Liliana Adamo – L’energia della Cina

Piacerebbe citare un film popolarissimo d’Irvin Kershner, quel "Mai dire mai" tratto dall’ennesimo romanzo di Ian Fleming ed esattamente un’inquadratura: Sean Connery (James Bond) e Klaus Maria Brandauer (Largo), si contendono il potere manipolando una scacchiera elettronica (comprensiva di mortali scariche elettriche), dove l’uno o l’altro può spingersi al dominio totale, colpendo a morte l’avversario e annientando ogni continente espugnato. Il tema centrale del film ruota intorno al cattivo di turno e a Largo bastano un paio di testate nucleari per tenere sotto smacco, i governi del mondo…
Trascurando il fascino del vecchio Bond (che ucciderà Largo, otterrà l’amore di Domino e salverà il mondo), il genere fantastico ha speculato sulle più svariate minacce soverchianti l’ordine costituito delle cose. L’incubo nucleare e i grandi attacchi terroristici sono diventati, oltre che elementi tangibili, le forme più in voga di fiction (quello degli attacchi terroristici in grande stile devono aver persuaso del tutto il presidente Bush e il suo entourage).
Pochi hanno stimato la guerra globale per l’accaparramento di risorse energetiche, anche se il pretesto è materia straordinariamente attuale. Ci ha pensato, invece, l’analisi di un "oscuro" autore americano, talmente bravo a condurre i suoi punti d’arrivo, che, al lettore del saggio, procura più di un brivido gelido lungo la schiena.
Complotti e fosche macchinazioni per il dominio petrolifero? Orditi intrighi all’ombra dell’OPEC? O un’allucinante profezia con dati realistici alla mano?

Secondo Mark W. Hughes (Infoshop News), la Cina si prepara alla guerra contro la Russia. Come arriva ad una tale argomentazione il signor Hughes? Egli afferma che i dati inerenti alla Cina riguardo al "picco" massimo del consumo energetico, possono scaturire la possibilità che la stessa Repubblica Popolare attacchi l’ex Unione Sovietica, in un futuro non così remoto. Un po’ meno speditamente di Largo e delle sue testate nucleari.
Per la Cina, il consumo di petrolio raggiungerà i 300 milioni di tonnellate nel 2010, cui la metà dovrà essere importato. Il 20% delle importazioni attuali provengono dal Medio Oriente, ma per gli stessi motivi degli USA (l’estrema labilità geopolitica di quelle aree), anche le autorità cinesi rivolgono i loro appetiti altrove, principalmente in Africa e in Russia.

Tra Guerra Fredda e guerra energetica

Tra Occidente imperialista e la sua antitesi politica e concettuale, l’Unione Sovietica, la Repubblica Popolare stava in mezzo come il giusto contrappeso, con una cooperazione rivolta esclusivamente a paesi africani ideologicamente vicini (Etiopia, Uganda, Tanzania, Zambia).
Conclusa la Guerra Fredda, mercato ed esigenze energetiche hanno ovviato affinità elettive e ideologie, al punto che oggi il governo si appresta a concludere accordi commerciali e petroliferi anche col Ciad, paese che mantiene inalterate relazioni diplomatiche con Taiwan.

Come i cinesi hanno saputo operare strategicamente attraverso la rimozione del debito, ottenendo supporto tecnologico, congrui prestiti, senza vedersi chiedere in cambio compartecipazione democratica, trasparenza nell’impiego dei mezzi finanziari o garanzia ai diritti umani, è un dato di fatto storicamente accertato. C’è di più: secondo "l’osservatorio per l’analisi alla sicurezza globale" (Lags), i cinesi sono soliti condurre i loro affari negli stati africani, in modo un po’ differente rispetto ai loro colleghi europei, giapponesi o americani, pagando percentuali in nero (tangenti) e sottoscrivendo intese occulte. Chiedono, come unica contropartita, petrolio e poter investire nelle infrastrutture. Così nasce il grande interesse da parte d’alcuni stati africani, ad avere sul loro territorio imprese cinesi invece che occidentali, a scambiare risorse energetiche più volentieri con società cinesi, per l’assoluta spregiudicatezza e assenza di limitazioni. Zhou Wenzhong, Vice ministro degli Esteri, è stato molto chiaro in proposito: nella ricerca energetica in Africa, è intenzione del governo cinese perseguire i propri obiettivi senza alcun tipo di restrizione. Gli affari innanzitutto .

