Le minigonne a scuola

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In una scuola di Nonsodove, cuyo nombre no quiero acordarme, come scriveva il sommo Cervantes, la Vicepreside, forse in odore di carriera o forse per eccesso di scrupolo, ha consigliato alle ragazze di non venire a scuola in minigonna o in abiti succinti, in attesa dell’arrivo dei nuovi banchi con le rotelle (quelli con cui l’altra parte del mondo, i “maschi”, giocano a fare l’autoscontro), perché ai docenti (sempre ai “maschi”, s’intende) potrebbe “cascare l’occhio”.

Ora, descrivere i docenti “maschi” (che chissà perché non li si appella mai “uomini”) come degli allupati concupiscenti, che vanno a guardare, sia pure inconsapevolmente (sì, ma quanto?) le gambe delle alunne, è, come minimo, un’offesa bella e buona. Perché non credo che le docenti femmine (le donne, insomma) possano avere questo tipo di reazione (se non in qualche raro ma possibile caso).

Il docente, insomma, sarebbe sempre pronto, invece di spiegare Svevo e Pirandello, le equazioni di secondo grado, la superficie e la densità della Spagna, l’aoristo, l’ablativo assoluto, il sistema cardiovascolare e il DNA, a farsi venire un filo di bava alla bocca e a sbirciare tra i banchi nell’immaginario di quello che non si può dire (ma si può, evidentemente, concepire), umettandosi le labbra con la lingua e sentendo un fastidioso senso di secchezza delle fauci.

Perché, si sa, “l’uomo è cacciatore e si sa anche com’è la donna”.

Fatto sta che le ragazze di quella scuola, per protesta contro cotanta limitazione della libertà personale (il diritto a mettersi una minigonna, capirai!), hanno deciso di presentarsi tutte a scuola con la “mini”, al grido di slogan tipo “Io mi vesto come mi pare”, “Non è colpa nostra se gli cade l’occhio”, “Si girino da un’altra parte se non vogliono guardare” (ma vestiti meglio tu se non vuoi farti guardare, no? NdR).

Reagire ad un invito con una provocazione del genere mi sembra un po’ come sparare a una mosca con un cannone. A parte la caduta di stile della vicepreside, che sulle possibili reazioni maschili o maschiliste dei suoi colleghi, ha fatto una figura barbina che si poteva evitare, c’è da dire che da sempre a scuola si va con un abbigliamento adeguato. Conosco dirigenti scolastiche che redarguiscono le insegnanti che al primo collegio docenti sfoggiano abiti succinti, abbronzatura e consapevolezza (beate loro!) del proprio fascino, recuperato attraverso un mese di vacanza passato a crogiolarsi al sole come le lucertole, e della propria vanità. Conosco dirigenti che hanno fatto sedere nell’atrio per più di un’ora alunni e alunne che si presentavano con i jeans strappati in attesa che i genitori portassero loro un cambio di pantaloni più decente. E hanno fatto bene.

La minigonna te la metti quando esci con gli amici e con le amiche, a scuola bastano jeans e maglietta, di questi tempi calurosi. Anche perché devi stare comoda, sederti, alzarti, andare in giro, fare la lezione di scienze motorie in palestra, interagire con gli altri. Tu ti vesti come ti pare, sì, ma allora, se permetti, ammettiamo anche le alunne musulmane col burka o con un qualsiasi copricapo, perché anche loro hanno diritto a vestirsi come vogliono.

Se a qualche ragazzina (perché di questo si tratta, ragazzine, spesso minorenni) viene il ghiribizzo di mostrare le proprie nudità la scuola fa già anche troppo ad ammetterle in classe conciate così. Già lo fanno sui social network. Instagram è il più grande raccoglitore di cosce e culi del web, la gente lo sa (soprattutto i genitori) e si volta dall’altra parte. Conosco alunne che dichiarano di non avere connessione per svolgere l’attività didattica on line durante i lunghi e difficili mesi del lockdown. Però per mostrarsi in pose discinte sui social o per postare la foto di un bacio col fidanzatino la connessione ce l’avevano e come!

Qualche giornalista sprovveduto (la maggior parte, per la verità, stando alla rassegna stampa che ho seguito alla radio e sul web stamattina) dà ragione alle ragazze, paragonando il loro gesto di protesta a un rigurgito di femminismo, dimenticando, o non sapendo proprio per niente, che le femministe degli anni ’70 andavano in giro con i gonnelloni e gli zoccoli, non con francobolli di jeans sfaldati e cellulare in mano per scambiarsi il solito diluvio di faccine, cuoricini, gattini, pollici alzati.

Il dirigente scolastico ha tra l’altro affermato che il suo istituto:

“è fieramente da sempre attento al rispetto di tutte le individualità e di tutte le opinioni, libere di esprimersi, all’interno del perimetro segnato solo dalla Costituzione e dal codice penale ed è altrettanto attento alle questioni di genere, oggetto peraltro di uno dei tavoli di lavoro permanenti che la scuola, capofila nazionale della Rete scuole Green, ha istituito e nel quale lavorano insieme studentesse, studenti e docenti.

Alla scuola, però, peccato che non bastino Costituzione e Codice Penale, per cui tutto quanto rientri in ciò che è stabilito come lecito è libero. A scuola ci sono i regolamenti interni. Quello dell’Istituto in questione sono andato a cercarmelo sul web. Non fa cenno, salvo che per la lezione di scienze motorie (per cui se non porti i vestimenti adatti sei soggetto a una nota disciplinare, alla convocazione dei genitori, e all’ammonizione) all’abbigliamento inadeguato a scuola.

Ma non basta. C’è il Patto di Corresponsabilità tra scuola, famiglia e alunni. Quello dell’Istituto in questione prevede che gli alunni debbano

“avere nei confronti del capo d’istituto, dei docenti, del personale tutto della scuola e dei loro compagni lo stesso rispetto, anche formalmente rispettoso”.

E no, non c’è stato rispetto. Non è stata una protesta, quella delle ragazze, è stata una provocazione bella e buona. E allora di che si sta parlando?

Nella mia scuola, chi si presentasse con un abbigliamento non consono rischierebbe come minimo la nota sul registro e il rinvio all’ufficio di vicepresidenza. Sì, la mia scuola è differente. Checché ne dicano i commenti di Gramellini, che si schiera dalla parte delle studentesse, il cui “Caffè” di stamattina mi è andato di traverso (e dire che io il caffè lo detesto).

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