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Valerio Di Stefano - Malinverno - Sinfonia picaresca in forma di romanzo


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1 - Lettera di accompagnamento
Andante - Finale con fuoco

Il processo che seguì quella prima azione criminosa di tutta la mia disgraziata vita, Reverendo Padre, non fu altro che una misera e tetra rappresentazione teatrale, come lo sono tutte le azioni di giudizio che portano all'unico, inevitabile finale annunciato: la condanna.

Accade, tuttavia, e non raramente, che gli attori di quelle tragicommedie di provincia, stanchi e annoiati dal ripetere ogni volta le stesse battute, eseguano il loro copione con scarsa, anzi, scarsissima abilità artistica, limitandosi a pronunziare, trascinandole nell'eco di una stanza di Tribunale, poche frasi di circostanza.

Il Pubblico Accusatore non fu particolarmente acre, con questo Suo servitore che Le scrive. Non mi guardava mai in volto e pareva limitarsi solo a leggere ad alta voce delle domande che si era segnato su un foglio di carta, più per trovar conferme a ciò che rappresentava una conferma col suo solo esistere, che per conoscere maggiori e più subdoli particolari sul mio orrendo misfatto. Risposi, comunque, a ciò che andava chiedendomi, e confessai e non negai. A tratti pareva essere egli stesso in evidente difficoltà emotiva, nell'interrogarmi e nello scandagliare i moti del mio animo rispetto a quella circostanza dolorosa, situazione incresciosa da cui io stesso, per il sol fatto di essere buono, cercai invano di distrarlo.

Il mio difensore d'ufficio era un tale coi baffetti ingrigiti e una gran maculatura giallastra su una tempia. Fece il possibile, non risparmiandosi nessuna delle battute che gli erano state attribuite nella recita di quel palinsenso. Parlò di circostanze attenuanti speciali e generiche, della mia incensuratezza, dote virginale che non avrei certo conservato nel tempo, della provocazione che avevo ricevuto da quel povero disgraziato di un medico e dello stato d'ira che mi obnubilava la mente, almeno a suo dire.

Fece il suo lavoro, ma nulla di più. Il finale era, dunque, più che scontato. Il giudice emise la sentenza, a cui non interposi nessun appello, gettandomi addosso la croce e costringendomi, in nome del popolo italiano, a portarla per quattordici anni, da scontare in questo carcere della mia città, indifferente alle mie vicende, che ho sempre tanto amato e che non ho mai abbandonato nel corso della mia rovinosa vita, già maledetta da Dio, e in quel momento anche dagli uomini.

Trascorsi dunque tre anni in questa prigione da cui ancor oggi mi rivolgo a lei, scrivendole, durante i quali mi feci intimo di alcuni compagni di detenzione, primo fra tutti il Poletti, a cui volevo un gran bene. Era stato condannato all'ergastolo per un fatto di cui non volle parlarmi nei dettagli, limitandosi a farvi cenno con gesti ed espressioni sempre più neutri e non capii mai se fosse perché quel passato non gli appartenesse più o perché gli fosse diventato, all'improvviso, insopportabilmente greve. Non sapeva scrivere, il Poletti, così, quando doveva mandare delle missive a casa, io mi offrivo sempre volentieri di vergarle per lui, su quella carta a righine bianche e rosa che i secondini ci passavano, e che non s'aveva a sciupare, nossignori.

I pasti non erano gran cosa, e questo può perfino risultare comprensibile a una persona di normale intelletto. Tuttavia io mangiavo ogni cosa, se non con il necessario appetito, almeno con una ordinaria diligenza, che mi permise di sopravvivere. E dopo il periodo dell'isolamento, che trascorsi a parlare con la mia anima bruciante d'inferno e di rimorsi, nonché coi muri diacci e umidi di una cella grigiastra, che aveva come contrasto solo il biancore della ceramica dei piedoni del servizio igienico in cui potevo depositare i miei bisogni corporali, chè di luce non ve n'entrava punta davvero, mi misero a lavorare nella biblioteca dell'istituto di pena, circostanza che mi sollevò non poco e che mi permise persino di guadagnare qualche quattrino da mandare a casa, visto che non mancavo di nulla, e che quelle poche dosi di tabacco che fumavo, di tanto in tanto, me le passava il Poletti, che ne comprava per sé.

