La vita è troppo breve per leggere libri senza qualità. Così come per mangiare cibi scadenti, spendere il proprio tempo sui social network o assistere alle interviste televisive dopo una partita di calcio.
“So many books, so little time”, diceva Frank Zappa. “Io so’ uno a leggere e chelli so milioni a scrivere”, ribatteva Massimo Troisi.
Questo è il non-luogo multimediale dei libri ingiustamente sopravvalutati: un podcast, una serie di audiolibri, di e-book e poi chissà cos’altro. Per costruire un cammino nella propria vita. E per liberare spazio sui propri scaffali.
“Storia dei miei soldi” è il libro del ritorno nelle librerie di una rinnovata Melissa Panarello, catanese, classe 1985, impostasi al grande pubblico per la prima volta all’età di sedici anni con “100 colpi di spazzola prima di andare a dormire”, narrazione cosiddetta “erotica” delle prime e spregiudicate esperienze sessuali di una minorenne.
Una curiosità: il titolo del libro è proprio scritto così, con l’indicazione dei colpi di spazzola da darsi prima di andare a nanna espressa in cifre e non in lettere. Del resto, quando gli anni di solitudine sono cento, li si scrive per esteso, quando si tratta della cura della propria capigliatura vanno bene espresse anche in numeri arabi. Misteri dell’editoria.
L’opera, per così dire, uscita nel 2003 per i tipi dell’editore Fazi, manco a dirlo, ebbe un successo di vendite clamoroso, in Italia e all’estero, arrivando ad essere tradotto in oltre trenta lingue. E nell’editoria, vendite vuol dire denaro, incassi. In una parola, soldi. Del resto chi non vorrebbe guardare dal buco della serratura (una serratura narrativa, si intende) una ragazzina non ancora maggiorenne che racconta al suo diario i turbamenti sessuali che sta vivendo?
Dal libro fu tratto un film prodotto da Francesca Neri e Claudio Amendola, per la regia di Luca Guadagnino, film quasi immediatamente disconosciuto dalla Panarello, allora ancora “Melissa P.”, e da cui “la giovane autrice prese polemicamente le distanze, non riconoscendola un’opera conforme alla poetica del testo originale”, come si legge sulla voce di Wikipedia dedicata all’autrice. Di quale “poetica” si tratti, tuttavia, non è mai stato dato di saperlo. E, comunque, ai 100 colpi di Melissa P sarà dedicato un episodio a parte.
Dopo Fazi, che pubblicò l’assai meno fortunato romanzo successivo “L’odore del tuo respiro”, Melissa Panarello, finalmente riappropriatasi del proprio cognome, ha pubblicato libri di narrativa per Einaudi, Fandango, La nave di Teseo, Mondadori, Electa Kids, per approdare a Bompiani e alla candidatura al Premio Strega 2024, passando per la curatela di una edizione del Kamasutra e facendo precedere di qualche mese “Storia dei miei soldi” da uno scritto intitolato “Girl power, planner per diventare te stessa”, per un ancora e ancora diverso editore. Stavolta si tratta della Demetra.
E, in fondo, si può scrivere una storia dei propri soldi, fedele alla verità dei fatti o fittizia che sia, quando i soldi ci sono e sono tanti. Quando, invece, non ce ne sono o sono comunque insufficienti, normalmente si è impegnati a cercare di sbarcare il lunario, in un mondo estremamente lontano da quello dell’editoria, fatto magari di pulizie di scale in nero, di bollette non pagate perché il mese prossimo andrà meglio, di libri di testo non comprati ai figli perché, bambole, non c’è una lira o di un buco aggiunto alla cintura, anche se a pochi millimetri dal precedente.
Come per i “100 colpi”, ci si chiede se “Storia dei miei soldi” sia o no un romanzo autobiografico. Sia detto subito: tutto ciò che si scrive è sempre e comunque autobiografico, come diceva Borges, e sia che si parli della propria nascita avvenuta nel tal luogo e nel tal giorno, sia che si racconti di un Re che aveva tre figli, si parla sempre e comunque di quello che si conosce. Di quello che non si conosce o non si sa come di fa a parlare? Anche se ci sono eserciti di persone che lo fanno, si tratterebbe comunque di puro e semplice arrampicamento sugli specchi.
La domanda di partenza, ovvero l’onnipresente Quest, e cioè se si preferirebbe che in mani altrui cadessero i contenuti dei nostri telefoni cellulari o gli estratti del nostro conto corrente è indubbiamente interessante ma a poco vale optare per la prima opzione sostenendo che un contatto segreto si può sempre registrare con un nome fasullo o inventato, o che un messaggio compromettente si può spiegare col fatto che sia stato decontestualizzato o frainteso mentre l’estratto conto è una spietata fotografia fatta di aride e impietose cifre di quello che hai (quindi, per traslato, di quello che sei). Lo sappiamo benissimo che nessuno sarebbe disposto a sacrificare i segreti affidati al proprio smartphone o a spiegarne l’origine e la destinazione d’uso. Perché, sì, il nostro cellulare vale ben più dei nostri soldi, e non raccontiamoci frottole.
“Storia dei miei soldi” è una narrazione che attraversa l’espediente narrativo dello sdoppiamento. Le protagoniste sono Melissa, specchio riflesso dell’autrice, e Clara T, che lo è dell’attrice che ha interpretato il film. Le due si incontrano a Roma dopo molto tempo, solo che Melissa è una donna di successo e senza problemi economici apparenti, mentre Clara è costretta a lavorare in una trattoria per non aver saputo controllare e gestire il denaro che, pure, deve essergli stato versato, e in quantitativi da non disprezzare.
«Ho incontrato Clara T. quando non era più lei», scrive in apertura del libro Melissa. E in questa frase tutto è racchiuso.
Clara non è più lei in quanto povera, caduta in disgrazia, ridotta a svolgere lavori umili per tirare a campare, incapace di gestire i propri averi, perché è lontana da quel modello di erotismo che era stato fissato nell’immaginario collettivo dal film che aveva interpretato, mentre la protagonista-Melissa, eccola lì, a riflettere sul ruolo sociale del denaro che, invece, LEI ha in abbondanza. Lei. O, almeno, in misura maggiore di quanto possa averne un operaio con moglie e quattro figli a carico.
Qualche giornalista ha parlato addirittura di “abisso personale”. Ora, se avere soldi è un abisso addirittura è questione non secondaria e da discutere. Certo, non si parla della Fossa delle Marianne, ma nella vita c’è chi, come la protagonista-Melissa può contare su una sufficiente e non comune profondità acquea e chi, semplicemente, galleggia, cerca di mantenersi in uno stato di non-apnea per non affogare, si sbraccia, cerca di raggiungere la riva a fatica. Spesso con molta, molta fatica.
E non è la stessa cosa.
Lo stesso giornalismo accosta, e in maniera decisamente imprudente, il romanzo “Tre croci” di Federigo Tozzi, nonché le “Illusioni perdute” di Balzac, alla “Storia dei miei soldi” della Panarello, non foss’altro che per analogia tematica o come precedenti illustri.
Troppo illustri per un libro che può benissimo essere evitato e troppo scomodi per un prodotto narrativo che “vende”.
In ogni modo, pare che non ne valga la pena.
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