Liliana Adamo – Petrolio ad ogni costo

L’ANWR, ossia l’Arctic National Wildlife Refuge, un pezzo d’Alaska che calcola l’estensione della Liguria, sopravvivrà per almeno due anni, grazie a soli quattro voti ed alle tattiche ostruzionistiche che hanno contraddistinto le fasi precedenti alla valutazione finale del Senato.
Per quattro voti non si faranno dunque le temute trivellazioni petrolifere e non ci sarà l’assalto alle ultime aree incontaminate del pianeta. A nulla era valsa la bocciatura del primo Congresso (52 voti contro 48); rispetto al mandato iniziale; il Presidente conta quattro partecipanti in più, disponendo tecnicamente del numero giusto per l’approvazione conclusiva alle trivellazioni ed ha tentato di nuovo. Buona sorte ha voluto che qualcosa andasse storto.

Non è una notizia fresca, la battaglia al Senato americano è del dicembre scorso, eppure vale la pena ripercorrerne i punti salienti, cominciando da tempi non recenti.
Risale al 2002, il piano Liberty della British Petroleum, nel Mare di Beaufort, a 40 miglia dal pozzo petrolifero Northstar che avrebbe comportato la costruzione di piattaforme petrolifere a sei miglia dalla costa settentrionale dell’Alaska, come pure un oleodotto nell’oceano, per spostare il greggio verso più grandi centri di lavorazioni. L’opposizione degli ambientalisti fu ferma e decisa: nel momento in cui la stessa British Petroleum rinunciò a forare le coste dell’Alaska, un’esponente di Greenpeace, Melanie Duchin, divulgò le intenzioni dell’amministrazione Bush; violare l’integrità del National Wildlife Refuge e aprire, finalmente, il polo nord allo sfruttamento petrolifero.

Già dal novembre scorso, era chiaro che la seconda amministrazione repubblicana avrebbe messo in piedi un background per l’impiego delle risorse ancora fruibili, "correggendo" le norme approvate da Clinton (a protezione degli ecosistemi a rischio ndr) e la legislazione "storica" degli anni settanta messa in atto dall’allora amministrazione Nixon.
Tre linee-guida figuravano nell’agenda: il consolidamento della politica estera di cui siamo, nostro malgrado, tutti a conoscenza; la programmazione di quella fiscale, che ha colpito i cittadini del ceto medio americano ed affossato gli indigenti e l’inversione di tendenza per le politiche ambientali. In conclusione, non ratificare un protocollo già scaduto come quello di Kyoto, autorizza le lobby legate all’attuale amministrazione Bush, a puntare in alto.

Più mercato, meno ambiente: un’equazione che non torna.

James Connaughton, supervisore della qualità ambientale, ha rappresentato gli Stati Uniti durante un meeting internazionale tenutosi a Londra nel marzo scorso; tastando il polso del pianeta in materia di surriscaldamento globale si è tentato, per l’ennesima volta, di trovare accordi comuni e unilaterali. Se da ogni parte si alzavano voci su previsioni allarmistiche, Connaughton cincischiava, se il ministro britannico dell’economia, Gordon Brown, affermava come il cambiamento climatico sia una conseguenza della concentrazione di gas formatosi negli ultimi 200 anni nell’atmosfera ed il risultato del nostro benessere, la replica indolente di Connaughton si fermava a: "…Ma noi stiamo ancora lavorando sulla problematica delle cause…" Per farla breve, potrebbe esserlo e non potrebbe… mentre l’obiettivo previsto dal trattato di Kyoto per la riduzione delle emissioni da parte degli Stati Uniti resta "così irragionevole rispetto alle nostre capacità di soddisfarlo che l’unico modo in cui avremmo potuto raggiungerlo era di trasferire produzioni energivore in altri paesi…. "

Connaughton è indubbiamente l’uomo giusto al posto giusto; due giorni dopo aver respinto l’ipotesi di un accordo per fronteggiare l’emergenza climatica, gli Stati Uniti hanno presentato un nuovo progetto: trivellare l’Artic National Wildlife Refuge in Alaska, nel doppio intento d’escludere l’importazione petrolifera dall’asse del male (il Medio Oriente) e risparmiare i costi sostenuti per il controllo delle fonti energetiche (e quindi le spese militari in Iraq). Pertanto, non c’è da meravigliarsi che gli americani abbiano a cuore le sacre, longeve abitudini: consumare un quarto del petrolio sopranazionale e produrre un quarto dei gas serra sul pianeta, mentre in totale essi raggiungono solo il 4% della cittadinanza mondiale.