Di libri, invero, non è che ne avessi visti e aperti molti, in gioventù. A casa c'erano solo tre volumi, che io ricordi. Un manuale di cucina di un tal Pellegrino Artusi, con cui, pure, mi trastullavo da piccino perché quello sconosciuto raccontava delle ricette semplici e del come dovevano farsi con tale grazia e arguzia da divertir chiunque, una edizione senza copertina del "Cacasenno" del Banchieri, giunta lì non si sa come, e un libro dalla copertina verde cartonata, che raccontava le storie strampalate di un ragazzetto simpatico che veniva nominato "Gian Burrasca", per via della sua innegabile indole a combinar malestri.

I libri che vi si potevano leggere, in quel luogo di pietà umana e cristiana, erano assai pochi. Spiccavano, per bellezza di copertine, delle edizioni di romanzi condensati, pubblicati da un editore americano che doveva aver a cuore il fatto che i suoi acquirenti non facessero tanta fatica nel comprendere i passi astrusi e meno abbordabili di qui contenuti americani a loro volta. Storie impossibili d'amore e gelosia, nella maggior parte dei casi, qualche racconto di mistero e di polizia, in quelli meno frequenti.

Oltre ad esser di scarso pregio, le dotazioni libresche di quel sacrario di anime in pena erano costituite per lo più, da edizioni di scarsa qualità e ormai consunte e ingiallite dal tempo e dall'umido, con le pagine appiccicaticce della saliva che umettava i polpastrelli per voltarle, per tacere di altri liquidi umorali di cui si aveva notizia sol di notte, quando nessuno dorme, e i fantasmi del corpo si aggrovigliavano nel bisogno sottaciuto di qualche anima offensa1.

Spesso veniva a trovarmi, in visita, Benedetta. Portava con sé, non so se per malcelato imbarazzo o per ritrovato spirito, la squillante bellezza della sua gioventù, che pareva non volesse né sfiorire né trascolorare, a dispetto di quel che le era capitato per via di quel laido del Nelli.

"Ciai qualcheduno?", mi capitava di chiederle.

"Qualcheduno, sì...", e sospendeva il discorso guardando su per aria, come a cercar sul soffitto la conferma alle sue affermazioni che si facevano via via più rade e pungenti.

"Mi voglion, bene, certo, tutti. A modo suo. Il notaio per Natale m'ha perfino regalato tre paia di calze per l'inverno e ci ha portato il panettone perché se ne potesse mangiare tutti. È buffo il panettone, sai? Sembra la topa2 che si pigliava dal fornaio per merenda, quando ci si ritrovava due lire in tasca! Te lo ricordi com'era buona? E ti lasciava lo zucchero sulle labbra e te ti leccavi in continuazione... Anche Don Saverio, il prete, è stato gentile. Per una sminciatina di puppe3 mi dà sempre più di quel che chiedo e con quei soldi lì, insieme a quelli che ci mandi te, insomma, si campa! Ti manca nulla a te?"

"No, nulla..."

"Nulla è men di poco! O dell'amnistia e dell'indulto si sa qualcosa? Ormai è quistione di poco tempo..."

"Mah..."

"Boia, ma chi te li scrive i discorsi a te? Oggi cos'hai fatto, hai mangiato le paroline4?"

E fu così che con il proseguire delle visite di Benedetta, e delle conversazioni che ne seguivano, finì che l'amnistia e l'indulto li concessero davvero. Tranne che per il povero Poletti, per il quale nessun provvedimento di clemenza sortì un qualsivoglia effetto, datosi che ergastolano era e ergastolano rimase fino alla fine dei giorni che gli toccarono in sorte, e durante i quali dovette camminare a passi malfermi sulla luce che li illuminava, ora accecante, ora fioca come la fiamma di una candela di sego.

I più contenti per l'amnistia erano di certo i "politici5", gente che doveva scontare qualche anno non perché avesse fatto chissà che di male a qualcuno, ma perché aveva detto quel che non si poteva dire, e, mi creda, Reverendo, non so proprio rapprenentagliene i come e il perché, ma da allora non mi son mai spiegato come financo le parole possano costituire un crimine.

