Le norme sul processo lungo

Una delle cose di cui i giornali non parlano, nel rendersi indignati per l’approvazione-lampo al Senato delle norme sul cosiddetto "processo lungo" (ma una volta era "breve", sembrano gli aggettivi dei nomi dei personaggi storici, Pipino il Breve, Carlo Magno…) è che il tutto fa parte di un pacchetto che, in origine, riguardava l’inapplicabilità del rito abbreviato per i reati puntiti o punibili con l’ergastolo.
Cioè su una cosa che non ci combinava una verza, e che, di per sé, prevede che non tutti i cittadini siano uguali davanti alla legge (ma questo avevo il sentore di averlo già capito).
Allora, il rito abbreviato è un processo alternativo che si celebra su richiesta dell’imputato. Vuol dire: "si salta il dibattimento, ci si basa solo su quello che dicono le carte e se vengo condannato ho diritto allo sconto di un terzo della pena perché oltretutto non vi ho fatto perdere tempo."
Quindi il rito abbreviato non è sinonimo di ammissione di colpevolezza, si può essere assolti. E’ il caso del fidanzato di Chiara Poggi che non mi ricordo più come si chiama che in primo grado è stato prosciolto per insufficienza di prove (proprio perché le carte non stavano in piedi).
Ora, se uno ammazza una persona che non è nemmeno sua parente  l’imputazione è di omicidio semplice. Sono 30 anni. Ridotti di un terzo fanno una condanna finale a 20 anni in caso di colpevolezza. Se poi il giudice è clemente e concede le attenuanti generiche si può arrivare anche a meno.
Se ammazza la moglie per futili motivi, l’omicidio diventa aggravato e si rischia l’ergastolo. Con la riduzione di un terzo della pena si arriva a trent’anni. (Dice uno, ma come si fa a ridurre l’ergastolo? Eh, se non fosse possibile sarebbe un problema serio…).
Quindi mi devono ancora spiegare perché uno che rischia l’ergastolo non possa avere le stesse possibilità di difendersi di uno che rischia 30 anni, anche se tutti e due hanno ammazzato una persona.
La risposta è semplice: perché si deve stabilire che la legge non è uguale per tutti, istituendo quell’aberrazione che è la lista infinita dei testimoni da parte della difesa, che avrebbe senso se solo l’accusa potesse fare altrettanto.
E’ lo squilibrio delle parti davanti al giudice terzo che fa inorridire. Questa maggioranza aveva già tentato di fare approvare l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione da parte delle Procure in primo grado.
Avremo dei processi long-drink, e si arriverà alle inevitabili prescrizioni un po’ brilli come dopo un Cuba-libre con troppo rhum e con la Coca Cola alla spina…
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