Ma la scuola non è un luogo di socializzazione

Reading Time: 4 minutes

 939 total views,  2 views today

Uno dei cavalli di battaglia dei No-Dad è ricordare come la Didattica a Distanza sfavorisca la socializzazione tra gli allievi, mentre la didattica in presenza la rafforzi, rendendo possibile un’interazione osmotica tra discenti e insegnanti che evita sindromi depressive, isolamento, e ore e ore davanti a un PC o a un tablet.

A parte il fatto che i giovincelli al PC, al tablet e al telefonino (soprattutto quest’ultimo!) ci stanno ore e ore al giorno per gli affari loro, prodigandosi bellamente in videochiamate, chat su WhatsApp, video su TikTok, immagini non sempre castissime e comunque ammiccanti su Instagram. E poi, a costo di sembrare impopolare, la scuola non è un luogo di socializzazione. Anzi, è tutto meno che quello.

La scuola è un luogo democratico, ad ampia partecipazione prima di tutto delle famiglie e degli alunni, ma anche delle componenti interne, nelle loro variegate sfaccettature. E’ un luogo dove si trasmette il sapere, dove si lavora e si studia e questa è la sua prima funzione. Troppo spesso dimenticata in mezzo a orde di progetti, programmazioni trasversali, piani educativi e discussioni accese e animate sull’adozione di questo o quel libro di testo.

La scuola, come molti altri, è un luogo di lavoro e di servizio. Come in ogni altra realtà lavorativa, è possibile trovarci la fidanzata, il moroso, il futuro marito, la futura moglie, l’amante occasionale, il compagno o la compagna del resto della propria vita. In questo non è per nulla differente dal bar, dal ristorante, dai luoghi di incontro abituali, dallo struscio per le vie del centro. Poi però l’amante o il tuo futuro marito te lo vedi fuori, in un ambiente più rilassato, che so, al mare, a fare una passeggiata, nei fine settimana, a casa tua, a casa sua, in macchina a limonare. Ma non a scuola. A scuola ti incroci, ti guardi, magari ti piaci anche, ma poi bòn, finita lì.

In verità un insegnante ha ben poche occasioni di socializzare a scuola. Se arriva alla prima ora da contratto deve essere in classe 5 minuti prima dell’inizio della lezione. Arriva trafelato, parcheggia l’auto dove capita, si scapicolla, a malapena saluta il collaboratore che lo accoglie e poi via in servizio. Al cambio dell’ora, se va bene, incrocia qualche collega. Cosa si possono dire mai? Un cenno di saluto, come stai, bene grazie, ben trovato Tizio, ben rivista Caia, e poi anche lì finisce tutto. Ci sono colleghi e colleghe con cui se avrò scambiato in tutto un’ora di convenevoli in un anno è tutto grasso che cola. Cosa ne so io che cos’hanno per la testa? Se sono preoccupati per qualcosa, se hanno problemi di salute, se sono felici, infelici, depressi, euforici, innamorati o incazzati come delle iene? Si passa e si va e quando va bene ci si rivede nelle riunioni collegiali. Beh, io non amo particolarmente il mare, ma sono convinto che sia meglio una giornata in spiaggia di quest’ultima agghiacciante prospettiva.

Metti che ti piaccia un collega o una collega. Oggi lo/la vedi, ma domani potrebbe non essere in servizio, avere il porco giorno libero, o avere degli orari incompatibili con i tuoi. O avere, più semplicemente, una maledetta fretta. Fretta di uscire di lì. Di guardarti con quel ghigno satanico di chi ti dice “Ciao, entri ora?” E tu: “Eh, sì, oggi faccio quattro ore!” E quello/a, di rimbalzo, “No, io per fortuna ho finito.” E ti fa anche sentire come un pirla.

I docenti socializzano più sui gruppi WhatsApp che di persona, il che è tutto dire. Alle sei del mattino c’è sempre qualcuno/a che si ricorda di dare il buongiorno a TUTTI, indistintamente. Il tuo cellulare fa bzzzz bzzzz, tu ti svegli, guardi il messaggio, mandi affanculo il mittente e non ti riaddormenti più. E magari in quel giorno il giorno libero ce l’avevi tu. Fine delle trasmissioni.

Dice: “ma a socializzare devono essere i ragazzi, mica gli insegnanti!” E già, ma si dà il caso che se ne stiano tutta la mattina a spippolare coi loro telefoni, a rispondere ai messaggi (“Mi scusi, è mia mamma, è urgente!!”), a navigare su Wikipedia per copiare i compiti, a mangiare (màgnano, màgnano, Dio mio quanto màgnano), a farsi i filarini, a farsi venire a prendere prima (“Motivi familiari improprogabili” e la vice preside si arrende), che se poi ti azzardi a mettergli una nota per l’uso improprio del telefono, o addirittura a fartelo consegnare per poi ridarlo ai genitori, arriva il padre e ti dà anche quattro sonori ceffoni. Oppure c’è chi ha i genitori tutti e due avvocati, ti fanno un’istanza di accesso agli atti, trovano qualche cavillo burocratico (il più frequente: “L’insegnante non ha annotato le argomentazioni difensive di mio figlio”) e ti fanno vedere i sorci verdi. Ma cosa socializzano? E il dialogo formativo? Ne vogliamo parlare? Dialogo vuol dire che parliamo io e te. Io dico una cosa, tu mi rispondi, insomma, interagiamo. Se no è un monologo, e anche per nulla formativo. Ora, se io chiedo “Mi vuoi parlare dei Sonetti dell’amore oscuro” di Federico García Lorca e quello mi risponde “Ma che ne saccio, professo’, io manco saccio l’itagliano, pozzo sape’ lo spagnolo?” è finita, non hai più scampo. Hai voglia te ad attivare tutte le misure dispensative e compensative, sui muri di gomma ci si rimbalza.

E la DaD? La DaD favorisce qualcosa che credevamo perduto. Il relax. L’insegnante si collega con calma, i ragazzi non devono alzarsi ad ore antelucane per andare a prendere il pullman, assembrarsi, arrivare assonnati a scuola, si risparmiano tempo, risorse, energie e c’è anche il rischio che le cose funzionino davvero. Avere la DaD in tempi di piena pandemia è una benedizione divina, non il diavolo da rifuggere come la peste. La DaD la inventò per primo il Maestro Manzi, che insegnava agli italiani a leggere e a scrivere per televisione, e nessuno ci trovava nulla di strano.

Sono così, i No-Dad, c’è poco da fare. E del resto mica possiamo ammazzarli. Hanno la presunzione di dirti come devi o come non devi fare il tuo lavoro, di prevaricarti nella tua funzione, e perfino di tacciarti di assenteismo se ti senti male. Ma gli conviene?