Pur d’ottenere la maggioranza dei voti, Bush non ha esitato a servirsi di un espediente scaltro quanto privo di scrupoli: vendere i diritti dei nuovi giacimenti a compagnie petrolifere, per concessioni pari ad una cifra stimata intorno a 2,5 miliardi di dollari. Rimpinguare i rendiconti federali debilitati dalla crisi economica, dalle conseguenze dell’uragano Katrina e dalla guerra in Iraq, gli è sembrata già di per sé una giusta causa.
Quanto petrolio c’è nel sottosuolo della riserva naturalistica? Secondo gli analisti, non abbastanza. Sono stati stimati 3,2 milioni di barili, in proporzione il 2% del fabbisogno, senza considerare che per immettere il combustibile sul mercato, c’è da aspettare almeno un decennio.
Ora, gli Usa importano il 55% del petrolio per un consumo pari al 25% della produzione mondiale e si stima che la loro domanda energetica aumenterà del 40% entro il 2025. Ecco la priorità: non tecnologia per la soluzione ai problemi del surriscaldamento climatico (come slealmente prometteva il solerte Connaughton), ma petrolio a controbilanciare le mancate strategie per fonti d’energia sostenibili, che avrebbero potuto far fronte alla crisi energetica mondiale. Per di più, gli americani s’incaponiscono a consumare smodatamente, pur al corrente del fatto che, limitando i consumi, essi contribuirebbero a ridurre fortemente le emissioni nocive al clima ed attenuare la disparità economica e culturale a dispetto degli altri paesi del mondo.

Al contrario, per incrementare i consumi, l’amministrazione Bush, rimette mano ad alcune leggi federali istituite a difesa dell’ecosistema (come si è detto), collocando funzionari vicini alle corporations, addirittura alla guida dell’Environmental Protection Agency (Epa) come Michael Leavitt, repubblicano, ex governatore dello Utah, indicato dalla stampa d’oltreoceano, artefice della devoluzione ecologica.
In questo modo Bush otterrà più emissioni di mercurio dalle centrali elettriche a carbone: via libera alla deforestazione ed alla ricognizione di territori a vincolo ambientale per l’estrazione di materie prime e per la costruzione di centrali nucleari. Otterrà un lasciapassare alla legge "Clean Air Act", istituita nel 1990 dall’Epa, che ha permesso un notevole abbassamento delle sostanze inquinanti nell’aria (le cosiddette polveri sottili), fissando un livello equivalente per ogni Stato, con le stesse garanzie di salute e protezione dell’ambiente per ciascun cittadino. Otterrà meno restrizioni per le aziende e le industrie del legname, sistemando la legge "Endangered Species Act" che ha impedito il depauperamento dei luoghi dove vivono animali a rischio d’estinzione, preservando una considerevole parte del territorio americano dallo sfruttamento e dal profitto.

It’s the beating heart…

L’Alaska "è un cuore che batte"…Le parole di George Ahmaogak, discendente dagli Indiani Gwich’in, ex cacciatore di caribù (la specie selvatica autoctona più minacciata) ed oggi sindaco di un villaggio a ridosso della riserva, non svelano rancore, ma solo una profonda amarezza: "Ci sono pesci in abbondanza, caribù, orsi, oche bianche del Nord America e bacche. E’ una delle ultime zone completamente indisturbate dall’azione umana. E’ il paese di Dio…". Circa 60.000 specie d’uccelli migrano e nidificano sulle coste e lungo il lago Teshekpuk, che non reggerebbe all’impatto delle trivellazioni. I caribù danno alla luce i loro piccoli mentre pascolano lungo i sentieri della tundra e rischierebbero d’essere sconvolti dal rumore e dall’inquinamento.
In principio, George Ahmaogak non sembrava ostile all’idea d’aprire la zona all’estrazione del petrolio, ma in seguito ad analisi, test biologici ed accertamenti, scrisse personalmente al Presidente Bush, implorandogli di rinunciare a tale sciagura.

La prima estrazione petrolifera ebbe luogo nella baia di Prudhoe, nel 1968. Alcuni anni dopo, l’amministrazione Reagan, dispose un off-limits all’area dell’ANWR e del lago Teshekpuk, nella consapevolezza di un territorio ecologicamente troppo importante. Con la gestione Clinton, sono stati individuati altri giacimenti ma, in nessun caso, è stata toccata la riserva e il suo lago. La sprezzante gestione Bush ha totalmente ignorato il vincolo ecologico, proponendo d’aprire ben sette tratti di 50.000 acri ciascuno, situati sul bordo orientale del lago Teshekpuk.

Dietro varie e spregiudicate manovre, l’esperimento del governo americano sembra essere andato a vuoto, anche se nulla di buono si prospetta per l’immediato futuro. Trivellato il sottosuolo e sviluppate le strutture per le perforazioni, con strade, condutture e quant’altro, l’Arctic National Wildlife Refuge, il lago Teshekpuk, dalle acque blu come i cieli d’Alaska, i caribù, gli orsi polari, le oche bianche del Nord America e perfino le bacche, saranno trasformati in uno scempio da una politica delinquenziale.

da: www.altrenotizie.org

 

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