I rapporti col Sudan (esportazioni d’armi in cambio del 50% del greggio estratto dai giacimenti del Muglad, a sud del paese), hanno fatto discutere molto negli Stati Uniti, causa l’asse "antiamericano", configurato dai presunti stati "canaglia", partendo da Karthoum, a Teheran fino all’ex Iraq di Saddam Hussein. Si mantiene un astio incrementato particolarmente dopo i fatti di Darfour, dove le stesse autorità governative hanno portato a termine la spietata repressione contro i ribelli di religione cristiana. Nei luoghi in cui gli occidentali trovano da ridire in materia di diritti umani, s’insediano i cinesi; altro esempio è costituito dalle proficue relazioni commerciali nello Zimbabwe del dittatore Mugabe e dall’impassibilità dimostrata nel 2004, quando l’ambasciatore cinese all’ONU, Wang Guangya, pose il veto contro la risoluzione n. 1564, che richiedeva a gran voce d’interrompere l’export d’armi verso il Sudan.
Le rivalità (e la concorrenza) nella corsa all’accaparramento di risorse energetiche in terra d’Africa, non concede tregua nei negoziati tra Pechino e Washington; risultato finale è l’aggravarsi delle crisi in quelle regioni, compromettendo le possibilità di sviluppo che, viceversa, una tale riserva energetica potrebbe assicurare.
La Cina dà il benvenuto all’età della neo-globalizzazione come ad "un ciclo ricco d’opportunità strategiche, da cogliere a volo…" Senza guardare in faccia nessuno.

WTO ed energie rinnovabili: l’altra campana.

L’attitudine occidentale a manipolare la realtà con discorsi di facciata è la lezione che persino i dirigenti cinesi hanno saputo ricalcare egregiamente. Qi Zhenhong (Consigliere del Dipartimento della ricerca per il Ministero degli Esteri) è consapevole che la politica attuata dal suo governo, di rastrellarsi fonti energetiche da ogni parte del mondo, ha attirato più di un’attenzione all’interno delle comunità internazionali: ma, afferma, nessun Paese al mondo fa eccezione e la domanda energetica della Cina non costituisce una minaccia al mercato mondiale, né all’equilibrio politico internazionale. Egli parla insistentemente di una "diplomazia per le risorse energetiche" come di una responsabilità indeclinabile. Secondo Qi Zhenhong, la Cina è diventata di per sé paese produttore, oltre che grande consumatore energetico, poiché il tasso d’autosufficienza ha raggiunto il 94%, quindi 20 punti percentuali in più rispetto al tasso d’autonomia medio nei Paesi dell’Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico.
Vedremo più avanti come il Consigliere del Dipartimento stia rifilando notizie che hanno il sapore di frode.

Con l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), avvenuto nel 2001, i dirigenti della Repubblica Popolare dichiarano di voler accelerare il processo per lo sviluppo sostenibile (ad alta efficacia economica) e di farlo non esclusivamente nel proprio interesse, ma per il bene dell’umanità intera. Prestiti consistenti da parte della Banca mondiale sono già stati erogati per una grande centrale eolica e il ripristino di piccoli impianti idroelettrici, destinati alla regione autonoma della Mongolia. Il progetto approvato dalla Banca mondiale prevede la crescita di un mercato che punta sulle risorse energetiche rinnovabili (eolica, solare, bio-energetica), attraverso una fornitura su larga scala per reti elettriche.
Da fonti ufficiali di Pechino, si è saputo che l’obiettivo è elevare l’utilizzo e la proporzione d’energie rinnovabili dall’attuale 7 al 15% nel 2020, con la compartecipazione d’investitori esteri. Si riferisce anche degli ingenti capitali per immettere e utilizzare metano nelle zone rurali e nelle lontane regioni montane come lo Xinjang, il Tibet o la stessa Mongolia. L’intento sembra proiettato alla costruzione di generatori elettrici ad energia eolica; se si attuasse un simile programma, si concreterebbe una vera rivoluzione, poiché, sperimentazione e produzione sono state di capacità limitate.
In conclusione: se da una parte la Cina pare seriamente orientata a ridurre l’inquinamento e rilanciare l’idea d’energie rinnovabili attraverso forniture su larga scala, dall’altra, altrettanto seriamente, si preoccupa di monopolizzare il mercato petrolifero, accaparrandosi le energie esauribili e incoraggiando, quindi, la lotta per la fonte energetica più obsoleta: l’oro nero.
La sindrome cinese e l’incubo del picco energetico.

