Lunedì

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Il lunedì mattina non è poi così brutto come lo si dipinge.

Il nostro caro bidello Aristide è già lì che si frigge un par d’òva all’occhio di bue, il bar della scuola apre sonnecchiosamente col suo carico di panini da un euro (prezzi popolari per infanti affamati) e quell’anima candida della nostra collaboratrice dell’Ufficio Relazioni col Pubblico ti chiede il green pass. Ma con un sorriso. E’ bello sapere che se hai il documento scaduto riceverai un calcio in culo con gentilezza.

In sala professori la De Poppibus tiene banco. Per la domenica ha fatto la pasta ammassata. E si crea un dibattito interno serratissimo con la Acidophili. La “massa” è una questione essenziale per la cultura abruzzese. Una ragazza non può uscire di casa e andare in sposa se, prima, non sa fare la pasta fatta in casa. Così almeno “nun se mòre de fame”, dicono le sapienti madri abruzzesi. Comunque sull’annoso tema ci sono scuole di pensiero secolari, vere e proprie faide familiari, con tanto di sterminio degli esponenti di spicco, per stabilire se in un chilo di farina ci vadano 6 uova, alla maniera emiliana, o solo quattro, con aggiunta di acqua tiepida. La De Poppibus, che se una gallina non le fa due uova non la tiene in casa, ci mette sei uova delle sue. La Acidophili ce ne mette quattro. Le compra al supermercato e insieme all’acqua tiepida aggiunge anche uno schizzo di curaro, perché, così dice, la “massa” risulta più elastica.

Le tre ore della mattina scorrono che è un piacere. La prima ora è in quarta W, hanno sonno. La Figoni mi ha detto che il fidanzato l’ha invitata per una cenetta a base di pesce a lume di candela e si sono scolati due butte di Prosecco. E’ ancora serenamente brilla e non fa altro che ridere.

Prima che io me lo aspetti, suona la campana del mio “finis” e non vedo l’ora di tornare a casa a non fare un cazzo.

Ma mentre esco, incrocio la laida figura del Dirigente Scolastico, il professor Ferocius De Leonibus. Dice che mi vuole parlare, e allora minchia a mìa.

“La me scüsi, sciur Profesùr, ma ho un problema…”

“Uno solo?” penso io.

“Gli è che ho bisogno di un coordinatùr, sì, insomma, di un cumenda per la classe prima Z. Cosa vuole, nessuno mi ha dato la disponibilità e la Nullafacentis, poverina, non può, perché, capirà, va dal parrucchiere una volta ogni due giorni. Cosa vuole, l’è ‘na burocrassìa, ma del resto, caro Prufesùr, se nun gherum nuialter de la Lega, il coso, lì, il Draghi, minga el faseva un casso! E poi, guardi, nel consiglio di classe c’è la Wunderbari, che l’è semper un gran bel toc de tusa, sì, insomma, un belvedere… ahahahahahahah, la me scüsi, sciur Profesùr, ma nuiàlter milanès sem spiritossss…”

Accetto solo per togliermi di mezzo quella accentazione meneghina odiosetta e saccente. Carlo Porta, Alessandro Manzoni e Delio Tessa si rivoltano nella tomba.

“Allora venga da me per l’incoronassiùn, e adèss vada, vada pure, che ho da firmare i permessi per malattia dei suoi colleghi scansafatiche, che ci pensa il Brunetta a tenerli per i ball, cosa vuole, chì a Milàn l’è un gran laurà. Un laurà de la Madòna.”

Esco dall’ufficio di Dirigenza e incontro l’alunno Somarelli, che, tanto per cambiare, entra alla quarta ora perché, a suo dire, non ha sentito la sveglia, non gli partiva il motorino, l’accendino per la canna del mattino era senza benzina e gli è toccato andare a fare il pieno di miscela al distributore, ha finito i giga del cellulare e non era in grado di avvertire la vicepreside, la professoressa Digitalis, che lo redarguisce e lo ammonisce sui suoi doveri di studente con la sua vocina da clarinetto in si bemolle.

Ma ho solo una gran voglia di gettarmi, sconsolato, tra le braccia di mia madre.