Il mio avvocato d'ufficio era tornato a trovarmi per via dei calcoli che c'eran da fare per via della buona condotta, degli anni indultati e della cancellazione del residuo di pena che ancora avevo da scontare. Si era fatto vecchio tutto d'un picchio, le guance gli cascavano giù, penzoloni, e lo sguardo non rifletteva nemmeno per poco quell'abilità oratoria nel dibattito forense che, indubbiamente, aveva e che tutti gli riconoscevano. In galera si diceva che avesse un malaccio6 e che ormai gli restasse ben poco da campare. Come fu, come non fu, i calcoli tornavano come se li avesse fatti col pallottoliere, e quando lo vidi per l'ultima volta, mi disse che sarei uscito di lì a una settimana.

Ne fui felice, sì, e questo non potei negarlo. Ma mi ero abituato a scandire le giornate con lo scorrere del tempo della privazione della libertà. Un professore comunista, di quelli dei "politici", mi raccontò una sera, prima che le luci si spegnessero sull'abisso della notte, che c'era un filosofo che si era occupato del tempo interno e del tempo esterno. Che ventiquattr'ore eran le stesse per tutti, questo era certo, ma che dipendeva come uno li viveva. Bergson, mi pare si chiamasse quel filosofo. E io il tempo che cadeva su tutti noi come uno stillicidio, lo avevo incominciato a vivere con rassegnazione, facendo di quel patrimonio di lentezza che m'era stato dato in sorte, un bene prezioso. Non mi restava quasi altro, nella mia cella, a parte un paio di lenzuola ruvide da cambiare una volta alla settimana.

Il Direttore del carcere non era cattivo, poveròmo, un tipo basso di statura, calvo e sudaticcio che amava più le carte bollate che occuparsi della sorte dei suoi detenuti. Pochi giorni prima della mia scarcerazione mi disse due parole di circostanza accozzando convenevoli che non bastavano a riempire l'aria greve di quel luogo:

"Mi raccomando, Verticelli, schiena dritta e guardare avanti, il peggio è per noi che qui ci troviamo e qui dobbiamo restare."

Pensai che v'eran molti che avrebbero fatto a cambio tra la loro condizione e la sua, costretta, si fa per dire, a tradursi nell'apposizione di qualche "nulla osta" se qualcheduno gli chiedeva per iscritto di potersi comprare un po' di cioccolata o un pacco di zucchero. Lo pensai ma non glielo dissi.

In parlatorio mi aspettava la Benedetta. S'era messa uno scialletto rosso con la trina, che le illuminava il viso, a dispetto del freddo che le illividiva le mani, raccolte come in una circospetta preghiera e appoggiate sul grembo.

"Sicché ti fanno uscire, via, sei contento? Noi sì, tutti. Non ti preoccupare di nulla, per i primi tempi ci s'arrangia. È venuta a stare con noi anche l'Annina, te la ricordi? Sì, la figliola del Bientinesii. Ora fa la maestra ai bimbi delle scuole. T'aspetta tanto anche lei..."

Dell'Annina, a dire il vero, ricordavo assai poco. Solo che da ragazzetta -avrà avuto sette o ott'anni- amava sgambare su una biciclettina mezza rotta che il Nenciati le aveva comprato perché, diceva;

"Gli è un demonio. Non c'è versi di farla star ferma!"

Ma del perché ella m'aspettasse a casa non riuscivo a capacitarmi. O forse me ne capacitavo anche troppo bene. Era sempre stata brava, l'Annina del Nenciati, tanto a scuola come a casa. Qualche volta, sempre da bimbetti, s'andava al mare a far favolli, e lei metteva sempre nel cestino della bicicletta, che conduceva a mano, perché io non ce l'avevo, una bottiglia di limonata che aveva fatto insieme a sua madre, e mentre si bagnava i piedi alla ricerca di un crostaceo da mettere nel cacciucco, me ne offriva quanti sorsi io ne volessi.

"Lo senti? È sempre bella fresca. Ti piace?"

E il giorno in cui, salutate le mie guardie più per dovere di occasione che per moto spontaneo del mio animo, varcai il portone del carcere per tornare in quel "fuori" di cui tutti parlavano, l'Annina era lì ad aspettarmi davvero.

