Manfredi Vinassa de Regny

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Oltre a quella per la radio ho sempre avuto un’altra immensa passione: i libri.

E’ inutile, quando una cosa ce l’hai nel sangue non ti abbandona mai, nemmeno quando ti pare di dedicarti ad altro.

E fu così che, entusiasta com’ero di quel mondo dell’etere che mi si apriva davanti, una volta comprato il WRTH mi ritrovai tra le mani un Oscar Mondadori, “I segreti della radio” di Emanuele e Manfredi Vinassa De Regny.

Amazon ce l’ha ancora in catalogo, in una edizione aggiornata e accresciuta. Quella che avevo io si trova ancora (usata, ma, cosa volete, non si può avere tutto dalla vita) su eBay a prezzi più che accessibili e popolari. Per un cimelio questo ed altro.

Imparai molte cose da quella lettura. Tra le prime, che a Milano e a Napoli c’erano dei gruppi di radioascoltatori che pubblicavano bollettini e periodici di informazione sull’argomento. E che a Colonia c’era la Deutschlandfunk che trasmetteva in italiano. Ma questa sarebbe stata storia a venire.

Lui, Manfredi Vinassa De Regny, lo avrei conosciuto qualche anno dopo. E avrei subito imparato che la sua nobiltà non gli veniva dal nome, e neanche da quei baffetti da sparviero che si ritrovava e che ha sempre curato come una vera e propria estensione di sé. E neanche dalla sua figura asciutta e slanciata, dall’andatura elegante e dalle giacche e cravatte che indossava con disinvoltura. Tutto gli veniva da un consapevole entusiasmo per il mezzo, dalla sua conoscenza, dalla voglia di fare, ma, soprattutto di divulgare il suo spere e la sua esperienza umana.

E allora, Valerio, la facciamo questa Associazione Italiana Radioascolto?” mi chiedeva con uno stupore quasi infantile che gli illuminava il viso. Come se avesse voluto organizzare un picnic, un piccolo déjeuner sur l’herbe.

Non ho mai sentito da lui una parola fuori posto, ma, soprattutto, non ho mai avuto nemmeno la sensazione che facesse di tutto quel bagaglio di sapienza radiofonica che si portava appresso, come un valigione da emigrante, di quelli che contenevano una vita intera, un motivo di vanto.

Manfredi Vinassa De Regny, questo uomo discreto e sornione insieme, aveva dato alla radiofonia italiana quanto di più grande un uomo potrebbe dare: il rischio della propria libertà.

Racconta nel suo ultimo, recente volume “Cinquant’anni di radio (e se vi sembran pochi)”, di essere stato indagato per “trasmissioni radio abusive” e di essere stato deferito per questo innanzi al Pretore (allora esisteva). Lo fa con una leggerezza sorprendente. Come se invece di sporcarsi (e per sempre) la fedina penale avesse rischiato di inzaccherarsi le scarpe nuove di vernice inciampando in una pozzanghera.

Quel procedimento ebbe un’evoluzione singolare. Il difensore di fiducia diede forfait all’udienza in cui avrebbe dovuto pronunciare l’arringa difensiva. Assunse la difesa l’avvocato Laredo de Mendoza, radioamatore anche lui, piuttosto verboso, a quel che si diceva, ma profondo conoscitore della legislazione che concerneva le radiotrasmissioni. E se Parigi val bene una messa, la causa valeva bene un po’ di logorrea.

Fu una arringa appassionata. Che portò Manfredi e gli altri co-imputati alla piena assoluzione in virtù dell’articolo 21 della Costituzione. Non fu solo una vittoria processuale, fu un grimaldello. Lo stesso che diede vita alle prime radio private italiane. La fine del monopolio di Stato. Libera espressione e pari opportunità di antenna per tutti. Che, poi, questa libertà si sarebbe tradotta in quella di mostrare tette e culi in seconda serata (la sentenza non riguardava solo i segnali radio, ma anche quelli televisivi, evidentemente), da parte di quella stessa Milano in pieno fermento (Radio Milano International fu figlia dell’entusiasmo e della voglia di comunicare), questo Manfredi non poteva saperlo, allora.

Ma lui fece spallucce. Certo, con un po’ di amarezza, se è vero come è vero, che cinquant’anni dopo, Manfredi sottolinea nel suo libro la totale insensibilità, quando non addirittura l’incapacità di vedere, da parte dei pubblici ministeri e degli agenti di pubblica sicurezza di allora, di riconoscere che il mondo stava cambiando e che quell’evoluzione sarebbe stata inarrestabile.

E tornò ai suoi amori di sempre: le trasmissioni in special english della Voice of America, Radio Luxemburg, i baracchini, le amicizie con gli speaker di Radio Montecarlo (prima fra tutti quella con l’imprescindibile Barbara Marchand), quattro chiacchiere con gli amici. E poi sarebbe arrivato Piero. Solo che di lui vi parlo in un altro capitolo.

Oggi la stessa censura che gli servì per scardinare un intero sistema, armato solo del suo grimaldello costituzionale, viene applicata regolarmente alla rete internet. Ma è bello sapere che Manfredi è anche lì, e sorride.