Prima d’addentrarsi nelle argomentazioni dell’articolista Mark W. Hughes e del suo avveniristico "pamphlet", torna utile precisare che, mentre i dati forniti appaiono assolutamente verosimili, aleggia nel "segno precursore o del presentimento", lo scontro "in progress" tra Cina e Russia. Il disegno della "guerra energetica globale" ruoterebbe intorno a tre punti inscindibili: le riserve petrolifere "intatte", giacenti nel sottosuolo siberiano, le manovre inerenti ai flussi monetari, attuate dall’establishment cinese e il "picco" delle fonti energetiche.

La banca centrale di Pechino fruisce di una notevole riserva di valuta estera e precisamente, 819 miliardi di dollari, volume inferiore solo a quella del Giappone. Tre quarti della valuta estera sono impiegati per l’acquisizione dei buoni del tesoro statunitensi, giapponesi e d’altri stati membri dell’OPEC. Questa serie d’operazioni è responsabile nell’oscillazione della valuta statunitense sui mercati internazionali, mentre il "Drago" consente alla propria moneta, lo yuan, una sottovalutazione costante, favorendo, quindi, le proprie merci a basso costo di lavorazione. Tra l’altro, la manovra influisce sui tassi d’interesse negli Stati Uniti e sull’alto valore del dollaro sui mercati. Tali riserve, cui è zeppa la banca centrale cinese, corrono ormai ad un tasso medio di 15 miliardi di dollari al mese e sono proporzionate al bisogno di petrolio.

L’economista Yu Yongding, si è espressa "la volontà d’esplorare un uso più efficiente delle riserve di valuta estera…" Se il dollaro cederà rispetto ad altre valute, le riserve cinesi incrementeranno l’acquisto d’altre valute quali l’euro e lo yen. In effetti, questi "leggerissimi movimenti" negli affari finanziari cinesi, indicano pericoli significativi per la stabilità economica degli Stati Uniti. Un energico ricorso ad altre valute spingerebbe il dollaro in discesa, con analoga crescita dei tassi d’interesse, dando il via ad un meccanismo di svalutazione in altri paesi, come il Giappone e i membri dell’OPEC. La Cina, oltre alle riserve di valuta estera, ha quasi triplicato la bilancia commerciale che si espanderà ancora nel corso del 2006; la "fabbrica del mondo" produce ad un ritmo così grande che taglia a zero le importazioni, aumentando la necessità d’esportare la produzione eccedente.

Sulla crescente domanda di fonti energetiche non esistono dubbi in proposito. Attraverso la National Petroleum Corporation, che estrae petrolio in Sudan ed ha sviluppato un’importante rete d’infrastrutture, la Cina ha tentato ripetutamente d’acquisire, per 18 miliardi di dollari, nientemeno che la Unocal Corporation, compagnia petrolifera americana, operante in Nigeria; un affare respinto dal Congresso degli Stati Uniti, valutato come un pericolo agli interessi e alla sicurezza nazionali. Al contempo la società cinese ha ingaggiato una lotta col Giappone per la concessione di un condotto siberiano.