"O Annina, o te?"

"Eh... son qui. Non te l'aspettavi, eh? Volevi che ti mandassi la limonata?"

Era bella così, anche rincantucciata nella sua ritrosia di avvicinarsi a me, appoggiata al manubrio della bicicletta, col golfino di lana ripiegato ordinatamente nel cestino di vimini intrecciati alla meglio. Portava un vestitino nero un po' aderente, di quelli che, mi dissi, li fabbricano solo per le maestrine graziose e col corpo che pare voler scoppiare e imporsi in quell'andirivieni di lapis rossi e bleu.

"Ma la tu' mamma? I tuoi?..."

"La mi' povera mamma è morta che saranno due anni, ormai, il mi' babbo s'è accompagnato7 dopo poco e ora sta per conto suo. Si fa per dire, in casa di quella poco di buono, intendo."

Lasciò scorrere la pausa di un respiro poi riprese:

"A me di stare da sola, lo sai, non m'è mai punto garbato. Sicché la Benedetta mi ha detto che se mi pareva potevo stare da voi per un po'. Qualche soldo glielo passo, ma mi dispiace che non la posso aiutare nelle faccende, con tutto il daffare della scuola. Lei mi lascia sempre qualcosa da mangiare e a me mi fa comodo, lo sai, m'accontento di poco..."

"Eh, lo so, se sei venuta ad aspettarmi fuor di galera t'accontenti di poco sì!"

"O scemo, costì, se l'ho fatto un motivo ci sarà, te cosa dici? T'ho sempre voluto bene e te ne voglio, ma te..."

"E io? Nulla?"

"Macché, nulla!"

"La gioventù fa questi e altri scherzi, Annina. Pare eterna, e poi, invece, la vecchiaia te la ritrovi lì."

"E il budello8 della Sitrì9!"

"E di su' madre viva e morta nel casino."

Esplodemmo in una risata. Di quelle risate, Reverendo, che rimbombano dei sapori dell'infanzia, degli odori dei Fossi di Livorno, dei primi e tiepidi amori primaverili, mentre si stava sdraiati sui prati della Fortezza Nuova ad aspettare di darci un bacio e si restava contenti per una settimana. E fu in quel ridere che mi venne in mente, come in un balenar di temporale, che sì, in fondo anch'io all'Annina avevo sempre voluto bene. A lei, alle sue biciclette, alle sue ginocchia sbucciate quando cadeva per terra nell'impeto di dare una pedalata più energica.

"Magari ci si sposa, che dici?"

"Che te certe cose le capisci subito al volo, citrullone!"

"E poi? Se vengon dei figliòli?"

"Dé, si tengono. O cosa vuoi fare, buttarli via?"

"Ah, no di certo. Tutt'al più se il primo è un maschio lo porterò a far favolli e a giocare a pallone!"

"Perché, se è femmina cosa fai, la fai studiare dalle Orsoline?"

Le cinsi le spalle col braccio e ci avviammo a piedi. Tutto mi pareva perfetto. Tutto aveva un ordine, un senso. Le sue spalle fragili, la sua bicicletta, il freddo che avevo patito in galera, i discorsi dolorosi e pungenti di Benedetta, l'umidità che cominciava a scendere.

"E se s'ammalano?"

"I figliòli son come i frìgnoli10, ti s'attaccano al culo e prima di guarire fai in tempo a morire per conto tuo."

"I bimbi son delicati. Basta un colpo di fresco, una bronchite, una tosse canina..."

"O un malinverno traditore."

Feci finta di non averla nemmen sentita.

1“Quand' io intesi quell'anime offense”, Dante Alighieri, Inferno, Canto V

2Dolce livornese fatto con gli avanzi di pasta di pane unitamente a zucchero, canditi e uvetta. Dicesi ugualmente di copricapo in lana simile al colbacco. E di molto altro.

3Ovvero per il permesso di guardarle il seno.

4Formato di pastina da brodo a forma di lettere dell’alfabeto.

5Detenuti per reati d’opinione.

6Un brutto male

7Ha iniziato una relazione more uxorio.

8Donna di facili costumi.

9Nota gestrice di case chiuse.

10Brufoli.

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