della nostra Costituzione e dello Stato di diritto. Se le regole sono regole non possiamo cambiarle in corso d’opera, in modo che quello che era valido ieri, domani finisca per l’essere il suo esatto contrario.

Perché questo non genera solo incertezza, scoramento, disorientamento nell’opinione pubblica, ma getta anche un’ombra oscura sul giornalismo e sulla qualità dell’informazione. Ma gli conviene?