Al momento la Cina importa il 20% del combustibile dal Medio Oriente, ma, potenziando il ritmo nel settore produttivo, il consumo energetico aumenterà in modo impressionante. Buona parte delle risorse petrolifere del Golfo Persico è utilizzata dall’Europa, un quarto del petrolio mondiale rappresenta il consumo medio degli Stati Uniti; persiste l’occupazione dell’Iraq e l’Iran è temuto per le sanzioni ONU e la Cina è pressata nella ricerca di fonti energetiche alternative al Medio Oriente. In questo contesto, il governo cinese stupisce i mercati, dichiarando la crescita complessiva dell’importazione pari all’1,2%. Ecco la frode! In realtà la Cina è preceduta soltanto dagli Stati Uniti, per domanda e consumo; un consumo che, nel 2004, si è allargato fino al 15%.
Agli analisti occidentali, l’ammissione (falsa), attribuita al governo di Pechino, suscita più di una perplessità e ci si chiede la motivazione per la quale si forniscono dati ingannevoli. E’ certo che, qualora il Drago dichiarasse esplicitamente il suo consumo veritiero, i prezzi del greggio ritmerebbero verso aumenti vertiginosi e gli stessi paesi dell’OPEC non riuscirebbero a contenere una crisi mondiale senza precedenti.

Le enormi somme di valuta estera accumulate e reinvestite, l’eccedenza commerciale, il consumo e la domanda petrolifera fuori dell’area mediorientale, i dati distorti inerenti alla richiesta e al consumo effettivi, possono segnalare una preoccupante tendenza che, secondo Mark W. Hughes, indicherebbe un conflitto incombente tra la regione più popolata al mondo e il versante più probabile, la Russia.

Un’indagine geologica voluta dal governo statunitense, ha appurato che le scoperte dei giacimenti petroliferi hanno subito regolarmente un declino a partire dal 1965. Nell’ultimo quinquennio, il mondo ha sperperato 27 miliardi di barili l’anno, mentre l’industria petrolifera ha scoperto nel sottosuolo soltanto 3 miliardi di barili in ciascuno di quegli anni, ciò vuol dire che per ogni barile trovato, nove sono stati consumati.
In un’analisi recente, il Dipartimento per l’energia degli Stati Uniti, ha ravvisato il "picco" in cui la produzione complessiva del petrolio raggiungerà lo zenit, cominciando il declino; la congiuntura potrebbe verificarsi già dal 2016. Altre analisi, invece, indicano la previsione del tutto ottimistica, poiché è noto che alcuni paesi dell’OPEC, semplicemente falsificano i loro dati, come la Cina.
Iran, Iraq, Doha e la stessa Arabia Saudita, registrano aumenti delle loro riserve che in realtà sarebbero meno cospicue; degno esempio è il Kuwait che, nel 1985, ha divulgato false valutazioni evitando, in questo modo, il calo della produzione e i relativi profitti. Il Kuwait è andato a dormire dichiarando 65 miliardi di barili per risvegliarsi il giorno seguente con 90 miliardi di barili, ben 25 miliardi di barili in più, in una notte!

Di conseguenza, la Cina ha un disperato bisogno della Siberia e dei suoi giacimenti petroliferi; purtroppo l’intenzione non sarà quella di comprare petrolio e gas naturali dalla Russia. Il Drago potrebbe attivarsi nella costruzione delle infrastrutture per il trasporto del greggio, in attesa d’occupare militarmente quei territori negli anni successivi. Non sarà fattibile semplicemente comprarlo, dal momento che, in una crisi petrolifera al "picco" della produzione, il controllo e il prezzo delle risorse, diventeranno ardui e carichi d’incertezze, dunque, non da eludere la possibilità che il Drago vorrà prendersi militarmente tutto il petrolio di cui ha bisogno. Non avrebbe alcun interesse ad entrare in un conflitto armato con gli Stati Uniti, per impossessarsi delle forniture in Medio Oriente, perché obsolete e lontane, rispetto ai territori siberiani, limitrofi e ancora da svuotare.

La Cina accumula riserve di valuta e buoni del tesoro statunitensi, europei, giapponesi e dei paesi dell’OPEC, per motivazioni di breve o lunga durata. Le sue esportazioni sono di poco conto, mentre vertiginosa è l’eccedenza commerciale; la richiesta e il consumo di fonti energetiche sono in costante aumento, ma falsifica i dati agli occhi del mondo. Controlla e perfino intimidisce i mercati finanziari negli Stati Uniti.
Mark W. Hughes, l’oscuro articolista d’Infoshop News, ravvisa in tutto questo, un pericolo a lungo termine.

da: www.altrenotizie.org

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