Marco Dugini – L’Unione e il tassello mancante

Siamo nel 1993, e il protagonista di questa storia, mentre cerca di tornare a casa dal lavoro, sta ascoltando in macchina Radio Radicale:
"Mentre appaiono manifestamente inadeguati i tentativi in atto o di rigenerare vecchi partiti, o di costituire aggregazioni che, all’insegna del nuovismo, ripetono esperienze già fatte, si invita a votare alle prossime amministrative per le Liste Pannella, che dovranno costituire anche il nucleo promotore e anticipatore di un autentico Partito democratico, cosicché questo possa presentarsi come tale alle prossime elezioni politiche. In particolare, chi subordinasse la propria strategia e le proprie scelte a quelle attuali del PDS, non potrebbe assicurare al Paese quella radicale riforma e quella rivoluzione liberale che vogliamo."
All’appello di cui sopra seguivano le adesioni di intellettuali come Angelo Panebianco e Marcello Pera.

13 anni dopo i Radicali sono diventati alleati elettorali del Pds, nel frattempo rinominato Ds, mentre il protagonista di questa storia ha trovato poco traffico per la strada ed è riuscito a tornare a casa senza imprevisti, in tempo per guardare il Tg3 che sta intervistando Francesco Rutelli; il leader Dl sta così concludendo il suo discorso: "…vincere le elezioni: insieme, con Prodi, con la lista dell’Ulivo, con la prospettiva del partito democratico dopo le elezioni".
Questo partito democratico, totem venerato da più parti nel corso della storia italiana, in questo caso vedrebbe come suoi principali promotori la Margherita e soprattutto i Ds, nel frattempo evidentemente diventati capaci di assicurare al Paese quella "rivoluzione liberale" che volevano i Radicali nel ’93.
Li aiuta in questo la memoria di quella "straordinaria stagione delle privatizzazioni", per dirla con le parole di D’Alema, che attuò l’allora governo di centro-sinistra.

Anche in questo caso il progetto vanta le adesioni di noti intellettuali, industriali e opinion makers come Paolo Mieli, De Benedetti e della Valle, tanto per citare le tessere virtuali che già si trovano nei posti gerarchicamente più avanzati, se non proprio al primo posto, come rivendica per sé De Benedetti.
Ciò che invece cambierebbe profondamente la composizione della coalizione di centro-sinistra, sarebbe la dissoluzione e la scomparsa di un grande partito d’ispirazione socialista, tassello non di poco conto nella geometria politica italiana.

Un tassello fino ad ora risultato necessario per coprire l’enorme divario che sussiste tra la sinistra radicale e le formazioni più moderate e confessionali.
Il partito democratico è stato infatti invocato proprio per assicurare l’egemonia "riformista" sul futuro governo a guida Prodi o meglio, tanto per usare la nuova tipologia di linguaggio aziendalista oggi in voga anche a sinistra: per assicurare "l’azionariato di maggioranza" a coloro che si riconoscono in un progetto di alternanza, più che di alternativa, rispetto al governo Berlusconi.
I democratici di sinistra si sono così trovati stretti in questa morsa, tra una consistente fetta della propria base che chiede loro discontinuità rispetto alla passata esperienza di governo, e il potente blocco economico-mediatico di un’elite centrista che al contrario esige una graduale ma inesorabile fuori-uscita da quanto in loro rimasto di social-democratico (e post-comunista) per poterne finalmente abbracciare la causa.

Un’operazione che a livello ideologico ricorda molto da vicino quella attuata da Blair nel momento in cui rifondò il partito laburista inglese in New Labour.
Ma come sempre succede, il pretesto di scrollarsi di dosso una presunta incrostazione ideologica, nasconde in realtà finalità ben più importanti.
In ballo c’è la stessa concezione della politica, e cioè se questa debba essere lo strumento privilegiato attraverso il quale regolare direttamente i meccanismi sociali della società, o se invece debba dimagrire al punto di devolvere la gestione di potenziali fattori squilibranti alle regole e alle attività del mercato. Questo secondo la tesi ritornata prepotentemente di moda nell’ultimo decennio, in seguito alla crisi del Welfare State.
E se proprio quest’ultima è stata la strada scelta dai Ds, strada che sicuramente potrà assicurare l’egemonia alle forze moderate, non è chiaro invece quanto potrà essere d’aiuto alle necessità di equilibrio dell’Unione, che si troverebbe così sbilanciata verso politiche liberiste favorevoli alle aspirazioni di un blocco centrista che guarda per altro con interesse alla prospettiva di una "pace sociale", e all’assenza di conflitto, a loro giudizio meglio garantita dalle forze di centro-sinistra.

Tuttavia una coalizione è come un organismo umano, fatto di organi che, pur nella diversità di natura e compiti, devono filtrare bene per garantire la sopravvivenza dell’insieme.
Con l’incorporazione di diverse famiglie politiche in un unico recinto vago e asettico come quello del Partito democratico, una grossa fetta dell’elettorato di sinistra si troverebbe quindi priva di reale rappresentanza nelle sue aspirazioni, ed è proprio per questo che la fondazione di questo nuovo partito è stata rinviata al periodo successivo alle elezioni, dimostrando come al solito poca trasparenza e chiarezza.

C’è da dire che il verbo governare deriva da quello greco: kubernao, cioè "dirigere col timone", in vero un po’ autoritario, ma che spiega bene le difficoltà di un viaggio epico, mentre la funzione di governo, oltre alla normale opera amministrativa e quantitativa, ha un’importante dimensione decisionale, qual è nei fatti lo stabilire la direzione politica da tracciare.
Ebbene, nel nostro caso "al timone" avremmo più che un aspirante premier, qualcosa di molto più simile ad una mascotte di una squadra di baseball americano, a simboleggiare con il suo simpatico volto la cooptazione quasi forzata di una pluralità di direzioni politiche spesso divergenti tra di loro, se non in conflitto.
Per questo Prodi si lamenta e cerca di spingere il piede sull’acceleratore: le vestigia del Partito democratico, cucite a misura per lui, dovrebbero essere la futura architrave di governo, ma così facendo rischia di alienare tutti coloro che non né faranno parte.
In questo senso sono di poco aiuto le sue rassicurazioni su un programma di governo che a suo dire sarebbe già stato concordato da tutte le forze politiche.

In realtà è lotta serrata: dai Pacs alla laicità, dalle politiche economiche al ritiro dall’Irak, dal ripristino del nucleare alle valutazioni sulla riforma Moratti.
Così come parlare di "superamento" della Legge Biagi o del sistema dei Cpt, anziché abolizione, può voler dire tutto e nulla.
E chissà quali novità apprenderà il protagonista della nostra storia, quando un domani accenderà la radio o la televisione e si parlerà ancora di Partito democratico.

da: www.altrenotizie.org

 

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