Liliana Adamo – Vignetta satanica batte Totò

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Qualcuno ricorda un film caduto nel dimenticatoio come "Totò che visse due volte" di Ciprì e Maresco? Pochi l’hanno visto rispetto ai tanti che ne hanno ponderato le traversie.
Il film "blasfemo" dei due cineasti siciliani, è datato come il film di Pier Paolo Pasolini, "Ricotta"; eppure entrambe le opere subirono la ronca della censura per vilipendio e offesa alla religione. Meglio, lo psicologo Leonardo Ancona, portavoce della commissione censoria, definì i registi di "Totò che visse due volte…" come due psicopatologici che offendono l’umanità. Era l’Italia del 1998.

Il caso di Ciprì e Maresco sollevò più di una questione politica, tant’è che nel marzo dello stesso anno l’allora vicepresidente del Consiglio, Walter Veltroni, suggerì al Consiglio dei Ministri il riesame della legge sulla censura preventiva (n. 161 del 21 aprile del 1962), fermo restando l’applicazione dei divieti ai minori. Altri tempi, si dirà. Nessun Calderoli d’epoca con tanto di maglietta, proiettò pubblicamente il film, in nome della "libertà d’espressione" (magari in qualche piazza romana adiacente al Vaticano) e indubbiamente, nessuna pubblicazione tendenzialmente di destra (perdonate l’abuso "ideologico", ma siamo ancora negli anni novanta), come Il Foglio e Libero, gridarono ai quattro venti di far proprie le tesi della libertà d’espressione laica rispetto a quei caproni intestarditi di fede cattolica.

Intanto, per molto tempo, Ciprì e Maresco non hanno più ottenuto finanziamenti per produrre qualcosa, il loro film è rimasto ghettizzato in sale minori, per una sporadica decina di spettatori. In altre parole, se dal"Blob Cinico TV", i registi si guadagnarono premi e applausi a Saint Vincent, dal "Totò che visse due volte", gli giurarono la messa al bando. Certo, i due non sono fuggiti di stato in stato, incalzati da una scomunica generale e qualche savonarola con piccozza, com’è successo, invece, a Salman Rushdie nel mondo islamico, per aver pubblicato i "Versetti satanici".

Quali sono i contenuti "sacrileghi e ingiuriosi" del film? Nel primo episodio, un sempliciotto un po’ mentecatto, schernito ed emarginato da tutti, cova il suo desiderio: andare con una prostituta. In mancanza di quattrini, egli decide di rubare un ex voto, messo sulla statua di Gesù da un mafioso locale. Il capo clan scopre il misfatto e per Paletta, il sempliciotto rifiutato dal paese, inizieranno i guai…Nel secondo episodio, Fefè, un omosessuale, dopo aver rubato l’anello dal dito del suo amante defunto, ripercorre col pensiero la sua storia d’amore…Nel terzo, invece, si vede un Messia plebeo, vecchio e intollerante mentre s’aggira in posti squallidi compiendo strani miracoli e insultando chi incontra sui suoi passi, finché seccato, il capomafia locale lo fa rapire e lo scioglierà nell’acido…Nell’ultima scena si vede Cristo sulla croce insieme a Paletta e Fefè…Il film, girato in Sicilia in dialetto palermitano, esprime la miseria morale cui è soggetto l’uomo privato di spiritualità, un tributo verso un’umanità marginale destinata all’isolamento e al dolore.
Della stessa sostanza "plebea" il film di Pasolini, "Ricotta", che subì un lungo e ben congegnato processo per "vilipendio alla religione di stato". Non parliamo di cento anni fa, è storia recente, durata fino al ’98, quando si mette la parola fine alla parabola della censura e dei moralizzatori.

Penserete che il mio sia un percorso azzardato; i vignettisti danesi che sbeffeggiano la fede islamica hanno ben poco da condividere con i film che, fino al ’98, "vilipendono" la religione cattolica. La differenza, se vogliamo, è nei contenuti, non si può riconoscere "materia d’espressione" in una vignetta satirica, poco divertente, anzi, piuttosto stupida e priva di significato, dettata esclusivamente dalla voglia di provocazione, che, di fatto, oltraggia popolazioni intere, in un contesto segnato dall’occupazione in Iraq, dalle immagini d’Abu Ghraib e un divario sempre più crescente tra l’occidente e il mondo islamico, trattato alla stregua di "lotta al terrorismo" tout court.

Per tornare all’istigazione "personale" dell’ex ministro Calderoli, mi chiedo: cosa stia cambiando all’interno della società italiana, per indurre frange leghiste a mascherarsi in "paladini" della libertà d’espressione, usando questa successione d’eventi per pura discriminazione.
Allora, Calderoli, qualche anno fa, avresti indossato la t-shirt pro-Fefè, o viceversa, Gesù Cristo è di serie A, mentre Maometto, di serie B? Chi avrà la meglio nel prossimo scontro tra opposte tifoserie? Queste vignette danesi sbandierate a destra e manca, pubblicate in prima pagina a titoloni sui giornali, sulle canottiere e a breve anche sulle mutande, non magnificano il Borghezio-pensiero incentrato su quel: " Vi cacceremo via a calci nel c."?

Per i fatti avvenuti a Bengasi è stato destituito il ministro degli interni, Al-Mabrouk di Nasr e licenziato il ministro delle riforme istituzionali, Roberto Calderoli. Un topolino ha partorito un gigante: esponenti di partito e giornalisti di uno solo degli schieramenti politici, hanno eretto il monumento ai valori occidentali in nome della libertà d’espressione, contro l’oscurantismo religioso dell’islam, con le stimmate di quattro vignette idiote. Dall’altra parte della barricata, gli islamici più intransigenti esigono le scuse, incendiano le ambasciate, mentre si contano decine di morti negli scontri con la polizia, compresi i lapidati di fede cristiana. Secondo gli imam più radicali, la protesta si estenderà agli interessi europei, alla gente comune, ai governi occidentali.
A questo punto, oserei dire che neanche Pasolini, imbestialito durante il processo al suo film (i suoi amici dovettero costringerlo in una camicia di forza…), avrebbe immaginato tanta follia a causa di un principio di libertà o presunto tale, difeso strenuamente da chi persevera nello stesso paradosso dei suoi giudici!

da: www.altrenotizie.org

 

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