L’infinito calvario di Patrick Zaki

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La libertà di Patrick Zaki ci ha colto tutti di sorpresa, tanto eravamo abituati alla sempiterna nenia monocorde dei rinvii ogni 45 giorni.

E forse abbiamo gioito, me compreso, troppo presto. Lo confesso, ho stappato una butta di prosecco per festeggiare assieme a chi mi vuole bene e ai familiari di Patrick, la ritrovata condizione di uomo libero di una persona che ha sofferto un prezzo stratosferico ed esageratamente sproporzionato per le accuse che gli vengono contestate.

Perché Patrick Zaki è stato liberato, sì, ma non è stato assolto nel merito. E non potrà lasciare l’Egitto nel frattempo. E questo è un grave che pesa come un macigno.

In Egitto la diffusione di notizie false e la diffamazione contro il regime sono puniti con un massimo di 5 anni di carcere. Non c’è nulla di cui stupirsi se ci si rende conto che nella democraticissima Italia il massimo di pena edittale per il reato di diffamazione è di 3 anni di reclusione.

C’è ancora da lottare, dunque, prima che Patrick possa rivedere l’Italia, riabbracciare i suoi compagni dell’Alma Mater, riprendere una vita “normale”, se mai ci arriverà.

Perché lo Stato italiano non ha fatto NULLA per evitare a Zaki inutili sofferenze. Così come non ha fatto NULLA per salvare la vita di Giulio Regeni o assicurare alla giustizia i suoi presunti assassini e i mandati del suo ignobile omicidio.

Certo, per Regeni c’è stato l’impegno di alcuni pubblici ministeri e di avvocati della parte lesa coraggiosi ed encomiabili, che si sono scontrati con la decisione dei giudici che altro non possono fare che applicare le norme. “Cercavi giustizia, ma trovasti la legge”, cantava De Gregori.

Per Zaki nemmeno quello. A parte il suo difensore, il resto è stato preso in carico da Amnesty International e da qualche cronista con il contropelo sullo stomaco. Le autorità non ci sono. Nessuno ha dato la cittadinanza a Patrick Zaki. Per uno “ius universitatis” che diventa “ius soli” nel momento il cui un cittadino straniero si inserisce in una comunità di studenti di cui si sente parte attiva ed inscindibile.

In questo silenzio assordante delle istituzioni c’è sempre qualcuno che lotta a fianco di questo giovane. Sono solo privati cittadini, che sanno benissimo che lo Stato a cui appartengono è totalmente inadempiente. E allora, siccome sono Stato anche loro, agiscono, si muovono, protestano. Affinché il diritto alla libera espressione e alla critica non resti una splendida utopia.